Se provassi ad elencare i possibili modi per affrontare la recensione del nuovo disco dei Kraftwerk, un gruppo di importanza, per dirla alla Fantozzi, megagalattica, ne verrebbero alla luce parecchi. Non solo perché si tratta di un gruppo che, seppur a intervalli anche ampi, realizza musica da quasi 35 anni, ma perché i Kraftwerk hanno una valenza tutta particolare. Si potrebbe giostrare sulla loro funzione di ponte interrazziale tra il rigore concettuale europeo e la fisicità afroamericana, sulla grazia e l’ironia con cui hanno saputo coniugare innovazione e divertimento, coniando una nuova estetica pop.
Insomma, si possono dire tante cose, alla fine anche per cavarsela con il solito cappello introduttivo e guadagnarsi un po’ di caratteri per la recensione… però alla fine ti capita questo disco tra le mani, e la realtà concreta che porta con sé, ovvero che non c’è poi molto da dire su questo “Tour de France 2003”: un disco un po’ noioso e abbastanza inutile, che farà felici sicuramente i collezionisti e tutti quelli che vogliono talmente bene al gruppo di Dusseldorf da essere lieti al solo pensiero di rivedere il loro nome sui cataloghi Novità, ma che con tutta probabilità lascerà tutti gli altri delusi.
La parte iniziale è tutta un programma, appannaggio come è di tre variazioni sul tema di “Tour de France étape”: una lunga digressione che purtroppo guarda alla minimal-house meno originale, allungando una minestra per giunta già riscaldata fino a renderla sciapa. Va un po’ meglio con “Vitamin” ed “Elektro Kardiogramm”, se non altro perché i nostri eroi recuperano un po’ di freschezza riuscendo a punteggiare la musica con suoni ed effetti metallici trill-beep perlomeno piacevoli.
Siccome al cuore non si comanda, possiamo permetterci di provare ancora piacere nell’ascoltare le loro voci scandire sostantivi con ironico distacco ricordando i bei vecchi tempi. Oltre a questo però c’è ben poco; un vero festival del precotto electro. Per carità, niente di realmente “brutto”, ma nemmeno qualcosa che elimini l’impressione di ascoltare del sano mestiere applicato a idee che conosciamo già bene (e se le conosciamo bene noi, figuriamoci loro).
Non è una scusa per i Kraftwerk, per quanto mi riguarda, nemmeno il sapere che l’elettronica che tanto deve a loro si sta rendendo protagonista di una iperproduzione discografica spesso deleteria. E’ il 2003, chiosa a riguardo un celebre e discusso critico musicale: infatti, è il 2003 e ho di meglio da fare che impegnare il tempo a lucidare eleganti soprammobili da antiquariato.
28/10/2006
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