Annalisa

Se avessi un cuore

2016 (Warner Bros) | elettropop, pop

Strana storia, quella di Annalisa Scarrone. Il 2010 era stato l'anno di Emma Marrone, affermatasi - come la collega - nel talent-show "Amici": voce rauca, forte, grezza, priva di qualsivoglia raffinatezza, che sfocia spesso e volentieri in urla, il tutto subordinato a una personalità aggressiva e populista, a un look da rockeuse e a una storia personale che ha subito fatto breccia nel cuore del pubblico del programma, e non solo. In questo assurdo circolo del cattivo gusto marroniano sembrava strano che, sempre in grembo alla De Filippi e nel medesimo anno, stesse nascendo un talento dalla voce cristallina e "minesca" (come la definisce la sua maestra Danila Satragno, già collaboratrice di De André e Lauzi), che a Gianna Nannini preferisce Björk.

Ma, nonostante Annalisa abbia più di cinquanta canzoni depositate alla Siae, una vocalità strepitosa e tanta ambizione, il suo percorso non è caratterizzato da grandi picchi qualitativi; se escludiamo il discreto "Non so ballare" del 2013, contenente - ad esempio - la ballata naif "Alice e il blu" e la boutade "Io tu e noi", rimane infatti ben poco.
Ed è proprio la sua ambizione l'ostacolo più grande alla sua ascesa come artista. La cantante savonese ha pubblicato dal 2011 ad oggi quasi un album all'anno, senza riuscire a tracciare una vera e propria strada artistica da seguire, adeguandosi anzi di volta in volta ai prototipi in voga al momento: prima il vintage che ripesca a piene mani dagli anni 60, poi lo stile insipido e zuccheroso alla Alessandra Amoroso, infine il pop ben confezionato dal piglio quasi autorale del già citato "Non so ballare", per passare alla produzione di Francesco Silvestre (meglio conosciuto come Kekko dei Modà - sic!) dello scorso anno, mentre quest'anno, come prevedibile, Annalisa si tuffa nell'elettro-pop.
Il progetto discografico è chiaro: trasformare Annalisa in una superstar di massa. Da ragazza timida e severa, incapace di ballare, alla trasformazione in popstar tutta balletti e coreografie alla Katy Perry, acconciature e vestiti stilosi e beat da discoteca in spiaggia, il passo è stato breve. A rimarcare la differenza col passato ci pensa anche il duetto con Rocco Hunt, in uscita proprio in questi giorni, nel brano "Stella cadente", che altro non è se non una sorta di "Mary" parte seconda, per l'attuale generazione di teenager che nel 2001 forse non erano neanche nati.

Annalisa sembra entusiasta della sua ultima fatica discografica "Se avessi un cuore", e svela alla stampa adorante che è l'album che ha sempre desiderato realizzare. Ascoltandolo però le perplessità aumentano di volta in volta.
Troppo spesso quello che dovrebbe essere il ritornello di un brano si risolve in un beat modaiolo, il che in certi casi funziona ("Se avessi un cuore"), ma il più delle volte no, in quanto è una soluzione di cui in questo album si abusa. Non sorprende che la cosa finisca presto per annoiare. Andando al cuore della questione, ossia la svolta elettronica, essa non sembra invero pervenuta: spesso e volentieri, infatti, ritornano la litanie che hanno caratterizzato gran parte delle canzoni interpretate in precedenza da Annalisa, vestite di un abito leggermente diverso ("Coltiverò l'amore"). E se ogni tanto fa capolino un discreto spunto musicale, esso viene puntualmente spento da un testo privo di mordente e a volte privo di senso ("Le coincidenze").
Ci si lamenta sempre dello scarso livello dei cantanti odierni, ma siamo sicuri che non vi sia anche penuria di autori, troppo impegnati, almeno nel mainstream nazionale, a scrivere canzonette di facile presa e dai testi dozzinali?

Due parole meritano però le uniche due canzoni di "Se avessi un cuore" in grado di attirare l'attenzione: da una parte l'evocativa "A cuore spento", in cui la purezza della voce della Scarrone riesce a tradursi in un certo carico drammatico, e dall'altra "Il diluvio universale", che convince più nella versione su disco che nell'interpretazione sanremese. Perché l'arraggiamento può fare davvero tanto in una canzone. Qua la Scarrone cerca di rifarsi e tornare alle origini, a quel gusto per la raffinatezza e l'esecuzione alla Mina che tanto ha sempre ricercato. Ma l'esperimento non riesce, soprattutto per quanto riguarda il testo: caotico, senza capo né coda, forzato; ce ne sarebbero tanti, troppi di passaggi in questo brano che andrebbero gettati nel cestino ("ma stasera rimango a casa/ a cucinare la vita/ come fosse un buon piatto da buffet"). Sembra inoltre che le strofe - in cui si avvertono svariate forzature - siano totalmente slegate rispetto al ritornello, che invece funziona. Anche il testo sembra riferirsi a due storie differenti, il che fa pensare che la canzone sia il frutto di due diversi nuclei melodici, che si è tentato di conciliare e unificare. Nel complesso "Il diluvio universale" risulta un pezzo molto pretenzioso e un'occasione sprecata.

Nella sua pochezza, "Non so ballare" risulta un lavoro costruito ad hoc dalla casa discografica, privo di contaminazioni, innovazione, spunti, qualità. Volutamente mediocre, allontanerà quella fetta di pubblico più fine ed esigente che aveva fino a questo punto seguito Annalisa, nella speranza che potesse un giorno tirar fuori dal cappello una bella sorpresa.

(26/09/2016)



  • Tracklist
  1. Se avessi un cuore
  2. Leggerissima
  3. Noi siamo un'isola
  4. Coltiverò l'amore
  5. Uno
  6. Potrei abituarmi
  7. A cuore spento
  8. Inatteso
  9. Le coincidenze
  10. Quello che non sai di me
  11. Il diluvio universale
  12. Used to You




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