Peter Adams

Fifteen Fires In The Filament Eve

2013 (Self-released) | orchestral psych-folk-pop

Vorrei rinunciare all’emozione, a quello strano languore inebriante che sempre più raramente accompagna le scorribande tra gli ammassi discografici, che nell’era di internet si moltiplicano come scarafaggi nella melma organica. Vorrei salire in cattedra per dissertare sulla prevedibilità e l’aleatorio fascino della musica moderna, una sensazione che per molti è ormai certezza inossidabile.
In verità, vi prego di non dissuadermi dal lasciarmi accarezzare dalla musica di Peter Adams e del suo ultimo lavoro “Fifteen Fires In The Filament Eve”: ho bisogno di appassionarmi, commuovermi, turbarmi e forse scuotermi. Mi sono sorpreso infatti affascinato e quasi inerme, ascoltando i circa 70 minuti di un progetto che mette insieme brani già pubblicati, timidi out-take e maestosi brani orchestrali creati per cinema, balletti, serie Tv e teatro, per una musica che ibrida soluzioni poetiche e musicali difformi, da John Adams a Steve Reich, passando per Peter Broderick e Sylvain Chaveau e incrociando sul suo cammino Bon Iver, Andrew Bird, Paul McCartney e Paul Simon in un caleidoscopio sonoro ricco di dettagli.

Atipici e avulsi dai restanti frammenti sonori, i quattordici minuti iniziali di “Where The Incline Alights The Hill” (precedentemente pubblicata come “Opus 5.5”) hanno molto in comune con la library music o con l’hauntology codificata da Simon Reynolds, ma Peter Adams introduce una potenza emotiva che sfascia il citazionismo di molta musica neo-classical-folk; i crescendo e le pause, nonché ogni scheggia sono incastrati in un puzzle perfetto che rinnova ad ogni contatto il flusso passionale. Il piano apre le danze con una tenue melanconia che il violino trasporta verso un'espansione orchestrale affidata a ottoni, violini e ritmi cristallini.
Tra gli adagio si introduce la voce nostalgica e quasi fiabesca di Adams, il quale scorta la tensione del brano verso un'apoteosi ritmica che Reich avrebbe amato, mentre una cascata di suoni cerca di sporcare le possenti creazioni liriche che scivolano verso il progressive-folk di Mike Oldfield (“Hergest Ridge”). Accordi gentili e deliziosi riconducono il tutto verso toni pastorali, in attesa che l’enfasi orchestrale catturi fiati e percussioni in un'orgia sonora possente e maestosa. La performance del Cincinnati Ballett di Heather Britt che accompagna il brano è un altro tassello per accedere al potere espansivo della musica del giovane musicista di Philadelphia.

Non suoni fuorviante l’eccesso di attenzione per questa lunga piéce sonora, sono infatti consapevole che un album come “Fifteen Fires In The Filament Eve” possiede tutte le caratteristiche per essere liquidato come un patchwork kitsch e ambizioso, dalle molteplici pecche concettuali. Cantautore innamorato del chamber–pop o compositore dalle limitate conoscenze neoclassiche che sposa il folk-pop per mascherare crisi creative? Questo è l'angoscioso dubbio, che l’ascolto delle sedici tracce non risolverà.
C’è però nella musica di Adams un altro mondo possibile, dove lasciare scorrere le emozioni e lasciarsi cullare da un pamphlet tanto ruffiano quanto geniale. Folk–pop leggermente psichedelico (“Flashlights”) che sembra sfuggito dalle mani di Jacco Gardner, musiche per serial Tv (“Theme From Sunday’s Mother” e “Theme From When The Dogs Cried Out”) dall’improbabile linea armonica, accenti orchestrali dal tono accademico e naif (“Untitled”), splendide fughe sonore dai toni criptici e ricche di toni e colori mutevoli (“Great Wave”), frammenti geniali di interazione tra musica e teatro (“Vivian Girls Overture”): il tutto viene messo in sequenza con una schizophonia che lascia sorpresi.

Peter Adams è un nome da aggiungere al vostro taccuino, un musicista bizzarro e ingegnoso che rinnova il fascino ingenuo della prima generazione psichedelica. Nelle pagine di “Fifteen Fires In The Filament Eve” non è infatti difficile intravedere tracce di Syd Barrett (“If Only Child “e la splendida “Stranglevine”) o dei Beatles di “Sgt Pepper…” (“Stand In The Sun”), altresì i fan di Arcade Fire troveranno residui intatti di quella funambolica vitalità che li rese incomparabili (si ascolti “Love In The Afternoon” e “Listen Harmony”).
E' dunque un album che viaggia su un doppio binario, ma con un unico raccordo sonoro, una psichedelia dai tratti ingenui e grezzi che non disdegna la maestosità dei Pink Floyd (“We Collide”) o la grazia del chamber-pop (“Rogue’s Gallery”) senza paura di sfiorare toni emotivi troppo intensi, che annullino tutte le tracce di pudore che fanno seguito al piacere.

Ora che ho lasciato trasparire il mio amore per la musica del giovane americano, non vi invito ad ascoltarla, ma a lasciarla lievitare in un angolo nascosto del vostro dispensatore di musica. Quando in una sequenza non preordinata verrà fuori la sua musica, scoprirete con orrore che le vostre difese immunitarie nulla potranno col fascino ambiguo e malizioso della sua musica. Non preoccupatevi: il peccato è l’unica strada sicura per la salvezza, lasciatevi corrompere.

(19/05/2013)



  • Tracklist
  1. Where The Incline Alights the Hill
  2. Stranglevine
  3. Love In The Afternoon
  4. Flashlights
  5. We Collide
  6. Theme From “Sunday’s Mother”
  7. Theme From “When The Dogs Cried Out”
  8. Untitled (Tourette’s)
  9. Great Wave
  10. Vivian Girls Overture
  11. Listen Harmony
  12. Stand In The Sun
  13. Feet To The Fire
  14. Rogue’s Gallery
  15. If Only Child
  16. In The Evening
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