L’embrione risale al 1999, ma i Reels of Joy nascono ufficialmente nel 2001, in quel di Brescia. Tre anni dopo, registrano un Ep contenente quattro brani (“More Sally”), poi, mentre continuano a fare la gavetta, di tanto in tanto fanno da spalla ad alcune band già affermate, tra cui Teatro degli Orrori, Julie's Haircut e Tre Allegri Ragazzi Morti. Alla fine, autoprodotto, arriva il primo lavoro sulla lunga distanza, “Barakiki II”.
Ma cosa suonano i Reels of Joy? In sostanza, un grunge-rock ispido e, in qualche caso, anche moderatamente avventuroso. Niente per cui strapparsi i capelli, sia chiaro, ma la passione che li anima sembra essere di quelle “giuste” e “sincere”. In più di un caso, i brani mostrano qualche somiglianza tra di loro oltre che una carenza di idee in fase di risoluzione. C’è da dire, però, che i ragazzi osano, anche a rischio di cadere rovinosamente (come spesso succede).
Di certi esperimenti acustici del loro passato, “Barakiki II” conserva traccia nel bozzolo iniziale di “Neil” e in quello conclusivo di “Pascoli e cornamuse”, ma si tratta casi isolati. Il resto del disco è tutto muscoli e cuore pulsante, fino al quasi hardcore (evoluto, tuttavia) di “Trio Spuma”. Ancora mal digeriti certi modelli (Soundgarden, Foo Fighters, i Peal Jam più incazzati, i Drive Like Jehu meno rocamboleschi, etc.), il quintetto (Teso, Minu, Christophe, Giò e Luca) prende di petto, quando può, la melodia e i risultati sono altalenanti.
Forza, frenesia e tormento fecondano le strutture possenti di “Caffè Borges” e “Cane col riporto”, con “Blues et Tones” che sfiora il punk, “d’Hpo” il funk e “Macel” che, agli scossoni hard, aggiunge velleità progressive.
Li rimando al prossimo disco, fiducioso in frutti migliori.
(01/01/2010)
