Spring

Spring

La primavera del romanticismo prog

di Francesco Nunziata

Tra la miriade di oscure formazioni che, all'alba degli anni 70, si incamminarono lungo il sentiero del suono progressivo, gli inglesi Spring continuano a occupare un posto di rilievo nel cuore degli appassionati, grazie a un miracoloso equilibrio tra radici folk, malinconico spirito pop e la maestosa imponenza del mellotron. Ne ripercorriamo la brevissima ma intensa parabola

C'è qualcosa, nel modo in cui la primavera si manifesta in Inghilterra, che mi ricorda un cucciolo timido che cerca di farsi degli amici. Fa un avventato passo avanti, se la svigna terrorizzato, poi striscia di nuovo in avanti, timoroso, e infine, acquistata fiducia, si avventa con impeto e gioia.
(P. G. Wodehouse)

"Memories of us as we walk in the rain"

L’8 gennaio del 2011, all’età di 63 anni, Pat Moran perdeva definitivamente la sua battaglia contro una lunga malattia. Per gli appassionati di rock, quel nome non era certo nuovo: Pat aveva infatti lavorato come ingegnere del suono con band quali Queen, Rush e Van Der Graaf Generator. Negli anni Ottanta, quindi, aveva prodotto, tra gli altri, Iggy Pop, Hawkwind, Robert Plant e Big Country. Tuttavia, a me piace ricordarlo soprattutto per aver fondato, all’inizio degli anni Settanta, una delle formazioni di culto di tutto il progressive: gli Spring.

Figlio di immigrati irlandesi che si erano stabiliti in quel di Leicester, Pat si avvicinò alla musica durante gli anni delle superiori, dedicandosi alla batteria. E’ il 1965 quando, insieme ad alcuni amici, fonda gli Sleepy John's Opus, poi conosciuti come Sissy. Nel frattempo, la rivoluzione del progressive è alle porte e anche i ragazzi di Leicester vogliono dire la loro. Così, tra diversi cambi di formazione e qualche sporadica esibizione dal vivo, nel 1969 - anno in cui esplode la bomba “In The Court Of The Crimson King” dei King Crimson – prendono forma gli Spring, formazione che si stabilizzerà nella sua classica line-up solo alle soglie dei Settanta: Pat Moran (voce, mellotron), Ray Martinez (chitarra 6 e 12 corde, mellotron), Adrian “Bone” Maloney (basso), Pique Withers (batteria, glockenspiel) e Kips Brown (piano, organo, mellotron).
La band s’impone subito come un piccolo caso, visto che ben tre dei musicisti della line-up utilizzano uno degli strumenti più caratteristici del prog-rock. A spalancarle le porte di uno studio di registrazione ci pensò, quindi, il Destino: dopo un concerto in quel di Cardiff, la band si ritrovò appiedata, nel bel mezzo della campagna gallese, per un guasto al furgone. Non molto distante, c’erano i Rockfield Studios, fondati nel 1963 dai fratelli Kingsley e Charles Ward. Si trattava dei primi studios “residenziali” della storia, cioè predisposti per ospitare gli artisti nella pace della campagna e metterli nelle migliori condizioni possibili in vista delle registrazioni. Colpito dalla coincidenza, Kingsley Ward (che da tempo si dannava l’anima per individuare qualche artista o band di talento) si lasciò ammaliare dalla presenza del mellotron, tanto da invitare i cinque giovani musicisti per la settimana successiva, così… giusto per capire se potesse scattare la scintilla. Alla fine, le cose andarono per il verso giusto, perché il produttore Gus Dudgeon, che era andato a fare una visita ai fratelli Ward, li ascoltò, se ne innamorò e propose loro di produrgli qualcosa. Di lì a registrare un disco intero, il passo fu breve.

springfront_02Pubblicato dalla Neon Records nel 1971 con splendida copertina apribile di Keef, al secolo Keith MacMillan, il primo e unico disco ufficiale degli Spring (8 tracce; 40:14) è uno degli esordi migliori di tutto il progressive, un disco commovente in cui radici folk, malinconico spirito pop e voglia di allargare gli orizzonti musicali vanno di pari passo con un’invidiabile compattezza sonora, quest’ultima merito anche dell'apporto di Dudgeon che registrò i brani dal vivo, aggiungendo successivamente giusto qualche overdub.
Il disco si apre con la dolcissima elegia di “The Prisoner (Eight By Ten)”, con i tre mellotron che, all’unisono, scolpiscono un fraseggio carico di delicata rassegnazione, mentre la sezione ritmica alterna passo marziale e digressioni in sospensione. Accarezzato dalla voce di Moran, il brano dà voce al lamento di un prigioniero che, dopo essere tornato a casa, scopre di essere ormai completamente solo (“Friends aren't waiting/ Contemplating/ Or concerned in/ My returning”), tanto da porre fine alla propria vita suicidandosi (tutta la parte finale sembra accompagnarlo verso questo gesto estremo con una progressione carica di fatalità). L’attacco della superba “Grail” (a mio avviso, il capolavoro assoluto della band, oltre che uno dei pezzi di romanticismo prog più belli di sempre) toglie il fiato: uno sgorgare irreale di fragranze atemporali, con Moran a declinare tormenti interiori (“If I lay my hands on the Grail/ Show concern with anguish, soon to lose” e, soprattutto, il memorabile ritornello: “Nights go on when days pass by/ Storms blow up and darkness rules my sky”), prima che lo scenario muti e il basso distorto e la batteria assumano connotati monumentali, trasportandoci dapprima lungo vette King Crimson e, quindi, attraverso declivi jazz-folk. Quando, poi, il cerchio si chiude, si torna là dove tutto era iniziato: l’atmosfera è ancora sognante, ma adesso i mellotron respirano a pieni polmoni e in coda si va di epico trionfo. “Boats” è scintillante magia folk (l'austera delicatezza della voce, il respiro cristallino della 12 corde, il riff bluesy all’elettrica) e rappresenta un momento di pura poesia della memoria, con Moran che ha un non so che di fatalistico nella voce quando intona i versi: “Sitting and watching the Boats on the River/ The last train from the station that takes you away/ Though I was taken, you left me forgiven/ Is this the way that you leave me to stay”).
Nella successiva "Shipwrecked Soldier", le ritmiche marziali tornano in pompa magna, dapprima doppiate con variazioni di ottave dal mellotron, dunque come poderoso retrovia di un fraseggiare più marcatamente rock che continua a svolgere le trame di un inno antimilitarista, in perfetta sintonia con l'immagine della copertina (“Orders given, rule my living/ There can be no turning back/ But in the end, my only friend/ Was a dead man dressed in black”), risolvendosi alfine in una tempestosa coda che sembra voler riprodurre il suono di un attacco aereo.

“Golden Fleece”, aperta da una malinconica spirale di mellotron, rappresenta un altro grande esempio di fusione tra animo folk-pop e viscere prog, in un crescendo di ebbrezza agrodolce che esplode tra supernove sinfoniche che stanno a metà strada tra l’urlo liberatorio della gioia e quello della disperazione più cupa (“Free them from their disillusioned minds”), per poi deragliare, ma sempre con cautela, tra variazioni jazz-blues per chitarra elettrica e organo, splendidamente sostenute dalla premiata ditta Withers-Maloney. L’enfasi si assottiglia lentamente in un finale per dolci ricami di organo. L’impianto dell’accattivante “Inside Out” rimescola contraddizioni all’ombra di influenze hardeliche, continuando a mostrarci una band che non spreca mai una nota, anzi, lavora sempre di stratificazioni e sfumature quasi con nonchalance.
Nella ballata pianistica di “Song To Absent Friends (The Island)”, per certi versi memore dell’Elton John più intimista (un anno prima, Dudgeon ne aveva prodotto il disco omonimo), Moran canta del tempo in cui i sogni illuminavano il suo cammino, prima che la realtà avanzasse le proprie pretese: “Once I was the Dreamer/ Now my dreams are past and gone/ Like the Waves along the Shoreline/ To the Isle that is no one”. Al mellotron ancora il compito di inaugurare l’ultimo pannello del disco, “Gazing”, che apre su scenari di desolazione, lasciando il passo a un arabesco onirico che prelude a un drammatico intermezzo dominato da sonorità più dure.
Nell’edizione rimasterizzata del disco, uscita su Laser's Edge nel 1992, compaiono tre bonus track. La prima, “Fool's Gold" è, incredibile ma vero, un’outtake delle session del primo disco che mescola rasserenati paesaggi folk-rock e impennate hard-rock che preludono a eccitanti fughe strumentali. Dalle session per il secondo disco, arrivano invece la cadenzata e blueseggiante “Hendre Mews” (dominata dall’organo Hammond, che nel frattempo pare avesse preso il sopravvento sull’amato mellotron) e il midtempo elastico, con contrappunti di chitarra acustica, di “A Word Full Of Whispers".

In seguito a un discreto successo dell’esordio nell’underground inglese, gli Spring ebbero l’occasione di aprire alcuni concerti dei Velvet Underground, ma le cose precipitarono da un momento all’altro a causa del fallimento della Neon Records. Così, anche le tracce che stavano preparando in vista del disco numero due restarono negli archivi (la Rca si rifiutò di pubblicarle), fino al 2007, quando la Second Harvest rilasciò quel materiale. 2 (9 tracce + 3 bonus; 57:40) va ovviamente preso per quello che è: una raccolta di brani non del tutto completi, anche se non manca, qua e là, qualche spunto interessante.
Come si è detto, il mellotron è passato in secondo piano, mentre la band mostra di voler tentare strade nuove, inserendo fiati in partiture comunque tortuose (“Jack & Jim”), lavorando su inquieti scenari fiabeschi e divertissement cabaret-jazz (un’altra versione di “Hendre Mews”), proponendo ballate che solo lontanamente ricordano il tormentato romanticismo del primo disco (“Painted Ship”, “Losers”, “Fernley Avenue”, quest’ultima con un bell’assolo di Martinez alla chitarra acustica), ritornando con più decisione su lidi progressivi in “Get My Share” e con l'evidente richiamo agli Emerson, Lake & Palmer di “High Horse", fino a sfiorare, dunque, il pop puro e semplice in “Helping The Helpless”.

In seguito allo scioglimento della band, Pat Moran avviò la sua carriera di ingegnere del suono, varando nel 1978 un innocuo progetto soft-rock (gli Airwaves), mentre Ray Martinez divenne un discreto sessionman. Degli altri (fatta eccezione per Withers, che fu reclutato dai Dire Straits) si persero le tracce.

Spring

La primavera del romanticismo prog

di Francesco Nunziata

Tra la miriade di oscure formazioni che, all'alba degli anni 70, si incamminarono lungo il sentiero del suono progressivo, gli inglesi Spring continuano a occupare un posto di rilievo nel cuore degli appassionati, grazie a un miracoloso equilibrio tra radici folk, malinconico spirito pop e la maestosa imponenza del mellotron. Ne ripercorriamo la brevissima ma intensa parabola
Spring
Discografia
 Spring (Neon Records, 1971)

 

 2 (Second Harvest, 2007) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video
Spring su OndaRock
Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.