Tropic Of Cancer

Restless Idylls

2013 (Blackest Ever Black) | darkwave, ethereal, drone

Il progetto di Camella Lobo si trova in una magnifica posa d’eleganza fotografica. Avvolta da nebbie sottili e sorretta da luci geometriche, la sua nuova produzione si mostra come un’opera di profondo fascino poetico.
 
Dopo il congedo di Juan Mendez (Silent Servant), troviamo il mondo interiore di Tropic Of Cancer mutato in una versione più eterea e soffusa, sorretto dalla voce ectoplasmatica di Camella che traccia le linee di una penna d’oca ora soffice, ora stridente e vitrea. Storie flebili scritte su pagine di fumo e ghiaccio, che cercano un corpo ritmico forse più solido, ma che ispirano una gracile, e meravigliosa, forza malinconica. Si può inizialmente rimanere convinti che la musicista si sia adagiata dentro un modello già profondamente visitato da altri artisti come Zola Jesus e la nostra Mushy, in cui può far nuotare la propria voce in piena libertà espressiva. È un errore di cui ci rendiamo conto poco dopo la fine della terza traccia. Il fantastico paesaggio inquieto costruito dal trittico inizilae "Plant Lilies At My Head" si schiude dentro il crollo di un gigantesco ghiacciaio eterno, “Children Of A Lesser God”, magnifica trama di più di sette minuti in cui si raggiunge uno dei primi climax del disco. La voce si sposa mortalmente con un battito cardiaco secco e scheletrico, scrivendo al vento la sua disperazione mentre colonne di synth s’innalzano lucide e nere.

“More Alone” traccia un cambio, una chiusura emotiva verso l’esterno. Synth e drum-machine si stringono dentro un riverbero sotterraneo, mentre una voce ectoplasmatica sembra provenire dal fondo di un tunnel. Un paesaggio che non ha punti di riferimento, senza candele o stelle flebili, ma descritto nelle sue fini polveri, nei suoi pochi oggetti abbandonati e ormai frantumati dalle successive “The Seasons Won't Change (And Neither Will You)” e “Wake The Night”. Qui troviamo nascondersi suoni contaminati con ritmiche pagane e quasi tribali, riconducibili ai falò stregoneschi dei primi Demdike Stare e a colonne sonore in bianco e nero. Un piccolo mondo in bilico tra una solitudine magica e cupa che raggiunge il suo secondo e ultimo picco in un magnifico esorcismo finale, quella strumentale “Rites Of The Wild” che rappresenta un'ultima danza lisergica e dannata dentro la notte. I ritmi si fanno sempre più frenetici, fino a raggiungere quella techno organica e primitiva che è cara anche a Karl O’Connor, aka Regis, che qui troviamo alla produzione del disco. Un’impronta sottile e coerente con la bellezza di un’opera levigata e statuaria che sigilla in sé la prima opera composita di Camella Lobo, dopo le uscite precedenti per Mannequin e Downwards.
 
Un’opera composta da molti idilli, inquieti e foschi, che raccontano i turbamenti e i sentieri sperduti di una malinconia abbandonata a un continuo dialogo dentro di sé, mentre boschi, città e stelle di chiudono, si creano e si sgretolano tutto attorno.

(01/11/2013)

  • Tracklist
  1.     Plant Lilies At My Head         
  2.     Court Of Devotion         
  3.     Hardest Day         
  4.     Children Of A Lesser God         
  5.     More Alone (Album Version)         
  6.     The Seasons Won't Change (And Neither Will You)         
  7.     Wake The Night         
  8.     Rites Of The Wild
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