Spires That In The Sunset Rise

Ancient Patience Wills It Again

2012 (Hairy Spider Legs) | avant-folk, psych-folk

Ne è passato di tempo, da quando le più temibili fattucchiere della New Weird America, le Spires That In The Sunset Rise, suggellavano con “Curse The Traced Bird” la loro ascesa a indiscusse protagoniste del nuovo corso del folk psichedelico americano. Un disco, quello, a suo modo importante, che costituiva uno stacco deciso rispetto ai bozzetti in bassissima fedeltà dei tre lavori che lo precedettero, a vantaggio di un'architettura sonora più distesa (e estesa), che favoriva la fioritura di brani mediamente più lunghi e ramificati, intensificati nel loro trasporto ascetico/esoterico.
Da allora sono intercorsi oramai ben quattro anni, anni che hanno visto la dipartita di Georgia Vallas e l'assottigliamento quindi del gruppo a due soli membri, Taralie Peterson e Kathleen Baird: a conti fatti, la vera forza motrice di un collettivo che anche in un formato ridotto procede indisturbato alla volta di un'esplorazione, se possibile ancora più approfondita, di quella terra di nessuno in cui solo lo spirito è capace di accedere.

Distribuito dalla Hairy Spider Legs, etichetta di recentissima fondazione coinvolta nella diffusione di musica dal forte taglio mistico-spirituale, “Ancient Pacient Wills It Again”, il nuovo album delle ragazze (il quinto, nonché primo di un dittico che si completerà il prossimo Ottobre) le vede introdurre due succose anteprime nel loro vasto retroterra sonoro. La prima (e non è così scontato, se si pensa quale sia l'ambiente in cui il gruppo si è mosso finora) è l'allontanamento dall'immaginabile confezione lo-fi a favore di una produzione più precisa e accurata, con la quale viene esaltata ogni stilla, ogni singolo frammento di musica emanato dagli strumenti delle due sciamane dei nostri tempi.
La seconda, e non meno capitale per la realizzazione del disco, è  la struttura degli arrangiamenti stessi, più essenziale e solenne che in passato, e ciò nonostante sempre abile nel profilare, con ottima maestria evocativa, mondi paralleli e inquietanti invocazioni demoniache.

Le stranezze (spesso ingenue) del tempo passato qui vengono estirpate a giovamento di filigrane più flessuose e impalpabili, che non inficiano, anzi esaltano, le rarefatte contorsioni psichedeliche, le quali a loro volta ammantano di impressioni notturne i brani. Le cinque, lunghissime dissertazioni (si va dai quasi cinque minuti di “Well Tempered” ai dieci abbondanti di “November”) appaiono quindi come lente, conturbanti, litanie alla luce della luna, declamate con un una patina arcana, misterica, che ben rende l'idea espressa dalle cinque parole del titolo.
Parte “Veiled Undertow”, ed è come essere partecipi noi stessi di questi rituali segreti, cerimoniali che si svolgono nel mezzo del nulla; la dicotomia tra le voci (una più bassa e cavernosa, l'altra decisamente eterea), pronte a recitare qualche nuovo maleficio, i tappeti di archi, il bieco insinuarsi del banjo, tutto sembra voler preannunciare presagi oscuri. E i presagi non tardano di certo a manifestarsi: il secco riecheggiare della percussione in “Grandma” è tutt'altro che rassicurante, scandendo coi suoi battiti il lento consumarsi di un'elegia gotica presieduta da due ancelle della notte.

E' impossibile non pensare al nome di Nico, la cui lezione compare con prepotenza in più punti. E' altresì indubbio però che un insegnamento simile, seppur evidente, venga filtrato da un'ottica diversissima da quella originaria, e riproposto secondo i dettami, bizzarri e chimerici, della weirdness americana degli ultimi dieci anni.
La Paffgen di “The Marble Index” si trova così faccia a faccia con tenebrose rivelazioni della natura più cupa e selvaggia nelle pieghe di “Well Tempered” (squisito il tema di fisarmonica), ma si fa anche testimone delle ripide vertigini vocali, narratrici di un'infinita malinconia, che etichettano l'austera gravità di “November”. Con la violacea “Child Of The Snow”, funerea danza degli spettri posta al centro del lavoro, le due maghe di Chicago proferiscono però il loro vaticinio più tenebroso: merito dell'ottimo arrangiamento di violoncelli che stride, cozza, ma infine, gioca a sedurre, il gracile disegno canoro, fragile e dolente come un bambino smarritosi nella bufera.

Con questi presupposti, l'attesa per il secondo capitolo si fa febbricitante.

(21/09/2012)

  • Tracklist
  1. Veiled Undertow
  2. Grandma
  3. Child Of The Snow
  4. November
  5. Well Tempered


Spires That In The Sunset Rise su OndaRock
Recensioni

SPIRES THAT IN THE SUNSET RISE

Beasts In The Garden

(2015 - alt-vinyl)
Le streghe avant-folk nel loro disco più straniante e spiazzante

SPIRES THAT IN THE SUNSET RISE

Curse The Traced Bird

(2008 - Secret Eye)
Quatto ragazze di stanza a Chicago e un free folk spettrale e psichedelico

Spires That In The Sunset Rise on web


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.