Ani Di Franco è una cantautrice di Buffalo (New York), venuta alla ribalta negli anni Novanta grazie al suo peculiare timbro vocale, capace di spaziare da rabbiose invettive a momenti di intensa angoscia, e al suo stile anti-conformista, che l'ha resa un'icona femminista e una delle paladine della cultura neo-punk. Abile a farsi largo nel music business senza mai "vendere l'anima", Ani Di Franco ha fatto scandalo, dichiarandosi bisessuale, ma si è sempre chiamata fuori dalle ghettizzazioni.
Ha solo nove anni quando comincia ad esibirsi nei locali di Buffalo, dove conosce Michael Meldrum, un cantante folk che organizza concerti per Suzanne Vega e Michelle Shocked. Meldrum nota subito il suo talento: "Ani stava aspettando per la sua lezione di chitarra in un negozio di strumenti di Buffalo - racconta - e le chiesi di suonare qualcosa. La ragazzina con le trecce lunghe fino alle ginocchia si mise a suonare 'Wondering aloud' dei Jethro Tull e 'St.Louis blues' di W.C Handy. Aveva una gran voce per essere così piccola e si vedeva che non era una chitarrista qualunque". Così a quindici anni, Ani Di Franco decide di tentare la fortuna, andando a vivere da sola. Quattro anni dopo ha già scritto un centinaio di canzoni originali, in bilico tra poesia beat e furia punk. Grande ammiratrice di Woody Guthrie, decide di organizzare un concerto-evento per ricordarlo, con ospiti come Bruce Springsteen e Billy Bragg. E il suo amore per la libertà la porta a fondare una sua etichetta discografica, la Righteous Babe Records. Le sue canzoni professano un femminismo militante, con testi scabrosi e taglienti, che toccano temi come la violenza, lo stupro, l'aborto e il sessismo. Musicalmente, il suo stile è figlio del blues del Delta e del folk degli Appalaci, ma anche del punk e del rock "femminista" alla Chrissie Hynde.
Ani Di Franco aderisce alla corrente delle "riot grrrl", movimento femminista e radicale nato negli Usa, la cui filosofia trova spazio sia nei suoi versi (".ogni arnese può essere un'arma, se tu ti aspetti che lo sia") sia nel suo look (dal taglio dei capelli ai tatuaggi e a piercing sparsi un po' ovunque sul corpo). A 19 anni esce il suo album d'esordio, Ani Di Franco (1990), interamente acustico e dominato da percussioni ossessive, in cui spiccano due brani: "Out of Habit" e "Both Hands". Un anno dopo, arriva Not So Soft, che conferma il suo stile, ma senza lasciare il segno. Più interessante il successivo Imperfectly (1992), in cui il suo rock percussivo dà vita a brani avvincenti come "In Or Out", "Coming Up" e "Served Faithfully", seguito da Puddle Dive e Like I Said, che lasciano intuire nuove prospettive in ambito folk-rock.
Ma l'album che la lancia alla ribalta internazionale è il successivo Out Of Range (1994), forte di brani duri e spigolosi, come la title track, "Building And Bridges", "Face Up And Sing" e "Diner To The Canon", mediati da altri più melodici, come la pianistica "You Had Time". Un incrocio di stili metropolitani e tradizionali che suscita un piccolo terremoto nella scena folk-rock, rivitalizzando un genere quasi spento, con una ruvida vena poetica. "Mi sento davvero figlia dell'esperienza storica del folk - racconta -. A parte i miei ascolti, che mi hanno portato da sempre ad approfondire la cultura tradizionale americana, ho cominciato come tanti folksinger dalle 'coffee house'. Il mio percorso è stato quello di chi parte da una comunità ben definita, per poi cercare di parlare al numero maggiore di persone possibile".
La formula viene confermata negli album successivi, dal più lineare Not A Pretty Girl (1995) al più azzardato Dilate, in cui la filosofia "riot grrrl" trova sfogo in brani violenti come "Untouchable Face", "Superhero" e nel folk-rap di "Outta Me Onto You". Successivamente, Ani Di Franco realizza un suo sogno: quello di collaborare con Utha Phillips. Il risultato è The Past Didn't Go Anywhere, album in "spoken word", in cui Phillips recita e la cantautrice si occupa delle musiche. A soli 26 anni, Ani Di Franco può già vantare un primato: oltre 1.300.000 copie dei suoi dischi vendute senza aver avuto il minimo appoggio della grande distribuzione.
Il doppio live Living In A Clip è un saggio del suo talento di performer, prima ancora che di autrice. Little Plastic Castle, invece, presenta un'immagine di donna meno in guerra col mondo e più a suo agio con sé stessa, tra le divagazioni etnico-caraibiche della title track e la febbre di "Fuel" (emula della Patti Smith più nevrotica), quadretti angosciati alla Alanis Morissette ("As Is" e "Swan Dive") e virtuosismi vocali ("Two Little Girls"), fino alla jam conclusiva di "Pulse": 14 minuti di recitato in stile free-form.
Segue un album in tono minore come Up Up Up Up Up Up (1998) e un altro più intrigante, come To The Teeth, con Maceo Parker al sax e al flauto, in cui la forma-ballata prende il sopravvento in brani intensi e graffianti: "Providence" (con la voce di Prince), "Swing", "To the Teeth", "Hello Birmingham", "Back Back Back".
Un ulteriore saggio del suo talento è il doppio Revelling/Reckoning (2000), in cui il suo peculiare punk-folk si rivela in tracce intense come "Ain't That The Way", "Old Old Song" e "What How When Where" e conferma l'abilità della Di Franco nel passare dalle atmosfere più veementi a quelle più delicate. "I miei ultimi brani sono più riflessivi - racconta la cantautrice di Buffalo - e rispecchiano la mia età. Ho capito che non è solo urlando contro le difficoltà che queste si possono appianare. Ma non sto vivendo un bel periodo, mi sento immersa nella malinconia. Volevo esprimere una specie di regolamento dei conti con me stessa. A cominciare dalla questione della cosiddetta militanza, termine che non mi piace in astratto, ma che ha senso se significa una ricerca di identità forte".
Resta fermo, comunque, il suo rifiuto del music-business: "Mi sforzo di evitare il semplice commercio delle mie canzoni. Ho dovuto confrontarmi con strutture più grandi di me, ma ho sempre trovato gli intermediari giusti. Non giudico chi decide di pubblicare per una major: solo, l'attitudine di quello che canto e scrivo mi porta a cercare di essere autonoma. Ci sono cose più importanti dei soldi, soprattutto quando questi generano un circolo vizioso di cui sono il motore immobile. Si viene sfruttati quasi senza accorgersene".
Evolve (2002) suggella, per stessa ammissione della DiFranco, la conclusione del viaggio musicale iniziato nel 1999 con Up Up Up Up Up Up. Un "ultimo tango" all'insegna di un folk-rock da camera tratteggiato dalle sue chitarre, dalle tastiere di Julia Wolfe e da una eccentrica sezione fiati.
DiFranco veste, a seconda dei momenti, i panni della ribelle angosciata (i dieci minuti della drammatica "Serpentine") o della songwriter intimista ("Welcome To"). Tra le tracce, spiccano anche l'intensa "Icarus", il rhythm'n'blues di "In The Way" e la frizzante "Here For Now", con bizzarre divagazioni in salsa cubana.
Sul successivo Educated Guess (2004), però, la cantautrice di Buffalo si lascia prendere la mano, suonando da sola tutti gli strumenti e diventando logorroica nei testi, sempre più confusionariamente infarciti di politica e autoanalisi. E' un lavoro megalomane, insomma, in cui la musicista americana non si è limitata a interpretare e suonare l'intera tracklist, ma ha provveduto anche a registrare e mixare il disco su un otto piste a bobine d'antan.
Il risultato è un ritorno alle radici, a un sound quantomai scarno, dominato dal dualismo voce/chitarra, e solo appena irrobustito da qualche linea di linea di basso e qualche rintocco di Wurlitzer. Il genere ballataintimista è dunque prevalente, e tocca il suo apice nell'intensità acustica di "Animal" e nella suadente bossa di "You Each Time", sconfinando nello sfogo-spoken word di "Grand Canyon". La title track è soprattutto una conferma delle doti interpretative di Ani, e non mancano anche cambi di ritmo, come nella trascinante "Bliss Like This" e nella digressione soul di "Rain Check".
Il disco, tuttavia, tradisce una sostanziale povertà in fase di scrittura, limitandosi troppo spesso a perpetuare schemi e temi decisamente già sentiti.
Ma DiFranco non ha rinunciato alla sua consueta prolificità e appena un anno dopo è già pronta con il nuovo album, Knuckle Down (2005), edito ancora una volta dalla Righteous Babe.
Si parte bene, con la spiazzante track title, che ricorda l'incipit di "Not So Soft" (1991): chitarra sincopata e nevrotica, arpeggi in discendendo, niente a che vedere rispetto ai sofismi soft-jazz che avevano troppo spesso inquinato la produzione più recente. "Studying Stones" è la ballata intimista con tanto di violino in sottofondo che tutto ha tranne il sapore della novità. "Manhole" attacca elastica, con quel tocco particolare, quasi paradossalmente delicato (di solito lei le corde le tira, non le suona) che la DiFranco ha sulle chitarre elettriche. Poi arriva "Sunday Morning" ed è un'altra caduta di tono all'insegna di un'opaca ballata folk intimista e niente più. "Modulation" fa leva su un ritmo saltellante e su un ritornello, un po’ scemo, molto pop. "Seeing Eye Dog" porta qualcosa di fresco, se non altro per l’attacco blues di basso che ti introduce e poi rallenta e poi si spezza… Ma la sensazione di deja vu ritorna con "Lag Time", che passa liscia e piacevole, e con lo spoken di "Parameters", sottofondo ripetuto ad libitum, poesia autoreferenziale con testo, come sempre, denso, e stavolta crepuscolare.
E poi "Callous", che attacca con lo stesso arpeggio usato come sottofondo in "Parameters": sale l’angoscia di doverla sentire daccapo. Invece, si trova un piccolo gioiello depressivo con un fischio e un glockenspiel che ti accompagnano ghiacciati sul ritornello. "Paradigm" e "Minerva" restano sullo stesso mood grigio, sonnacchioso. Si chiude con "Recoil", che sfrutta un giro di accordi già sentito (nel disco: è "Modulation", solo un semitono più bassa), ripiegando in un clima lievemente sognante.
Ani DiFranco non è invecchiata, è solo sempre uguale a se stessa, il che forse è ancora più grave. Anzi, di più: ha perso la rabbia di folksinger incazzata e si è rinchiusa nelle sue depressioni post-divorzio, scrivendo testi prevedibili, anche se sempre in eleganti rime baciate.
Nel 2006, arriva un nuovo disco, Reprieve, impreziosito dalla presenza di un musicista di primo piano come Todd Sickafoose, che suona un po' di tutto (basso acustico, piano, wurlitzer, tromba e organo a pompa). L'apporto del basso si fa sentire fin dall'iniziale "Hypnotized", dove piano e voce dialogano imbastendo una radiosa apertura melodica. La successiva "Subconscious" si snoda su cadenze più serrate, mentre è ancora il contrabbasso a scandire i ritmi lenti di "Nicotine", dove affiorano anche sparute frasi di synth. Ancora sintetizzatore e basso donano linfa al parlato teso di "Millennium Theater", mentre è il wah-wah delle chitarre a impregnare di umori languidi "Half-Assed". E se la title track avvolge un altro spoken in frementi arpeggi di chitarra e nervose linee di basso (suonato con l'arco), "Unrequited" torna al classico formato-ballata, sfoggiando l'ennesima, vibrante performance vocale.
Più arrangiato e "musicale" del predecessore, Reprieve dimostra se non altro la volontà di uscire dalle secche di un songwriting che stava diventando sempre più autoreferenziale, aprendo a una maggior ricchezza di timbri e strumenti.
Due anni dopo, su Red Letter Year (2008), Ani misura i passi con grande attenzione: canzoni esili ed essenziali, ornati minimalisti, performance vocali (e verbali) bilanciate, atmosfera informale, rilassata, familiare (produce il compagno Mike Napolitano) di chi vuol dire tanto con poco. Peccato, però, che il disco non cambi mai passo, che dietro tanta soavità e delicatezza s’avverta un sentore di stanchezza, che la maggior parte dei pezzi suonino come sovraincisioni del passato in bassa fedeltà (il folk-jazz da camera di “Red Letter Year”, “Landing Gear” e “Star Matter” in Reveilling; la world music di “Alla This” in Dilate; il blues di “Round A Pole” e il funk alla Sugarhill di “Emancipated Minor” in To The Teeth, le cullanti partiture sintetiche di “Smiling Underneath” in Reprieve). Solo la grandeur filarmonica di “The Atom” (archi, gong, tamburi) e la solipsistica nenia folk di “Way Tight” (con la sua brillante tecnica chitarristica messa a nudo da flebili echi di Moog, schiocchi di contrabbasso e ragnatele di flauto) aggiungono qualcosa di sostanzioso al suo ormai sterminato canzoniere.
Contributi di Serena V. Manzoli ("Knuckle Down"), Simone Coacci ("Red Letter Year")

