David Lowery

The Palace Guards

2011 (429 Records) | songwriter, alt-country

Cause what the world needs now
is another folk singer
like I need a hole in my head.


C'erano una volta, nei lontani anni 80, i Camper Van Beethoven, un gruppo rock che si divertiva a contaminare la propria musica con i riferimenti più disparati, dal punk al country, dal folk alla psichedelia, dallo ska alla world music. C'erano una volta, qualche tempo dopo, i Cracker, nati dalle ceneri dei Camper Van Beethoven e alfieri di un più "tradizionale" country-rock, attraversato da pulsioni elettroniche e derive punk. C'erano una volta due gruppi capitanati da un leader carismatico capace di convogliare nella propria musica le influenze più diverse precorrendo il boom dell'alt-rock. C'era una volta, e c'è ancora, un songwriter di origini texane di nome David Lowery, mai pago della corposa produzione delle sue due longeve band, che dopo più di venticinque anni di carriera ha deciso di aggiungere al suo bagaglio artistico anche la prova di un'esperienza solista.

Il primo album di Lowery nasce un po' per caso, quando a seguito di considerazioni sui ridotti proventi delle vendite discografiche nell'era dei download selvaggi, Lowery prova a cimentarsi in una sorta di esperimento multimediale: per risparmiare il più possibile sui vari passaggi della produzione di un disco, egli sceglie di rinunciare ai servigi di una label, taglia fuori quasi del tutto il suo solito entourage (organizzandosi per lo più come "one-man-band" e selezionando solo una ristretta cerchia di musicisti - in particolare Alan Weatherhead al banjo e alla pedal steel, Miguel Urbiztondo alla batteria), registra i brani direttamente nel suo scantinato per poi passare ogni tanto a completarli con John Morand nel suo Sound of Music di Richmond (i vantaggi di avere uno studio di registrazione!), prepara qualche video casalingo da far circolare su YouTube, con l'intenzione di diffondere i suoi brani solo attraverso internet.  Poi si siede davanti al suo computer e aspetta. Dopo qualche tempo e dopo numerosi feedback positivi ricevuti via web, l'esperimento di Lowery ha un risvolto curioso, poiché la 429 Records si accorge dei video caricati su YouTube e lo contatta dicendosi interessata a pubblicare i suoi brani (se Maometto non va alla montagna...). E così  inizia finalmente a prendere forma "The Palace Guards".

L'esordio solista di David Lowery è legato a doppio filo ai trascorsi artistici del musicista statunitense: esso affonda infatti le sue radici nello stesso alt-country da cui avevano attinto fino a ieri i Cracker e richiama in qualche passaggio la stravaganza dei CVB, oltre a contenere contributi di numerosi sodali di vecchia data, tra cui l'immancabile Johnny Hickman e il mai dimenticato Mark Linkous. Tuttavia, ascoltando "The Palace Guards", ci si confronta con una rinnovata freschezza, che insieme all'evidente raggiungimento della maturità artistica (oltre che anagrafica) di Lowery, conferisce all'album una ben definita personalità.
La seconda giovinezza del cantautore cinquantenne viene così celebrata con trionfi d'armonica e clapping/stomping dal sapore country-western in "Raise ‘Em Up All Honey", con fuochi pirotecnici di chitarre elettriche e batteria che accendono le finiture nineties della title-track o che infiammano la schizofrenia rock di "Baby, All Those Girls Meant Nothing To Me", con stelle filanti di archi e chitarre acustiche che si posano sulla toccante "I Sold The Arabs The Moon".
Impossibile poi restare indifferenti a "Deep Oblivion" (brano che peraltro doveva originariamente dare il titolo all'album), un'immersione in apnea tra acque psichedeliche dilatate e oscure, o a "Ah You Left Me", deliziosa cover di una ballata dei (misconosciuti) belgi Mint, resa qui più convincente dagli arrangiamenti snelli e dall'interpretazione di grande intensità di Lowery (la cui voce, peraltro, sembra migliorare con gli anni che passano...).

L'ironia e il sarcasmo nella scrittura di Lowery sono al solito distribuiti generosamente. Ne è un esempio la brillante title track, nella quale le "guardie di palazzo", con la loro ossessione di potere mascherata da benevolenza, sembrano uscite da un romanzo di Orwell ("We got all of your best" -pausa- "all of your best interests at heart").
Ma Lowery riesce anche a comporre passaggi di grande lirismo, come dimostra in "I Sold The Arabs The Moon", il cui testo, da solo, varrebbe tutta una carriera di cantautorato ("And I was the man who sold the arabs the moon/ The emirate princes their hands manicured/ Their servants with luggage they followed behind/ The african concubines regal and tall").
Se nel 1992, in "Teen Angst", i Cracker polemizzavano circa l'eccessivo numero di cantanti (folk) in circolazione, verrebbe quasi da chiedersi cosa direbbe Lowery di quel pensiero oggi, dopo quasi vent'anni, con un disco solista appena pubblicato (e con un numero sempre crescente di cantautori in circolazione!). Per fugare ogni dubbio, basta tuttavia spulciare tra le righe di "The Palace Guards" e recuperare una sorta di slogan che potrebbe riassumere la filosofia autorale di Lowery: "I'm only joking/ It's just my sense of humor y'all". E non serve aggiungere, o chiedere, altro.

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(18/03/2011)

  • Tracklist
  1. Raise 'Em Up On Honey
  2. The Palace Guards
  3. Deep Oblivion
  4. Ah You Left Me
  5. Baby, All Those Girls Meant Nothing To Me
  6. I Sold The Arabs The Moon
  7. Marigold
  8. Big Life
  9. Submarine
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