Future Bible Heroes

Partygoing

2013 (Merge) | synth-pop

Gli ci è voluta la bellezza di undici anni, ma alla fine Stephin Merritt si è deciso a tirare fuori dal congelatore anche i Future Bible Heroes. Merito di una congiuntura favorevole, evidentemente, inaugurata lo scorso anno dalla pubblicazione di un nuovo lavoro con il progetto principe Magnetic Fields contraddistinto, dopo lungo tempo, da evidenti suggestioni elettroniche. Dal sophomore “Eternal Youth” del 2002 (omettendo volentieri il pessimo Ep dell’anno seguente, “The Lonely Robot”), Merritt ha avuto modo di cimentarsi con le più disparate formule espressive del sound analogico, ha imbastito una trilogia synth-free per la sua più nota creatura – spaziando dalle narcisistiche sofisticazioni in acustico (“I”) al bubblegum affogato nei riverberi (il sopravvalutato “Distortion”), agli ampollosi anacronismi del folk-barocco (il sottovalutato “Realism”) – e ha musicato a proprio nome un ragguardevole elenco di pellicole alternative, spettacoli teatrali e operette oltre ai racconti del sodale Daniel Handler aka Lemony Snicket nella parentesi dark-pop dei Gothic Archies, atto secondo.
Siccome “squadra che vince non si cambia”, come nei precedenti episodi il frontman ha affidato la cura del suono all’amico Chris Ewen (tra gorgogliante synth-pop e disco decadente), gestendo in proprio il songwriting e spartendosi equamente con l’immarcescibile Claudia Gonson le parti cantate.

Più che i Future Bible Heroes delle prime due puntate, questo “Partygoing” ricorda curiosamente i The 6ths di “Wasp’s Nests”, l’incarnazione del Nostro che da più tempo giace nel dimenticatoio. Dalla prima all’ultima nota, l’intento non dichiarato sembra essere quello di dar luogo a sfavillanti cortocircuiti su ogni piano, estetico, semantico ed emotivo, come a voler confezionare una collana di elusive perle kitsch cui sia difficile resistere, almeno a livello epidermico. Colui che “non credeva nel sole” ora si dice “più triste della luna”. “Sai che novità” – obbietterà non a torto qualcuno – dimenticandosi magari di specificare come anche tutti gli altri ingredienti tirati in ballo in questa e altre afflitte ballate facciano parte sino al parossismo del dna del loro autore. Stephin vi giostra infatti con la consueta disinvoltura e il solito uggioso lirismo in un pantano a suo modo elegante e, come sempre, infettivo all’ennesima potenza.

La fusione di mesto cantautorato e fondali sintetici appare qui ben più riuscita e armonica che non nell’ultimo, altalenante, Magnetic Fields. A fare la differenza ancora una volta è l’impeccabile rosario di refrain killer impregnati di quel peculiare mood sul depresso andante: il talento cristallino di Merritt per l’easy-listening si apprezza proprio in virtù di questa apparente contraddizione. Ne sono un’ulteriore valida prova anche i contrasti di cui si rende protagonista a più riprese una splendida Gonson, emergendo con carattere e affettazione da diva consumata su uno sfondo cinguettante (“A Drink is Just The Thing”) oppure adottando una posa squillante per opporsi alla marziale e scurissima scenografia dei synth in “Let’s Go To Sleep (and Never Come Back)”, assecondando un electropop ambiguo ma col vento in poppa che profuma di schietto revival e nostalgia malata primi anni ’80.

In “Keep Your Children in a Coma”, lo stesso gioioso scenario è cornice di un più ardito azzardo, con il classico scioglilingua frivolo di Stephin chiamato a giocare di sponda con la sua feroce ironia nichilista, per un sicuro smottamento del senso e relativa, straniante riuscita. Nelle tredici tracce del disco si riesce molto opportunamente a non inficiare questo miracoloso quanto fragile equilibrio con eccessi pacchiani, lungaggini estenuanti o lambiccate stratificazioni sonore: l’album, insomma, non è iperprodotto, la cura del dettaglio è pregevole e quasi mai (ma anche questa non è una sorpresa) vanificata dalla foga. Oltre all’abilità nel vestire le canzoni in maniera non banale, risplende poi soprattutto la concretezza di un’inventiva insieme ludica e lapidaria, fucina impeccabile di motivetti a presa rapida (“All I Care About is You”, “Satan, Your Way Is A Hard One”) o più elaborati e scanzonati divertissement (“Drink Nothing But Champagne”, con le spassose imitazioni di David Bowie e dell’esoterista Aleister Crowley chiamate a duettare con il cantante).
Non manca una sorprendente celebrazione del bizarre (“Love Is A Luxury I Can No Longer Afford”), intrisa di malinconica follia merrittiana in linea con la sua più estrema poetica a base di genio e (ovviamente moderata) sregolatezza, né una smaccata citazione del Giorgio Moroder di trenta e più anni fa (“Digging My Own Grave”), con Claudia che si diletta in un numero di quelli a lei più congeniali, ricercati ma visionari.

Se la maliarda Gonson impazza spesso in una sorta di teatro in soft focus (emblematico il congedo, “When Evening Falls On Tinseltown”), colpisce per converso anche la flemmatica magniloquenza del suo impresario: appesantito, dolciastro, stravagante ma sempre irresistibile, per chiunque ami quel suo baritono perennemente imbronciato. Persino quando è chiamato a recitare nei panni del crooner tracheotomizzato in un gelido duetto, coerente con il clima di deformazione grottesca del disco (la narcotica “How Very Strange”).
In definitiva, l’ennesima bella prova griffata Merritt. Peccato solo che il Nostro non abbia potuto seguirla in tour a causa di un’infausta iperacusia.

(27/08/2013)

  • Tracklist
  1. A Drink is Just the Thing
  2. Sadder Than the Moon
  3. Let's Go to Sleep (and Never Come Back)
  4. Satan, Your Way is a Hard One
  5. A New Kind of Town
  6. All I Care About is You
  7. Living, Loving, Partygoing
  8. Keep Your Children in a Coma
  9. How Very Strange
  10. Love is a Luxury I Can No Longer Afford
  11. Digging My Own Grave
  12. Drink Nothing But Champagne
  13. When Evening Falls on Tinseltown
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