Carly Rae Jepsen

E·MO·TION

2015 (Interscope) | synth-pop, dance-pop

Signore e signori, ecco a voi il disco mainstream dell'anno. Che poi tanto mainstream non lo sarà, ma questo è un altro paio di maniche. Prego, ridete pure e datemi dell'imbecille, non vi fermerò in alcun modo. D'altronde, non posso proprio biasimarvi. Con tutto che “Call Me Maybe” è e rimarrà con alta probabilità il più celebre pezzo bubblegum-pop degli anni 10, nonostante i meme attorno a quel micidiale ritornello si siano sprecati, era davvero difficile immaginarsi, con tutta la buona volontà di questo mondo, qualcosa che potesse andare al di là di quel brano, che fornisse un'immagine più a tutto tondo di quali fossero le reali intenzioni, la cifra artistica di Carly Rae Jepsen. Sembrava insomma il frutto di un'irripetibile coincidenza di eventi insomma, di quei fenomeni che tante volte hanno percorso i dorati sentieri del pop da classifica, per poi svanire come una bolla di sapone senza lasciare traccia duratura di sé.
Nell'immaginario comune grosso modo andrà a finire così, ma la songstress canadese ha messo in chiaro di poter e voler ambire a molto più di un'effimera considerazione. Se poi è vero che un po' di snobismo è anche legittimo nell'approcciarsi a dischi del genere, a questo giro conviene però deporre l'ascia da guerra e superare la diffidenza, perché “E·MO·TION”, terzo full-length in carriera per la ventinovenne di Mission, è una dimostrazione di maturità ed efficacia espressiva di cui ben pochi possono vantarsi, e questo a prescindere dalle sempre più fragili distinzioni attraverso cui catalogare il modus operandi di un artista. Lo spazio per ricalibrare e ripensare il proprio percorso c'è sempre, se si è provvisti della necessaria quantità di voglia e determinazione.

E di determinazione, nelle pieghe di questo disco, se ne trova in abbondanza. Interamente co-scritto dalla Jepsen, e con uno stuolo di produttori a costruire con assoluta fedeltà d'esito la visione della canadese, il lavoro, pur inserendosi in un filone attualmente di assoluta tendenza nei discorsi pop più quotati (e cioè, il riappropriarsi e rinfrescare a nuovo i lustrini e le paillettes degli anni Ottanta più in vista), plasma le ispirazioni di partenza con una spregiudicatezza e una capacità di reinvenzione e ibridazione di cui il più dei tanti agguerriti colleghi (vero, Taylor?) può soltanto provare invidia.
Non si faticherà a riscontrare nel corso del disco i numi tutelari di questo tripudio sintetico in piena regola (un pizzico di Madonna qui, briciole di Cyndi Lauper lì), eppure Carly ha sufficiente cognizione per adattare un tale sostrato di suggestioni alle regole del suo gioco, impedendo di essere soggiogata dal peso di simili nomi. E soprattutto, sa come confezionare a regola d'arte canzoni d'immacolata immediatezza comunicativa, che in un'epoca di soverchiante editing produttivo non è un fattore da trascurare.

Se la cantautrice fallisce nel far intuire chi sia veramente (come l'articolo di Pitchfork giustamente sottolinea), è impeccabile invece nel far intendere cosa voglia e come voglia suonare, lasciando che sia la musica a parlare al posto suo. Con il bubblegum a marchiare a fuoco giusto l'aspetto testuale delle composizioni, che, come prevedibile, s'incentra essenzialmente su lievi prurigini sentimentali, per il resto melodie e arrangiamenti spostano l'obiettivo su aspetti in passato più trascurati, qui invece riscoperti in pompa magna.
Sotto diversi aspetti, il singolo di lancio “I Really Like You”, quasi una versione ricalibrata della sua hit-mondiale, risulta quindi essere fuorviante. Nonostante la levigatezza timbrica del cantato della Jepsen sia la costante per eccellenza dell'album, e le manipolazioni sintetiche non manchino di far valere tutto il proprio peso, vi è una dolcezza, una delicatezza quasi incorporea di tratto (nonostante la forte spinta sull'impianto ritmico) che altrove semplicemente svanisce, incalzata da scelte d'arrangiamento e di impianto ben più ardite e fantasiose.

Già più caratterizzante è invece “Run Away With Me”, secondo singolo di lancio, che sotto l'apparente affratellamento con l'altro estratto invece amplia lo spazio sonoro a dismisura, colmandolo di imponenti cornici ritmiche e una grana melodica più grintosa, per non dire epica, che increspata da echi di sax ottantiano svela una semplicità di costruzione che non fa minimamente rima con banalità.
Ma non finisce di certo qui: l'inventiva nelle tessiture e nei pattern porta l'operato di Carly a sfidare i confini della propria ricerca pop, portandola ripetutamente a esondare in dintorni di notevole imprevedibilità. Tanto nella tracklist principale quanto in alcuni dei gioiellini (inspiegabilmente) inclusi nelle due diverse edizioni deluxe, il desiderio è quello di un'esplorazione senza sosta, di una curiosità che conduce a potenziare la palette espressiva con opache cromie hard-house (il capolavoro “Warm Blood”, forse la migliore prova di Rostam Batmanglij dei Vampire Weekend in cabina di regia), oppure a rafforzare le tenui coloriture del timbro vocale cucendovi attorno abiti sonori di frizzante eclettismo elettrico (i bassi simil-techno di “Gimmie Love”, le asprigne, quasi psichedeliche, modulazioni electro di cui si avvale per l'appunto “L.A. Hallucinations”).

Tanto lavoro sul ritmo e le rifiniture d'arrangiamento, in definitiva, ma anche quando la velocità s'appiana, optando per una maggiore intensità di trasporto, la cura nella scrittura non passa mai in secondo piano. Anzi, è proprio in tali frangenti che la Jepsen mette in chiaro di aver maturato in modo decisivo la propria sensibilità autoriale, di saper andare al di là del suo piccolo orticello. Eccola, su beat sparsi e filtrazioni vocali sulla via di Imogen Heap, a raccontare di sommovimenti interiori ed epiche private in “Favourite Colour”, brano che in mano a una divetta indie qualunque sarebbe diventata una hit minore. Eccola poi, con il voluttuoso contributo di Dev Hynes in fase di composizione, a mostrarsi balladeer accorata e commovente, in una superba costruzione sophisti-pop sulla quale l'autrice si muove come se fosse da sempre il suo ambito d'elezione, giostrando tempi e interpretazione in un disegno complessivo che sa farsi accattivante, nonostante la maggiore complessità delle tessiture musicali.

La verità è che, al di fuori di qualche raro inciampo (“I Didn't Just Come Here To Dance”, con una base che potrebbe essere il riciclo di un dance-mix di Celine Dion, il disegno melodico un po' più usuale di “Boy Problems”, che allo stesso tempo gode di alcuni staccati di basso tra i più imponenti in circolazione), ci si potrebbe senza alcun problema lanciare in un'analisi track-by-track del lavoro, e difficilmente incappare in soluzioni ripetute, tanta è la cura che è stata infusa ad ogni grado di realizzazione.
Al di là di tutte le considerazioni che si possono esprimere, quel che è più significativo è che, in un mondo mainstream ossessivamente votato (con rare eccezioni) al formato-singolo, l'artista canadese, a costo di vedere il suo disco competere ben sotto le aspettative, ha deciso di imbastirne uno che stesse sui suoi piedi da solo, con tutto il dispiego di forze necessario. Non sarà mai una popstar dai grandi numeri, Carly Rae Jepsen, ma se continuerà a esprimersi su questi livelli, non credo che poi per lei sarà questo grande cruccio.

(26/09/2015)

  • Tracklist
  1. Run Away With Me
  2. E·MO·TION
  3. I Really Like You
  4. Gimmie Love
  5. All That
  6. Boy Problems
  7. Making The Most Of The Night
  8. Your Type
  9. Let's Get Lost
  10. L.A. Hallucinations
  11. Warm Blood
  12. When I Needed You
  13. Black Heart (deluxe edition bonus track)
  14. I Didn't Just Come Here To Dance (deluxe edition bonus track)
  15. Favourite Colour (deluxe edition bonus track)
  16. Never Get To Hold You (Japanese edition bonus track)
  17. Love Again (Japanese edition bonus track)
  18. I Really Like You (Liam Keegan remix radio edit) (Japanese edition bonus track)




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