Ani Di Franco

Ani Di Franco

Metamorfosi di una riot girl

di Claudio Fabretti + AA.VV.

Ribelle, femminista, anticonformista, Ani DiFranco ha trapiantato in musica l'ideale della "riot grrrl" in un'inconsueta mescolanza di sonorità punk e folk. Senza venire mai a patti con il music-business, ma riuscendo ugualmente a vendere milioni di dischi
Ani DiFranco è una cantautrice di Buffalo (New York) venuta alla ribalta negli anni Novanta grazie al suo peculiare timbro vocale, capace di spaziare da rabbiose invettive a momenti di intensa angoscia, e al suo stile anti-conformista che l'ha resa un'icona femminista e una delle paladine della cultura neo-punk. Abile a farsi largo nel music business senza mai "vendere l'anima", Ani DiFranco ha fatto scandalo, dichiarandosi bisessuale, ma si è sempre chiamata fuori dalle ghettizzazioni.

Ha solo nove anni quando comincia ad esibirsi nei locali di Buffalo, dove conosce Michael Meldrum, un cantante folk che organizza concerti per Suzanne Vega e Michelle Shocked. Meldrum nota subito il suo talento: "Ani stava aspettando per la sua lezione di chitarra in un negozio di strumenti di Buffalo - racconta - e le chiesi di suonare qualcosa. La ragazzina con le trecce lunghe fino alle ginocchia si mise a suonare 'Wondering Aloud' dei Jethro Tull e 'St. Louis Blues' di W.C. Handy. Aveva una gran voce per essere così piccola e si vedeva che non era una chitarrista qualunque". Così, a quindici anni, Ani Di Franco decide di tentare la fortuna andando a vivere da sola. Quattro anni dopo ha già scritto un centinaio di canzoni originali, in bilico tra poesia beat e furia punk. Grande ammiratrice di Woody Guthrie, decide di organizzare un concerto-evento per ricordarlo, con ospiti come Bruce Springsteen e Billy Bragg. E il suo amore per la libertà la porta a fondare una sua etichetta discografica, la Righteous Babe Records. Le sue canzoni professano un femminismo militante, con testi scabrosi e taglienti, che toccano temi come la violenza, lo stupro, l'aborto e il sessismo. Musicalmente il suo stile è figlio del blues del Delta e del folk degli Appalachi, ma anche del punk e del rock "femminista" alla Chrissie Hynde.

Ani DiFranco aderisce alla corrente delle "riot grrrl", movimento femminista e radicale nato negli Usa, la cui filosofia trova spazio sia nei suoi versi ("Ogni arnese può essere un'arma, se tu ti aspetti che lo sia") sia nel suo look (dal taglio dei capelli ai tatuaggi e a piercing sparsi un po' ovunque sul corpo). A 19 anni esce il suo album d'esordio, Ani DiFranco (1990), interamente acustico e dominato da percussioni ossessive, in cui spiccano due brani: "Out Of Habit" e "Both Hands". Un anno dopo arriva Not So Soft, che conferma il suo stile ma senza lasciare il segno. Più interessante il successivo Imperfectly (1992), in cui il suo rock percussivo dà vita a brani avvincenti come "In Or Out", "Coming Up" e "Served Faithfully", seguito da Puddle Dive e Like I Said, che lasciano intuire nuove prospettive in ambito folk-rock.

Ma l'album che la lancia alla ribalta internazionale è il successivo Out Of Range (1994), forte di brani duri e spigolosi, come la title track, "Building And Bridges", "Face Up And Sing" e "Diner To The Canon", mediati da altri più melodici, come la pianistica "You Had Time". Un incrocio di stili metropolitani e tradizionali che suscita un piccolo terremoto nella scena folk-rock, rivitalizzando un genere quasi spento, con una ruvida vena poetica. "Mi sento davvero figlia dell'esperienza storica del folk - racconta -. A parte i miei ascolti, che mi hanno portato da sempre ad approfondire la cultura tradizionale americana, ho cominciato come tanti folksinger dalle 'coffee house'. Il mio percorso è stato quello di chi parte da una comunità ben definita, per poi cercare di parlare al numero maggiore di persone possibile".

La formula viene confermata negli album successivi, dal più lineare Not A Pretty Girl (1995) al più azzardato Dilate, in cui la filosofia "riot grrrl" trova sfogo in brani violenti come "Untouchable Face", "Superhero" e nel folk-rap di "Outta Me Onto You". Successivamente, Ani DiFranco realizza un suo sogno: quello di collaborare con Utah Phillips. Il risultato è The Past Didn't Go Anywhere, album in "spoken word", in cui Phillips recita e la cantautrice si occupa delle musiche. A soli 26 anni Ani DiFranco può già vantare un primato: oltre 1.300.000 copie dei suoi dischi vendute senza aver avuto il minimo appoggio della grande distribuzione.

Il doppio live Living In A Clip è un saggio del suo talento di performer, prima ancora che di autrice. Little Plastic Castle, invece, presenta un'immagine di donna meno in guerra col mondo e più a suo agio con se stessa, tra le divagazioni etnico-caraibiche della title track e la febbre di "Fuel" (emula della Patti Smith più nevrotica), quadretti angosciati alla Alanis Morissette ("As Is" e "Swan Dive") e virtuosismi vocali ("Two Little Girls"), fino alla jam conclusiva di "Pulse": 14 minuti di recitato in stile free-form.

Segue un album in tono minore come Up Up Up Up Up Up (1998) e un altro più intrigante, come To The Teeth, con Maceo Parker al sax e al flauto, in cui la forma-ballata prende il sopravvento in brani intensi e graffianti: "Providence" (con la voce di Prince), "Swing", "To the Teeth", "Hello Birmingham", "Back Back Back".
Un ulteriore saggio del suo talento è il doppio Revelling/Reckoning (2000), in cui il suo peculiare punk-folk si rivela in tracce intense come "Ain't That The Way", "Old Old Song" e "What How When Where" e conferma l'abilità della DiFranco nel passare dalle atmosfere più veementi a quelle più delicate. "I miei ultimi brani sono più riflessivi - racconta la cantautrice di Buffalo - e rispecchiano la mia età. Ho capito che non è solo urlando contro le difficoltà che queste si possono appianare. Ma non sto vivendo un bel periodo, mi sento immersa nella malinconia. Volevo esprimere una specie di regolamento dei conti con me stessa. A cominciare dalla questione della cosiddetta militanza, termine che non mi piace in astratto, ma che ha senso se significa una ricerca di identità forte".
Resta fermo, comunque, il suo rifiuto del music-business: "Mi sforzo di evitare il semplice commercio delle mie canzoni. Ho dovuto confrontarmi con strutture più grandi di me, ma ho sempre trovato gli intermediari giusti. Non giudico chi decide di pubblicare per una major: solo, l'attitudine di quello che canto e scrivo mi porta a cercare di essere autonoma. Ci sono cose più importanti dei soldi, soprattutto quando questi generano un circolo vizioso di cui sono il motore immobile. Si viene sfruttati quasi senza accorgersene".

Evolve (2002) suggella, per stessa ammissione della DiFranco, la conclusione del viaggio musicale iniziato nel 1999 con Up Up Up Up Up Up. Un "ultimo tango" all'insegna di un folk-rock da camera tratteggiato dalle sue chitarre, dalle tastiere di Julia Wolfe e da una eccentrica sezione fiati.
DiFranco veste, a seconda dei momenti, i panni della ribelle angosciata (i dieci minuti della drammatica "Serpentine") o della songwriter intimista ("Welcome To"). Tra le tracce, spiccano anche l'intensa "Icarus", il rhythm'n'blues di "In The Way" e la frizzante "Here For Now", con bizzarre divagazioni in salsa cubana.

Sul successivo Educated Guess (2004), però, la cantautrice di Buffalo si lascia prendere la mano, suonando da sola tutti gli strumenti e diventando logorroica nei testi, sempre più confusionariamente infarciti di politica e autoanalisi. È un lavoro megalomane, insomma, in cui la musicista americana non si è limitata a interpretare e suonare l'intera tracklist, ma ha provveduto anche a registrare e mixare il disco su un otto piste a bobine d'antan.
Il risultato è un ritorno alle radici, a un sound quantomai scarno, dominato dal dualismo voce/chitarra, e solo appena irrobustito da qualche linea di linea di basso e qualche rintocco di Wurlitzer. Il genere "ballata intimista" è dunque prevalente, e tocca il suo apice nell'intensità acustica di "Animal" e nella suadente bossa di "You Each Time", sconfinando nello sfogo-spoken word di "Grand Canyon". La title track è soprattutto una conferma delle doti interpretative di Ani, e non mancano anche cambi di ritmo, come nella trascinante "Bliss Like This" e nella digressione soul di "Rain Check".
Il disco, tuttavia, tradisce una sostanziale povertà in fase di scrittura, limitandosi troppo spesso a perpetuare schemi e temi decisamente già sentiti.

Ma DiFranco non ha rinunciato alla sua consueta prolificità e appena un anno dopo è già pronta con il nuovo album, Knuckle Down (2005), edito ancora una volta dalla Righteous Babe.
Si parte bene, con la spiazzante track title, che ricorda l'incipit di "Not So Soft" (1991): chitarra sincopata e nevrotica, arpeggi in discendendo, niente a che vedere rispetto ai sofismi soft-jazz che avevano troppo spesso inquinato la produzione più recente. "Studying Stones" è la ballata intimista con tanto di violino in sottofondo che tutto ha tranne il sapore della novità. "Manhole" attacca elastica, con quel tocco particolare, quasi paradossalmente delicato (di solito lei le corde le tira, non le suona) che la DiFranco ha sulle chitarre elettriche. Poi arriva "Sunday Morning" ed è un'altra caduta di tono all'insegna di un'opaca ballata folk intimista e niente più. "Modulation" fa leva su un ritmo saltellante e su un ritornello, un po' scemo, molto pop. "Seeing Eye Dog" porta qualcosa di fresco, se non altro per l'attacco blues di basso che ti introduce e poi rallenta e poi si spezza... Ma la sensazione di deja vu ritorna con "Lag Time", che passa liscia e piacevole, e con lo spoken di "Parameters", sottofondo ripetuto ad libitum, poesia autoreferenziale con testo, come sempre, denso, e stavolta crepuscolare.
E poi "Callous", che attacca con lo stesso arpeggio usato come sottofondo in "Parameters": sale l'angoscia di doverla sentire da capo. Invece, si trova un piccolo gioiello depressivo con un fischio e un glockenspiel che ti accompagnano ghiacciati sul ritornello. "Paradigm" e "Minerva" restano sullo stesso mood grigio, sonnacchioso. Si chiude con "Recoil", che sfrutta un giro di accordi già sentito (nel disco: è "Modulation", solo un semitono più bassa), ripiegando in un clima lievemente sognante. 
Ani DiFranco non è invecchiata, è solo sempre uguale a se stessa, il che forse è ancora più grave. Anzi, di più: ha perso la rabbia di folksinger incazzata e si è rinchiusa nelle sue depressioni post-divorzio, scrivendo testi prevedibili, anche se sempre in eleganti rime baciate.

Nel 2006, arriva un nuovo disco, Reprieve, impreziosito dalla presenza di un musicista di primo piano come Todd Sickafoose, che suona un po' di tutto (basso acustico, piano, wurlitzer, tromba e organo a pompa). L'apporto del basso si fa sentire fin dall'iniziale "Hypnotized", dove piano e voce dialogano imbastendo una radiosa apertura melodica. La successiva "Subconscious" si snoda su cadenze più serrate, mentre è ancora il contrabbasso a scandire i ritmi lenti di "Nicotine", dove affiorano anche sparute frasi di synth. Ancora sintetizzatore e basso donano linfa al parlato teso di "Millennium Theater", mentre è il wah-wah delle chitarre a impregnare di umori languidi "Half-Assed". E se la title track avvolge un altro spoken in frementi arpeggi di chitarra e nervose linee di basso (suonato con l'arco), "Unrequited" torna al classico formato-ballata, sfoggiando l'ennesima, vibrante performance vocale.
Più arrangiato e "musicale" del predecessore, Reprieve dimostra se non altro la volontà di uscire dalle secche di un songwriting che stava diventando sempre più autoreferenziale, aprendo a una maggior ricchezza di timbri e strumenti.

Due anni dopo, su Red Letter Year (2008), Ani misura i passi con grande attenzione: canzoni esili ed essenziali, ornati minimalisti, performance vocali (e verbali) bilanciate, atmosfera informale, rilassata, familiare (produce il compagno Mike Napolitano) di chi vuol dire tanto con poco. Peccato, però, che il disco non cambi mai passo, che dietro tanta soavità e delicatezza s'avverta un sentore di stanchezza, che la maggior parte dei pezzi suonino come sovraincisioni del passato in bassa fedeltà (il folk-jazz da camera di "Red Letter Year", "Landing Gear" e "Star Matter" in Reveilling; la world music di "Alla This" in Dilate; il blues di "Round A Pole" e il funk alla Sugarhill di "Emancipated Minor" in To The Teeth, le cullanti partiture sintetiche di "Smiling Underneath" in Reprieve). Solo la grandeur filarmonica di "The Atom" (archi, gong, tamburi) e la solipsistica nenia folk di "Way Tight" (con la sua brillante tecnica chitarristica messa a nudo da flebili echi di Moog, schiocchi di contrabbasso e ragnatele di flauto) aggiungono qualcosa di sostanzioso al suo ormai sterminato canzoniere.

Quattro anni dopo Ani battezza il suo ultimo lavoro col titolo di una nota canzone americana di protesta nata nel 1931, Which Side Are You On? (2012). L'album esce in piena crisi finanziaria/economica quando il movimento “Occupy Wall Street” organizza sit-in a Zuccotti Park, manifestazioni che ricordano i lontani anni 60 e il movimento hippy.
Se nei primi anni 90 Di Franco era una ventenne ribelle, ora è una quarantenne madre che vede i suoi ritmi di vita cambiare. Ma sicuramente ciò che non cambia è la voglia di lottare e di schierarsi a favore delle cause in cui crede, come si vede dalla title track.
Ben saldi anche i suoi ideali espressi chiaramente in “Promiscuity”, sulla libertà sessuale, oppure “Amendment”, sui diritti delle donne come la scelta di abortire. In “Life Boat”, che apre il disco, Ani si cala nei panni di una clochard per descrivere la New Orleans post-Katrina. Temi ecologici per“Splinter” e “J”, anche se in quest'ultima è più forte la critica verso la politica e il degrado della società. Più intime e personali sono “Albacore”, “Hearse” ,“If Yn Not”, ma soprattutto la conclusiva “Zoo”, dove il degrado globale e la mancanza di prospettive per il futuro le fanno porre la domanda “Che mondo lasceremo ai nostri figli?”.
Gli arrangiamenti molto curati danno vita a un lavoro ricco di sfumature, niente viene lasciato al caso. In diversi brani si mescolano folk, blues e jazz, creando atmosfere forti o più leggere, ma senza quella “rabbia” punk che aveva caratterizzato gran parte dei suoi lavori. Belli i momenti voce/chitarra di “Hearse” e “Zoo”, la chitarra distorta in “Life Boat”, le atmosfere di “Albacore” e “Amendment”, uno dei migliori brani dell'album.
Tra i vari musicisti, ospiti (Anais Mitchell, Ivan e Cyril Neville, Skerik, Galactic, Bonerama, Rebirth Brass Band, Adam Levy) Pete Seeger che nel 1967 portò al successo una sua versione di “Which Side Are You On?”, ora al banjo nella versione di Ani.

Nato durante la sua seconda gravidanza, il successivo Allergic To Water (2014) segna un ammorbidimento nel suono e una virata verso toni più intimisti e riflessivi, ma non meno appassionati. "Questi ultimi due anni per me sono stati fatti di famiglia, di relazioni e di sentimenti. Sono comunque temi con cui tutti noi abbiamo a che fare, con cui a volte lottiamo… so anche che nella mia vita ho fatto già venti dischi pieni di canzoni politicamente impegnate", spiegherà Ani.
Con il compagno Mike Napolitano alla console, Di Franco dà vita a un pugno di canzoni raffinate, spoglie ma ben a fuoco, come la title track tutta giocata sul dialogo chitarra-voce, o il valzer di "Harder Than It Needs To Be", che scava in tonalità quasi black, viscerali e profonde. "Dithering" mette a segno un altro bel colpo in campo folk, mentre "Genie"m inscena quasi un rituale selvaggio, prima che "Happy All The Time" ripieghi nuovamente in territori più confidenziali e jazzati.
Nel complesso, un lavoro di transizione, che segna comunque un'ulteriore evoluzione nello stile, sempre personale e intenso, della cantautrice di Buffalo.

Di Franco torna con Binary (2017) un disco di rara e costante bellezza, che si mantiene sempre su alti livelli, nonostante tocchi il suo apice così presto, nell'intensa seconda traccia "Pacifist's Lament" - un inno al perdono, preceduto dal divertente funk della title track d'apertura. La crepuscolare "Zizzing", in certi passaggi, sembra addirittura ricordare le ricostruzioni avant-folk dei Clogs o le sovrapposizioni vocali dei Tv On The Radio. Per questa sua capacità di inzuppare l'anima e il proprio vissuto in generi e influenze musicali diverse, catalogare Ani Di Franco come una cantautrice folk significherebbe sminuirne la caratura artistica. Il contributo di Bon Iver, al secolo Justin Vernon, è figlio di "pacchi di natale digitali" inviati dallo stesso all'americana. Accoppiata che sorprende. Lui, che accumula hype a ogni minima mossa discografica e lei che, invece, ha sempre mantenuto una distanza di sicurezza dal business musicale, creando una propria etichetta indipendente (nel lontano 1990) e giurando di onorarla fino alla fine dei giorni. Sorprende come il folk assuma forme variegate, ma come in queste l'identità dell'artista non naufraghi mai, non si perda, non si confonda, non sparisca: il thriller-jazz di "Telephatic", la sincopata e sghemba "Spider", che si rinfresca in una mistura di indie-rock e post-punk che potrebbe benissimo considerarsi un lontano parente degli ultimi Priests ed "Even More", che a dispetto del pronao acustico che ricorda le origini, si materializza nel pop più orecchiabile dell'intero album.
Se i fiati e le percussioni colorano di venature jazzy la superficie legnosa del folk di Ani Di Franco, la presenza del violino e del pianoforte passano perfino una mano di country ("Alrighty"), mentre il soffio dei fiati, seppur in brevi parentesi, rimanda alla possenza di big band a-là Dave Matthews. E con "Deferred Gratification" Ani è anche capace di prenderti per mano, portarti in mezzo alla pista da ballo, durante una festa popolana, volteggiare insieme a te e trasformarsi in tua madre, sussurandoti all'orecchio: "Spero che un giorno, figli miei, ci aiuterete a vincere". Aspettando una sorta di gratificazione, che dopo tanti sforzi, alla fine arriverà, anche se un po' in ritardo.

Contributi di Serena V. Manzoli ("Knuckle Down"), Simone Coacci ("Red Letter Year"), Andrea Vincenti ("Which Side Are You On?"), Federico Piccioni ("Binary")

Ani Di Franco

Metamorfosi di una riot girl

di Claudio Fabretti + AA.VV.

Ribelle, femminista, anticonformista, Ani DiFranco ha trapiantato in musica l'ideale della "riot grrrl" in un'inconsueta mescolanza di sonorità punk e folk. Senza venire mai a patti con il music-business, ma riuscendo ugualmente a vendere milioni di dischi
Ani Di Franco
Discografia
 Ani DiFranco (Righteous Babe, 1989)

 

 Not So Soft (Righteous Babe, 1991)

 

 Imperfectly (Righteous Babe, 1992)

 

 Puddle Dive (Righteous Babe, 1993)

 

 Like I Said (Righteous Babe, 1993)

 

Out Of Range (Righteous Babe, 1994)

 

 Not A Pretty Girl (Righteous Babe, 1995)

 

 Dilate (Righteous Babe, 1996)

 

 The Past Didn't Go Anywhere (Righteous Babe, 1996)

 

 More Joy, Less Shame (Righteous Babe, 1996)

 

Living in Clip (live, Righteous Babe, 1997)

 

 Little Plastic Castle (Righteous Babe, 1998)

 

 Women In (E)Motion (Righteous Babe, 1998)

 

 Up Up Up Up Up Up (Righteous Babe, 1999)

 

 Fellow Workers (Righteous Babe, 1999)

 

 To The Teeth (Righteous Babe, 1999)

 

Revelling/Reckoning (Righteous Babe, 2000)

 

 Evolve (Righteous Babe, 2002)

 

 So Much Shouting, So Much Laughter (live, Righteous Babe, 2002) 
 Educated Guess (Righteous Babe, 2004)

 

 Knuckle Down (Righteous Babe, 2005)

 

 Carnegie Hall (live, Righteous Babe, 2006) 
 Reprieve (Righteous Babe, 2006)

 

 Red Letter Year (Righteous Babe, 2008)
 
 Which Side Are You On? (Righteous Babe, 2012) 
 Allergic To Water (Righteous Babe, 2014) 
Binary (Righteous Babe, 2017) 
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