Finn.

The Best Low - Priced Heartbreakers You Can Own

2008 (Erased Tapes) | dream-folk

Dopo Styrofoam (discreto il suo “A Thousand Words”) un’altro eroe della gloriosa ondata indie-tronica del biennio 2002/2003 torna a farsi vedere, dopo l'ultima prova risalente al 2005. Come lo stesso belga, Finn. ha tracciato importanti divagazioni pop in quel periodo, pubblicando due album molto ispirati e ben composti. Passata la sbornia per certi suoni, o semplicemente impegnato su altri obiettivi (ricordiamo la sua intensa attività come fashion designer), l’artista Patrick Zimmer ha lasciato trascorrere un po' di tempo prima di pubblicare una sua nuova fatica. Una gestazione così lunga appare giustificata dalla significativa consistenza del risultato ottenuto.

“The Best Low-Priced Heartbreakers You Can Own” è suddiviso in cinque atti e contiene ben sedici tracce. Incentrato nell’esplorazione di sensazioni crepuscolari e decisamente introspettive (titoli come “The Truth Is A Lie” o “This Is No Lullaby” ne sono chiara dimostrazione), il disco sancisce una forte sterzata dal punto di vista stilistico. Se a inizio carriera il piglio elettronico aveva il sopravvento, attraverso l’uso di ritmica analogica e synth giocosi, oggi Finn. decide di scarnificare la sua musica, rendendola essenziale. Siamo di fronte a un monolite di cinquanta minuti senza concessioni, in cui l’uomo (più che il musicista) esterna emozioni, paure, malinconiche brezze solitarie.
Ad eccezione di alcuni scampoli, la voce sarà accompagnata esclusivamente da una chitarra amplificata con un eco sognante, coadiuvata sovente da alcuni strumenti di contorno come lo xilofono o un organo hammond.

Sospiri colmi di disperazione squarciano sogni mai terminati (l’emozionante accoppiata iniziale “Half-Moon Stunned”-” Truncheon Sound”), toni più corposi donano solennità (il magico borbottio di fiati in “Boy-Cott”, seguita a ruota dal corto strumentale “Girl-Cott”), la mestizia di alcuni frangenti punge con insistenza (l’infinita catalessi di “Drew”, ariosità contaminata in “Hearts Of Roses”). Le convulsioni che vanno dalla metà del disco in poi evidenziano contrasti interni strazianti: la struttura delle canzoni, infatti, si attorciglia intorno a un groviglio di voci, effetti sinistri e scuciture classiche, contribuendo a creare un’atmosfera di forte empatia malata.

Il continuo rincorrersi di brividi cantautoriali in punta di plettro è la deriva con cui l’album conclude di fatto il suo corso, impelagato in episodi scheletrici al limite dell’inconsistenza, ma non per questo impalpabili (“The Fourth, The Fifth”, “This Is No Lullaby”) e un pizzico di brio che non stona per niente in un complessivo andamento represso (la fanfara scorbutica di “The Truth Is A Lie”).
La conclusiva “For Mona” è un rantolo sommesso, degno finale con un violino che detta il tempo del commiato con enfasi teatrale.

Opera di grande impegno ed esposizione intima, la fatica di Finn. si erge a manifesto di un’artista capace di esprimere suggestioni lontane dalla dimessa estetica indie, raggiungendo vette di lirismo preziose e finissime.

(19/01/2009)



  • Tracklist
1. Half-Moon Stunned
2. Truncheon Sound
3. Boy-Cott
4. Girl-Cott
5. Dew
6. Hearts Of Roses
7. Julius Caesar
8. My Last Rites
9. In The Wake Of
10. This Can
11. The Fourth, The Fifth
12. This Is No Lullaby
13. (...)
14. The Truth Is A Lie
15. Please Don't ...Please
16. For Mona (Le Rideau Tombe Rapidement...Tonnerre D'Applaudissements)
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