Supersilent

9

2009 (Rune Grammofon) | avanguardia

Number nine, number nine, number nine... recitava un famoso refrain, le cui coordinate spazio-temporali rimandano, all’incirca, alla fine dell’album omonimo di una delle band più famose di tutti i tempi, passato alla storia come "White Album" per via di un artwork tutt’altro che vivace. Il titolo del pezzo, decisamente lungo e cacofonico per le abitudini dei nostri, faceva esplicito riferimento a una rivoluzione.
E di rivoluzione ci accingiamo a parlare, anche se le coordinate, stavolta, ci conducono in territori poco ospitali dal punto di vista termico e fanno riferimento a un progetto con qualche zero in meno al capitolo vendite, rispetto ai mostri sacri di cui sopra. Non che i motivi per fare paragoni poco sensati siano finiti qua: sempre di copertine poco vivaci e suoni poco accomodanti si tratta. Anche se più che di divagazioni, in questo caso, si parla di veri e propri marchi di fabbrica standardizzati, visto che stiamo parlando del loro nono (guardacaso) capitolo.

La rivoluzione, dicevamo. Jarle Vespestad, batterista delle prime otto fatiche dei norvegesi Supersilent, ha lasciato la band per seguire nuovi stimoli professionali. Per la serie “chi ci ricordano?” (no, non ho alcuna intenzione di smettere), successe anche ai quattro di Liverpool, anche se stavolta non è stato ingaggiato alcun baffuto sostituto. “Supersilent 9”, pertanto, è la prima fatica da trio del combo avant-jazz venuto dal freddo. Affare assolutamente non da poco - a una dozzina di anni dall’esordio - per chi ha fatto della serialità una ragione di vita artistica.
Le note di accompagnamento parlano di una formula con sole tre sessioni alle spalle, a confermare una sorta di autismo comunicativo, e di un’unica sessione di registrazione, in cui i tre superstiti si sarebbero dilettati nell’armeggiare con altrettanti organi Hammond. Vacillo. E ancora: si tratterebbe del loro disco maggiormente votato all’avanguardia. Una roba dell’altro mondo, addirittura, traducendo letteralmente. Per fortuna, penso, dovrebbe essere il mese di prevenzione dell’ipoacusia.

E invece, messo sul piatto, come spesso accade, è tutta un’altra storia. Nonostante tali premesse. Senza nulla togliere all’ufficio stampa dell’ottima Rune Grammofon, l’unica informazione plausibile è quella che rimanda all’altro mondo: in effetti - mi sia perdonata la brutalità - questo disco è poco più di un mortorio. Passi l’aver rinunciato completamente alla sezione ritmica, passi l’aver accantonato (si spera momentaneamente) la tromba di Henriksen, in attesa di tempi migliori, passi l’aver puntato tutto sulla componente eterea e impalpabile della loro musica, ma il risultato è una sorta di pseudo-ambient, totalmente privo di personalità e mordente. E lo diciamo con la morte nel cuore (e nelle orecchie), avendo apprezzato, non poco, i precedenti.
La solita attenzione maniacale per il suono (a cura di Bob Katz, come nell’ottimo “8”) riesce, in qualche modo, a salvare la barca dal completo naufragio, ma la pochezza di spunti è tale da far pensare a un vero e proprio passo falso.
Giusto per completezza, i brani sono quattro, identici e indistinguibili per durata e contenuti. L’effetto, visto che si parla pur sempre di pezzi scanditi da una mera enumerazione, è a dir poco straniante, tanto da far sospettare una burla minimalista. Impossibile risalire ai contributi dei singoli musicisti, sempre che si riescano a isolare pochi minuti degni di nota. C’è così poco da dire, che anche il ricordare il colore della confezione - azzurra - assume una rilevanza più consistente rispetto al solito.

Quali i motivi del flop? Innanzi tutto, una totale e desolante assenza di tensione. E di contrasti: all’eccitante dicotomia tra cacofonia e spunti melodici è stata preferita una sorta di stucchevole piattume intermedio. Come se non bastasse, all’addio di Vespestad ha fatto seguito una drastica spersonalizzazione strumentale. In un paio d’anni – tanti quanti ne sono trascorsi dall’ultimo lavoro – i Supersilent si sono spogliati troppo. E troppo in fretta. Il re vichingo è nudo: peggio di così, c’è solo la pubblicazione di un supporto vergine.

(15/10/2009)



  • Tracklist
  1. 9.1
  2. 9.2
  3. 9.3
  4. 9.4
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