Sarram

Four Movements Of A Shade

2018 (Midira) | post-metal, drone music

Il chitarrista cagliaritano Valerio Marras, già in act locali come Thank U For Smoking e Charun, si distacca prendendo il nome di Sarram e avvia una carriera solista per chitarra ed elettronica. Ne risultano quelli che sono più poemi sinfonici che componimenti rock, tumultuosi e imponenti. Il primo, “A Bolu, In C” (2017) è una scorsa di trentasette minuti che riprende denominazione e uso libero della tonalità dalla “In C” di Terry Riley, secondo un’ampia serie di episodi digradanti uno nell’altro, sfruttando all’inverosimile riverberi psichedelici, distorsioni eteree e gassose, solenni marce oscure, un affresco con tratti d’epicità.

Il secondo, “Four Movements Of A Shade”, non vi si distacca ma ne affina la visione. Inizia con un rombo un po’ organo a canne e un po’ detonazione al ralenti, da cui si leva uno strimpellio forgiato dal silenzio in stile “If I Could Only Remember My Name” di David Crosby, schiantato poi da un riff più regolare metal-gaze con echi tintinnanti. Marras plasma un tema diafano alla Bark Psychosis come un artigiano del vetro forgerebbe una forma astratta, sovrastato in dissonanza da un disegno più torbido: le due componenti infine fondono una con l’altra in un immane bordone di cornamuse cosmiche. Non molte altre idee affiorano da qui al finale (glissandi, inni, accordi distorti e simil-organi, tutto sempre in crescendo e raddensando), che è invece un’alta gloria di note paniche corali.

Tutto chiaro fin dal titolo: ripartito in quattro movimenti ma con un fluire compatto, a parte lo stacco della chiusa, molto più alimentato da impressioni sfumate che da reali scansioni. Registrato in una sola sessione, come in un live in studio, del tutto improvvisato, giustamente privo di partitura. C’è un’alternanza un po’ fiabescamente ondulante tra bene e male, tra attimi cristallini e toni foschi, vicino agli stereotipi di genere, ma pure ai tocchi di quei mastri della chitarra che cavarono molto dal poco, da John Fahey a Peter Green a Roy Montgomery. Quaranta minuti di musica ridondante e grandiosa, gotica nel senso più spirituale, con uno stupore tendente all’eternità. Master di un asso del settore, James Plotkin.

(06/11/2018)

  • Tracklist
  1. I
  2. II
  3. III
  4. IV
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