L'esperienza con Daevid Allen dura però molto poco, giusto in tempo per registrare alcuni demo. Nel febbraio del 1967 i quattro Soft Machine esordiscono ufficialmente con il 45 giri di "Love Makes Sweet Music/ Feelin' Reelin' Squeelin'", prodotto da Chas Chandler e Kim Fowley. Il successo è tale che ad aprile iniziano i preparativi per l'Lp di debutto, sotto la supervisione di Giorgio Gomelsky, ma nei fatti l'album vedrà la luce soltanto nel 1972 con il titolo Faces And Places Vol. 7. Per qualche strana ragione, il disco verrà poi ristampato con diversi nomi, tra cui Jet-Propelled Photographs e At The Beginning. Eravamo quattro futuri bandleader e per la maggior parte del tempo eravamo in guerra gli uni con gli altri per questioni di ego: una grande lotta per il potere. Avevamo tutti opinioni molto precise.
(Daevid Allen)
Nel corso del 1967, i Soft Machine vedono accrescere il loro successo e diventano in breve tempo una band di culto, grazie agli spettacolari light show di Mark Boyle. Suonano inoltre diverse volte con i Pink Floyd, riscuotendo un notevole consenso tra il pubblico dell'Ufo Club e al celeberrimo festival del 14 Hour Technicolor Dream, davanti a qualcosa come diecimila spettatori. Purtroppo di queste vecchie esibizioni poco e nulla ci è rimasto, ad eccezione dei nastri di Middle Earth Masters (2006), registrati poco dopo l'abbandono di Daevid Allen. Come accennato in precedenza, al ritorno da un tour francese la macchina morbida perde infatti il folletto australiano e il trio superstite vola verso gli Stati Uniti, dove hanno inizio i lavori per il debutto ufficiale in long playing.
La perdita di Ayers ha però anche un altro effetto, lasciando Wyatt come unico vocalist: proprio per questo, l’album vede una notevole espansione dell'uso della sua voce come strumento - importante quanto la sua batteria - e suoi lamenti vocali forniscono una struttura ulteriore alla canzone. Se alcune parti di questo album contengono ancora gli ingredienti delle psichedeliche jam del disco d’esordio, il suono generale è tuttavia più disciplinato. L'influenza di Wyatt è ancora forte nei testi patafisici, con una spiccata tendenza all'assurdo e al nonsense. Anche Hopper si ritaglia una buona fetta del songwriting e, conoscendo le sue composizioni più serie degli anni a venire, è inaspettatamente responsabile di molti brevi brani divertenti. D’altra parte, Ratledge si fa portavoce della tracce più complesse ed è il firmatario delle due composizioni più lunghe del disco.
Sembra passato un secolo rispetto all’esordio, che risentiva ancora moltissimo della musica beat; qui la maturità è davvero ai vertici, pur perdendo qualcosa della naïveté dei primi giorni. La storia successiva del gruppo è invece segnata dalla personalità di Ratledge, che inizia a fare ombra sulle idee di Wyatt, dando vita a un processo che porterà inevitabilmente alla separazione del batterista dai Soft Machine. In effetti, si può dire che la continuazione ideale dei Soft Machine non sia Fourth, ma piuttosto i due album dei Matching Mole. Il ruolo di Wyatt in Third è stato infatti ridimensionato a quello di mero batterista, salvo in “Moon In June”, l’ultimo suo contributo, in cui è stato lasciato libero di esprimersi come meglio crede. Confesserà più avanti: "Ero molto più interessato di loro all’assurdità come elemento liberatorio". Io e Mike non sopportavamo il modo di cantare di Robert. Le sue parti cantate erano state eliminate e lui era sempre meno contento della scarsa considerazione in cui io, Mike ed Elton tenevamo le sue idee. Noi non lo sopportavamo proprio più e lui si scoraggiò parecchio: non osando presentarci sue composizioni perché sarebbero state canzoni, cominciò a fare altro.
(Hugh Hopper)
Per un certo periodo i Soft Machine si esibiscono in una formazione a sei - che ricorda quella dei Weather Report - assieme a Elton Dean, Nick Evans e Mark Charing, prestati al gruppo dall'orchestra di Keith Tippett. Il vertice della loro carriera lo raggiungono tuttavia il 13 agosto del 1970, quando diventano il primo gruppo rock chiamato a esibirsi ai Proms, uno dei più importanti festival mondiali di musica classica con sede alla Royal Albert Hall. Quella sera sul palco sono in quattro, l'esibizione non è delle migliori e Wyatt viene visto piangere nei camerini. I problemi non possono più essere nascosti.
Dopo Third, appare evidente fin dall’emblematica copertina di Fourth un deciso cambio dei rapporti esistenti nel trio. Nella fotografia spicca in primo piano Ratledge, sempre più leader dei Soft Machine; Wyatt è in disparte, dietro la figura dominante del tastierista, addirittura Hopper e il sassofonista aggiuntosi Elton Dean non sono pervenuti, ma appaiono solo nel retro. Wyatt confessa a proposito di questa svolta: "La scelta tra essere un onesto e bravo batterista di jazz-rock o imboccare una strada più personale e meno inflazionata in realtà non avvenne; in quel periodo ero abbastanza intrattabile: bevevo molto e più bevevo più diventavo nevrotico. Alla fine fui invitato ad abbandonare il gruppo, anche se 'Fourth' lo suonai, si può dire, con spirito da session-man". La separazione è figlia anche dell’eterno problema dell’alcolismo, oltre alle divergenze musicali.
Wyatt ha solo due possibilità: o diventare uno scrupoloso batterista jazz à-la Billy Cobham o Jack DeJohnette, oppure intraprendere strade nuove e personali. È sorprendente pensare quanto questo sia potuto succedere dopo che il contributo di Wyatt ai Soft Machine aveva portato alla creazione di brani immortali quali “Moon In June”. Ma il cambio ormai c’è stato e non solo nei rapporti umani: è in primo luogo musicale. In Fourth le velleità sperimentali e giocose dei primi tre album sono soltanto un ricordo sbiadito. La rigidità di Ratledge porta Wyatt a lasciare la band per intraprendere una nuova avventura con i Matching Mole e poi come solista, dove troverà maggiori spazi di libertà creativa, soprattutto dopo il tragico incidente che lo costringerà a inventarsi una nuova vita. Fourth rimane comunque un buon album jazz-rock, egregiamente eseguito, con spunti sempre interessanti; in particolare, la lunga e complessa suite “Virtuality” - divisa in quattro parti sulla falsariga di “Slightly All The Time” - che copre interamente la seconda facciata, resta una delle composizioni più ambiziose scritte da Hugh Hopper.
I restanti brani - l’energica “Teeth”, la sognante “Kings And Queens” e la frenetica “Fletcher's Blemish” - sono invece ottimi esempi di un impeccabile jazz-rock d’accademia.
Da 1971 in poi, tutta la scena di Canterbury inizia a esplorare nuovi suoni e sperimentazioni. Nei Soft Machine questo si traduce in una drastica riduzione della precedente democrazia interna, persa a causa dell’egemonia delle idee di Ratledge, che cerca di avvicinarsi il più possibile agli album di Miles Davis. Wyatt, sbattuto fuori dalla sua band, fonda i Matching Mole e viene sostituito in Fifth (1972) da Phil Howard sul primo lato e John Marshall sul secondo: due batteristi diametralmente opposti, che dividono il disco a metà in due compartimenti stagni. Il risultato è un'opera molto ambigua e per certi versi più affine agli atti dei Nucleus, i cui componenti saranno pressoché gli stessi dei nuovi Soft Machine.
Come la copertina dell'album, la musica tende a essere piuttosto oscura e minimale, soprattutto grazie all'apporto del sax di Elton Dean, che entra in corsa nella macchina come co-pilota di Ratledge. L'unico fil rouge col passato è quello di "Pigling Bland", in origine composta da Ratledge nel 1969 come coda per "Esther's Nosejob" del secondo album. Il contributo di Hugh Hopper è ridotto al minimo e, dopo l'inclusione del sassofonista Karl Jenkins che domina di fatto il doppio e fortunatissimo Six (1973), decide anche lui di avviare una propria carriera solista. Hugh ne ha abbastanza di suonare musica sempre più scritta e pensa che che la band sia diventata troppo seria, mancando del divertimento degli anni precedenti. L'annuncio definitivo del suo abbandono è racchiuso nei suoni infestati di "1983", canzone che si collega all'esordio solista di Hopper con "1984", avvenuto nello stesso anno.
Six si compone di un album live e uno in studio; nel secondo possiamo trovare le tracce migliori, tra cui "The Soft-Weed Factor" (in allusione al titolo del romanzo di John Barth) che avanza come un ipnotico slow motion di tastiere intrecciate, la già citata "1983" e soprattutto "Chloe And The Pirates", che si distringue per una atipica introduzione spaziale del piano elettrico e per i volteggi dell'oboe di Jenkins. Se nell'album in studio i Softs si prendono la loro licenza poetica sperimentando nuove sonorità più minimaliste, nel disco live la parola d'ordine è un jazz-rock assai virtuosistico ma non eccessivamente originale.
The Floating World: ai confini della musica fusion (1973-1981)
Il 1973 è un anno di grandi cambiamenti. Lo è innanzitutto per Robert Wyatt, che il 1° giugno vede rovinosamente finire la propria vita da "bipede batterista" quando cade dalla finestra della casa di Lady June, rimanendo paralizzato dalla cintola in giù. Al concerto organizzato in suo onore al teatro Drury Lane di Londra partecipa anche Hugh Hopper, che in Seven (1973) viene sostituito da Roy Babbington, un bassista che conosce bene la band avendo già collaborato come ospite in Fourth e Fifth.
Con l'innesto di Babbington, Seven vira verso un jazz-rock meno anarchico e più compatto, con i titoli che fluiscono l'uno dentro l'altro senza soluzione di continuità. Seven è di fatto l'ultimo album dei Soft Machine numerato, il primo con un nuovo bassista e anche il definitivo addio al suono "classico". È Jenkins a risolvere l'impasse in cui si era arenata la macchina morbida, prendendo il posto di guida come principale compositore della band. La maggior parte delle tracce esce proprio dalla sua penna; Ratledge è invece il firmatario di una mini-suite in tre parti ("Day's Eye", "Bone Fire", "Tarabos"), ma la vera novità è l'introduzione del synth ("Nettle Bed") e l'abbandono dei suoni preponderanti e tenebrosi del suo organo, che comunque si prende il suo canto del cigno nel bellissimo assolo di "Day's Eye". L'approccio della band rimane il medesimo, cambia però il sottobosco sonoro anche grazie all'uso del basso elettrico a sei corde di Roy Babbington, sempre in perfetta simbiosi ritmica con John Marshall.
Seven porta a compimento la rivoluzione avviata con Six, in cui l'eccentrica parte strumentale registrata in studio "bilanciava" l'ortodosso lavoro effettuato nel disco dal vivo, in cui l'ensemble affacciava già le sue composizioni verso le sonorità fusion. Il risultato è un disco ben strutturato, piacevole seppur senza grandissime emozioni, visto l'abbandono ormai definitivo delle candide sperimentazione dei primi album.
Bundles (1975) vede diverse novità importanti. Innanzitutto, il passaggio dalla Columbia alla Harvest e l'abbandono della denominazione numerica degli album; in secondo luogo, l'entrata nella macchina di Allan Holdsworth, ennesimo ex-Nucleus destinato a riscrivere le cronache canterburiane. Proprio il grande ritorno della chitarra, assente dal primo inedito album con Daevid Allen e dai pochissimi live con Andy Summers alla fine degli anni Sessanta, vede un ribaltamento non solo dei suoni (come era stato con Seven) ma anche dell'approccio strumentale della band. Holdsworth fornisce infatti un tocco più rock, contribuendo anche a regalare all'unico membro fondatore rimasto, Mike Ratledge, molti più momenti di ispirazione. Nel momento in cui la musica fusion era al suo apice commerciale, non stupisce che con Bundles i Soft Machine raggiungano un discreto successo di vendite.
L'album inizia con la suite in cinque parti di "Hazard Profile", composizione di Jenkins basata sul riff di un precedente brano dei Nucleus ("Song Of The Bearded Lady"). Se qui l'interazione tra i legati della chitarra di Holdsworth con le tastiere è pura estasi sonora, anche per merito dell'encomiabile pattern della batteria, altrove sono tuttavia le parti soliste a interessare maggiormente, come è il caso degli assoli chitarristici di "Land Of The Bag Snake" o quelli di batteria in "Four Gongs Two Drums" e, soprattutto, della sofisticata sezione dei fiati di "The Man Who Waved At Trains". Nel novero vale la pena menzionare anche "The Floating World", lunga meditazione per flauto e tastiere di Jenkins, che sembra preludere all'imponente lavoro che il compositore avrebbe fatto sulla sua serie "Adiemus" a partire dal 1995.
Pochi mesi dopo l'uscita di Bundles, il nuovo chitarrista se ne va, lasciando la band ancora nelle mani di Jenkins e di nuovo in una fase di transizione. Le uniche testimonianze dal vivo della formazione con Holdsworth sono gli album postumi di un concerto a Brema (Floating Word Live) e al prestigioso Montreux Jazz Festival (Switzerland 1974). Per mantenere in moto la macchina non basta tuttavia rimpiazzare Holdsworth con il suo epigono John Etheridge in Softs (1976), specialmente se a metà delle sessioni di registrazione se ne va anche Mike Ratledge, il cui ultimo contributo - ironia della sorte - è il suo sintetizzatore su "The Tale Of Taliesin" e "Ban-Ban Caliban". Le tastiere vengono suonate tutte da Karl Jenkins, ormai leader indiscusso anche sul mediocre Rubber Riff (1978), che inizialmente esce addirittura a suo nome. La premonizione di Kevin Ayers in "Why Are We Sleeping?" si era avverata: "It begins with a blessing/ but it ends with a curse". La storia dei Soft Machine, cominciata nella benedizione del mecenate Wes Brunson, si stava concludendo come una maledizione nella mani di Jenkins. In fondo, era un po' come la versione terrestre del paradosso della nave di Teseo: anche se la band si era conservata intatta nel corso degli anni, con le sue varie parti danneggiate via via sostituite, la macchina era ormai diventata completamente irriconoscibile.
Mike non sapeva dire di no. Una volta mi confidò che avrebbe voluto mollare il complesso tre o quattro anni prima. Lo lasciò spegnere lentamente. Rimase lì senza trarne alcun piacere. Non fece nulla per impedirlo e questo incise sulla sua musica fin quando suonare non gli risultò odioso.
(Elton Dean)
Alla fine degli anni Settanta, Mike Ratledge compone la colonna sonora del misterioso "Riddles Of The Sphinx" (1977), mentre i Soft Machine continuano ad avanzare senza membri fondatori nelle mani degli ex-Nucleus, salvo poi separarsi dopo il concerto parigino di Alive And Well (luglio 1978). Un fugace tentativo di reunion diretto da Marshall e Jenkins, con Jack Bruce al basso e Allan Holdsworth alla chitarra, viene tentato con Land Of Cockayne (1981) ma il risultato è un album soft-fusion piuttosto sottotono, quasi da cocktail-bar. La storia più interessante del gruppo continuerà nella pubblicazione di numerosi live e antologie, prima che Elton Dean, Hugh Hopper, John Etheridge e John Marshall rispolverino la sigla dal garage nel 2004, ribattezzandosi Soft Machine Legacy. Il quartetto - che non aveva mai suonato assieme nello stesso periodo - fa appena in tempo a pubblicare l'album omonimo prima della morte di Elton Dean (2006) e di Hugh Hopper (2009). La recente reincarnazione si esibisce in un accademico jazz-rock con Theo Travis (fiati, tastiere), John Etheridge (chitarra), John Marshall (batteria) e Roy Babbington (basso), che nel 2018 si riapproriano del nome originale e pubblicano Hidden Details. Si tratta di un disco di pregevole fattura, che rielabora temi del passato con un occhio al presente, dimostrando come dopo tanti anni e tanti chilometri percorsi la macchina morbida sappia ancora guardare avanti.
Chiedersi cosa significhi nel 2026 l'etichetta Soft Machine è, forse, porsi una domanda oziosa. Già dagli anni Settanta, la band di culto del Canterbury Sound è una "Nave di Teseo" in forma musicale: un'entità che, sostituendo uno a uno i suoi componenti, finisce per non avere più alcun elemento in comune con la sua incarnazione iniziale - ma senza aver mai realmente compiuto passaggi bruschi, o avere in qualche modo esplicitamente "tradito" la propria identità.La formazione attuale del gruppo è: John Etheridge (chitarra), Theo Travis (fiati e tastiere), Fred Baker (basso), Asaf Sirkis (batteria). La maggior seniority spetta al chitarrista, il cui primo album come membro è "Softs", pubblicato nel 1976 quando i compagni erano Roy Babbington, John Marshall, Alan Wakeman e Karl Jenkins (sì: già allora tutti i fondatori avevano lasciato la band, anche se Mike Ratledge partecipò alle registrazioni di alcune tracce).
Conviene senz'altro evitare paragoni, al cospetto di Thirteen (2026). A colpire, sono più la vividezza cromatica della copertina e il (lodevole, dai) perseverare nella scarsa fantasia di titolazione che atmosfere, temi, soluzioni compositive delle sue tredici tracce. Intendiamoci: è tutto suonato a puntino. Jazz-rock d'alto profilo, senza sbavature e senza spigoli. E senza guizzi di sorta. Pressoché tutti i brani si trascinano sonnolenti, e la patina più soave o più notturna, più caotica o più briosa non altera la sostanziale assenza di slancio.
Giusto in "The Longest Night", a firma Theo Travis come buona parte dell'album, qualcosa finalmente si muove. Per fortuna, il pezzo dura tredici minuti, e da solo dà un senso al disco. Qui sì i musicisti mostrano di saper creare, variare e legare atmosfere, passando da un'apertura obliqua a un passo dagli Henry Cow, da sezioni bucoliche a climax sapientemente giocati su tensione e allentamenti.
Fra gli altri episodi, svettano almeno un poco anche la frizzante "Time Station" (composta da Travis) e la più tagliente "Turmoil" (Baker). Anche qui manca un po' la direzione (o la conclusione), ma a tener viva l'attenzione ci sono almeno la combinazione tra temi melodici riconoscibili e costruzioni chitarristiche quantomeno intriganti (spesso su arpeggioni elettrici a corde vuote, da qualche parte fra Rush e King Crimson).
Sia nei passaggi meno a fuoco che in quelli che girano meglio, il suono risente soprattutto della presenza di Theo Travis: spesso più ingombranti che decisivi, sax, flauto e duduk occupano pressoché stabilmente il centro della scena. Quasi un paradosso, perché è poi la sua scrittura, quando prende quota, a dare ai pezzi una traiettoria leggibile. Il resto si arena già in poche battute. E si disperde altrettanto in fretta.
Contributi di Marco Sgrignoli ("Thirteen")
Alcuni contributi provengono dal libro scritto con Valerio D'Onofrio (I 101 Racconti di Canterbury)
| DISCOGRAFIA SELEZIONATA | ||
| Soft Machine (Probe, 1968) | ||
![]() | Volume Two (Probe, 1969) | |
![]() | Third (Cbs, 1970) | |
![]() | Fourth (Cbs, 1971) | |
| Faces And Places Vol. 7 aka Jet-Propelled Photographs (Byg, 1972) | ||
| Fifth (Cbs, 1972) | ||
| Six (Cbs, 1973) | ||
| Seven (Sony, 1973) | ||
| Bundles (Harvest, 1975) | ||
| Softs (Harvest, 1976) | ||
| Triple Echo (compilation, Harvest, 1977) | ||
| Rubber Riff (Music DeWolfe, 1978) | ||
| Alive And Well: Recorded In Paris (live, Harvest, 1978) | ||
| Land Of Cockayne (Emi, 1981) | ||
| Live At The Proms 1970 (live, Reckless, 1988) | ||
| The Peel Sessions (live, Strange Fruit, 1990) | ||
| Spaced (Cuneiform, 1996) | ||
| Live At The Paradiso 1969 (live, Blueprint, 1996) | ||
![]() | BBC Radio 1967-1971 (compilation, Hux, 2003) | |
| BBC Radio 1971-1974 (compilation, Hux, 2003) | ||
| Out-Bloody-Rageous: An Anthology 1967-73 (compilation, Sony, 2005) | ||
| Middle Earth Masters (compilation, Cuneiform, 2006) | ||
| Floating World Live (live, Moonjune, 2006) | ||
| Switzerland 1974 (live, Cuneiform, 2015) | ||
| Hidden Details (Vivid Sound/Moonjune, 2018) | ||
| Thirteen (Dyad, 2026) | ||
| SOFT MACHINE LEGACY | ||
| Live In Zaandam (live, Moonjune, 2005) | ||
| Soft Machine Legacy (Moonjune, 2006) | ||
| Steam (Moonjune, 2007) | ||
| Live Advetures (live, Moonjune, 2011) | ||
| Burden Of Proof (Moonjune, 2013) |
| Soft Machine - Love Makes Sweet Music (1967) | |
| Soft Machine - Jet-Propelled Photograph (1967) | |
| Soft Machine - That's How Much I Need You Now (1967) | |
| Soft Machine - Why Are We Sleeping? (1968) | |
| Soft Machine - Moon In June (prima versione) (1968) | |
| Robert Wyatt e Jimi Hendrix - Slow Walkin' Talk (1968) | |
| Soft Machine - Hibou, Anemone And Bear (live) (1969) | |
| Soft Machine - As Long As He Lies Perfectly Still (1969) | |
| Soft Machine - Spaced Six (1969) | |
| Soft Machine - Moon In June (live) (1970) | |
| Soft Machine - Out-Bloody-Rageous (live) (1970) | |
| Soft Machine - Teeth (1971) | |
| Soft Machine - The Soft Weed Factor (1973) | |
| Soft Machine - Nettle Bed (1973) | |
| Soft Machine - Hazard Profile (1975) | |
| Soft Machine - The Tale Of Taliesin (live) (1976) | |
| Soft Machine - Panoramania (1981) |