La crew dei La Parola Persa, base a Roma, debutta con una serie di Ep strumentali dalla colossale durata che “perdono” la parola cantata in improvvisazioni jazz-rock. Nel primo “La Parola Persa” (2006) emerge già il loro amore per svarioni stilistici e cambi di tempo nelle jam di “Lost Arcos” e “Guero”, innervate da duetti tra chitarra eclettica e tromba. Nel combo entra poi la tromba di Daniele Martinelli, ad affiancare Giorgio Tebaldi al trombone, Stefano Sirilli (chitarra), Marco Cardoni (basso) e Andrea Savignon (batteria). La formazione registra i due “Junk Food” (2009) e “Low Cost” (2010). Nel primo sgorgano registri da orchestrina di varietà, dub, folk e funk, in numeri indiavolati con sezione fiati in bella evidenza (anche se “Al circo dei bacarozzi” è solo un medley dei Beatles). In “Low Cost” esplorano ulteriori lande come flamenco, salsa, tango, talvolta in modo inusuale; il lungo live di chiusa è un altro medley, stavolta delle hit dance anni 90. L’ultimo “Sleazy Footworks” (2012), oltre a registrare un’altra variazione di line-up (entra Simone Attenni alla chitarra ed esce Martinelli, sostituito alla tromba da Danilo Bughetti), inizia a non contenersi e annovera i primi esperimenti vocali.
Nel primo disco lungo “Tutta vita!” Tebaldi si riscopre così vibrante vocalist, recuperando e allo stesso tempo smembrando la “parola”. Nella lunga poesia dell’iniziale “Il sesso tricolore” l’uso della parola è comunque impeccabile, tanto che potrebbe ambire allo status di nuovo standard folk romanesco, ma mutando come un camaleonte tra droni ambient-techno, trilli da videogame, ritmica dub e andamento da avanspettacolo.
Ma la rivoluzione sta nel non troppo celato sentore di “Modern Dance” Pere Ubu-iana (scioglilingua, elettronica creativa) a vegliare divertita sui vocalizzi psicotici e sardonici di “Turpia Turkish Delight”, un gioiellino di meta-rock che diventa jam spastica alla Faith No More e poi si traveste da disco-dance anni 70 “scratchata” con fare hip-hop, sul funk industriale di “What Kills?”, sul boogie elettronico misto a taranta meridionale di “Pandora’s Box” (un collage debosciato), sul recitar cantando di “Va tutto bene”, spettrale e magmatica a un tempo.
Se il flamenco alla Gypsy Kings “El Tango del Florista Nocturno”, cantato in spagnolo maccheronico, è pura parodia mimetica, “Ranga Ranga” è Vinicio Capossela fatto meglio di Capossela (chitarra dissonante, fanfare disturbanti, umore caotico), ma concettualmente parlando il disco trova un ilare picco nelle due tracce fantasma poste in chiusa, un collage di prove e false partenze in cui “trionfa” l’impossibilità di articolar significato della band, un medley che si prende goliardica burla dello stesso citazionismo degli albori del complesso.
C’è scrittura, di arcigno pugno del solo Tebaldi (testi anche di Marchetti, Savignon, Sarah Chen), in questo albo che schiaffeggia ideologia e avanguardia, c’è un’orchestrazione ruvida, c’è sintesi e ci sono ottime esecuzioni assurdiste. Solo qualche ridondante rimembranza del tipico sound italiota non permette una piena ammirazione. Diversi apporti e collaborazioni. Anche il libretto del cd è citazionista (“La Settimana Enigmistica”).
30/03/2014