Emma Pollock

In Search Of Harperfield

2016 (Chemikal Underground) | songwriter, chamber-folk

The light we see is from times unknown
Put in the place the troubles we are shown
We are the root, we are the branch
We are the product of a million chances

Al terzo lavoro solista dopo l'avventura nei Delgados, anche per Emma Pollock è arrivato il momento di scoperchiare il baule dei ricordi e mettersi a guardare le fotografie archiviate senza un apparente criterio. La prima delle quali, almeno in ordine di importanza, altro non è che la copertina di questo album, una vecchia istantanea che rappresenta il padre Guy Pollock in un momento apparentemente qualsiasi della sua quotidianità. E chissà che non sia proprio questa, in fin dei conti, la madeleine di Proust-iana memoria dalla quale si scatena il flusso dei flashback che sottendono le liriche e gli umori di “In Search Of Harperfield” (un luogo-simbolo, quest'ultimo, delle radici e dell'infanzia stessa di Emma Pollock). Ricordi dai quali scaturiscono pensieri che verrebbe voglia di definire universali: il trascorrere degli anni, i cicli generazionali, il senso stesso dell'esistenza.

Va però detto, a scanso di equivoci, che “In Search Of Harperfield” - prodotto dal marito Paul Savage - non rappresenta né una narrazione didascalica né un'opera in cerca di facili empatie o dispensatrice di pillole filosofiche. Ciascun singolo frammento viene sviluppato in modo differente e inserito nel contesto della trama, senza mai ergersi a vero protagonista, mentre ogni canzone percorre una strada sempre diversa e sempre nuova, abbracciando via via il pop-rock, il folk, il chamber-pop, se non magari un miscuglio di questi stili. Una tavolozza di soluzioni che la Pollock imbraccia con uno stile sempre forte e riconoscibile, a tratti graffiante, talvolta in punta di piedi.

Laddove i precedenti “Watch The Fireworks” (2007) e “The Law Of Large Numbers” (2010) sfoggiavano ottimi singoli - come non citare “I Could Be A Saint”? - ma calavano un poco sulla lunga durata, questo terzo capitolo pubblicato per l'etichetta di casa Chemikal Underground si fa apprezzare non solo nel carattere peculiare ed esatto di ogni singolo brano, ma anche (e forse soprattutto) nella lucidità e nel tocco personale che tirano i fili invisibili di un insieme più orchestrato e sontuoso.
Le ispirate “Don't Make Me Wait” e “Clemency” prediligono l'eleganza alla frivolezza, e anche i capitoli ammantati da una intima sacralità, come l'ariosa “Cannot Keep A Secret” o le più austere “Intermission“Alabaster”, invitano l'ascoltatore a esplorare una dimensione privata, a prenderne parte, fino a lasciarsi trasportare dai dolci arpeggi della meravigliosa “Dark Skies”.

Anche quando la cantautrice scozzese decide di percorrere la strada più accidentata e sopra le righe, come nel caso di “Parks And Recreation”, un'impercettibile dose di garbo – o forse di pudore - impedisce all'insieme di scadere di tono. Il country-rock obliquo di “Vacant Stare”, le aspirazioni pop di “In The Company Of The Damned” e il cantautorato folk di “Monsters In The Pack” arricchiscono una scaletta in continua mutazione, che si chiude infine sui battiti sintetici della trasognante “Old Ghosts”. Vecchi fantasmi dai quali è difficile sbarazzarsi, e con i quali allora tanto vale passare ancora un po' di tempo, trasformando la memoria in arte.

(08/03/2016)



  • Tracklist
  1. Cannot Keep A Secret
  2. Don't Make Me Wait
  3. Alabaster
  4. Clemency
  5. Intermission
  6. Parks and Recreation
  7. Vacant Stare
  8. In The Company Of The Damned
  9. Dark Skies
  10. Monster In The Pack
  11. Old Ghosts
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