Il Rumore del Fiore di Carta è un combo molisano che nel disco di debutto (“Origami 62”; autoprod., 2005) impagina tecniche miste di post-rock italico (inaugurato dalla pietra miliare “Rise And Fall Of Academic Driftings” a nome
Giardini Di Mirò) servendosi di elettronica,
sample, distorsioni,
spoken word e battiti minimali. La loro creatività si fa forte di brani come “Il Vangelo secondo Chet Baker” (un vero caleidoscopio sonico d’effetti e musique concrete, con tanto di citazioni jazzistiche), “Animali che nuotano” (una commistione al limite della dissonanza), “Attesa per la finale di Subbuteo” (
beat eccentrici, variazioni, distorsioni fantasmagoriche), “Ultimo tango” (
slowcore naif) e “Il fiore di carta” (intro dolente alla
Neil Young, drone d’organo,
blip e interferenze
electro).
Il secondo tentativo è un lavoro più tradizionale, tanto nella forma che nel corredo timbrico, con l’elettronica relegata ai margini e una pulizia sonora al limite del nitore asettico. “Fallen” attacca così con un vero e proprio preludio che anticipa germi tematici del brano successivo, “Reykjavik”, le cui reiterazioni tipicamente
Mogwai-iane sono appena disturbate da vapori elettronici molto più velati rispetto ai creativi impasti
noise dell’esordio. Nondimeno, “Conto alla rovescia” esaurisce un collage di voci radiofoniche nel giro di qualche secondo, per poi avviare la solita ricetta post-rock su basi di forma-canzone e un qualche anelito narrativo (forte di
spoken filtrato). Anche l’uso del
beat elettronico è diventato monotono, come dimostra la
title track, che però torreggia in luogo della loro personalissima “Cortez The Killer” (contrappunto suggestivo di filtri extra-terrestri e riflessi robotici ancora Mogwai circa “Rock Action”,
tour de force di piano, confuse variazioni sul tema).
“Al sapore di Fisherman” prosegue con il discorso (ormai convenzionale) di andatura catartica arpeggio-batteria al ralenti, pur con una breve accelerazione finale, ma “Mira” è una sonata rarefatta per vociare bambinesco campionato, metallofono, chitarra e tromba riverberata che riscatta l’album di quel tanto (il crescendo sottile che la pervade si sfalda nella seconda metà del brano in rivoli di elettronica e glissando di chitarra). Queste glaciazioni strumentali, fortemente debitrici dei
GY!BE e appena animate da arpeggi e conguagli strumentali, trovano in qualche modo un nadir di fluente staticità in “Leon 1954”, una
soundscape electro-ambient adornata da soffici interventi di tromba, un
mood che li avvicina ai Trans Am di “Surveillance” e una conclusione (gli ultimi 2’30”) che impagina la distorsione più catastrofica dell’albo, un forte contrasto alla
Slint, e disturbi
glitch casuali.
Raminga personalità che esagera un po’ tutto, dalla mal studiata lunghezza dei brani all’inerzia delle risapute nature morte
post, dal modesto numero d’interventi del
reading di Luciano Mastrocola (per quanto accorato alla
Massimo Volume) alle modulazioni strumentali, talvolta insicure. Per sottrazione, la confezione del suono - specie nei crescendo, nei puliti tocchi di batteria della
new entry Alessandro Salzmann, e nelle giunture tra distorsione e interferenze
glitch - fa un deciso balzo in avanti. Il quinto “fiore di carta”, alle macchine infernali di missaggio, produzione e postproduzione, si chiama Egon Jodorowsky.