Steve Hauschildt

Where All Is Field

2015 (Kranky) | synth-ambient, neo-kosmische

Dallo scioglimento degli Emeralds sono passati ormai tre anni, e va detto che la mancanza del magic trio che ha letteralmente re-innalzato la synth-music a linguaggio contemporaneo si sente parecchio. E mentre in tutto questo John Elliott si dedica ormai a tempo pieno alla sua Spectrum Spools e Mark McGuire continua a sfornare due-tre dischi all'anno raramente degni di nota (ultimo bollettino meritevole ad oggi è “Get Lost”, anno 2011), Steve Hauschildt si sta lentamente imponendo come l'unico vero erede dell'ingente esperienza collettiva. Dopo l'imperdibile compilation siglata con le proprie iniziali per Editions Mego due anni fa, il tastierista torna a incidere per Kranky con un disco che opera la sintesi decisiva tra la tesi geometrica e progettuale di “Tragedy & Geometry” e l'antitesi istintiva e diretta proposta in "Sequitur", portando la sua arte a uno stadio decisivo e definitivo.

Hauschildt torna dunque a concentrarsi sul sound e sulle sue componenti strutturali, costruendo analogie e successioni per contrasti e sfumature, studiando e sviluppando contemporaneamente melodia e costituzione dei souni. E creando quattordici autentiche instrumental song, capaci di porsi in equilibrio sul confine tra geometria formalmente ammaliante e quella concretezza e spontaneità (quasi) pop acquisita proprio attraverso le poliedriche tentazioni di "Sequitur". Ne è un sensazionale esempio “Arpeggiare”, lezione di classe ma anche carillon commovente, che ricalca in sette minuti le intuizioni della Suzanne Ciani di “Seven Waves” aggiornandole al presente. Su una falsariga simile anche il tappeto colorato di “Vicinities” e la più danzereccia (per quanto meno suggestiva) “Aequus”, in contatto diretto con la strada tracciata dai rework di Donato Dozzy su “Vaporware”.

La partenza immersiva di “Eyelids Gently Dreaming” muove da un legame con l'onirico, riproposto dal bagno fantasioso fra armoniche e tintinni di “Anesthesia” all'abisso illuminato e liquido di “A Reflecting Pool”. L'impianto narrativo si gioca su una dialettica tra sogno e fantasia, sulla falsariga del surrealismo di Ernst citato dallo stesso Hauschildt come fattore ispirativo principale. Oscillazione che raggiunge un apice nella commovente ballad della title track, forse il pezzo più “reale” di un lotto in cui il fantastico si genera comunque attraverso la suggestione sonora (e non viceversa). E sebbene ciascun brano proponga una diversa ambientazione, la coesione della tracklist non viene mai meno. Al punto tale che la cavalcata nebbiosa di “In The Spite Of Time's Disguise” riesce a intrecciarsi (e ritrovarsi) nell'Eden muscolare di “Caduceus”.

Anche laddove il legame con l'ingente passato si palesa maggiormente, Hauschildt riesce a “piegare” la tavolozza sonora alle proprie esigenze espressive, come nel paradiso disegnato con i colori del cosmo di “The World Is Too Much With Us” o nell'avventura labirintica nella notte stellata di “Sundialed”.
Sul finale di “Centrifuge” a far scendere una lacrima ci pensa infine una distorsione che pare quasi riecheggiare i lunghi monologhi della chitarra di McGuire. Un lampo, un ricordo di un momento che Hauschildt pare quasi concedersi, consapevole di aver raggiunto qui una dimensione sonora completa, peculiare e personale, nonché appunto (per il momento) definitiva. Un traguardo con cui in futuro si dovrà fare i conti, e forse la vera personalità del “nuovo” Re solitario della synth-music verrà fuori proprio lì. Per il momento, però, il trono è indiscusso.

(21/10/2015)

  • Tracklist
  1. Eyelids Gently Dreaming
  2. Arpeggiare
  3. A Reflecting Pool
  4. Anesthesia
  5. Vicinities
  6. Edgewater Prelude
  7. In Spite Of Time's Disguise
  8. Where All Is Fled
  9. The World Is Too Much With Us
  10. Aequus
  11. Caduceus
  12. Sundialed
  13. Lifelike
  14. Centrifuge
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