Secondo prova per i Monno, compagine svizzera ma di stanza a Berlino, “Error” è un’opera che dimostra come il cammino del quartetto sia imperioso e deciso verso un suono sempre più radicale ed abrasivo, un suono che non teme confronti nell’ambito della scena più oltranzista del rumore manipolato e dell’improvvisazione elettro-acustica.
Gilles Aubry (voce, laptop), Antoine Chessex (sassofono), Derek Shirley (basso) e Marc Fantini (batteria) lavorano su strutture in perenne tensione, pronte da un momento all’altro a esplodere in mille pezzi, solo a forza trattenute da recinti ritmici che giocano un ruolo fondamentale nel tenere desta la sensazione di un gioco ipnotico, a suo modo avvolgente. E’ un suono, si diceva, fortemente abrasivo, sovente quasi sludge e con frequenze che rovinano nel cervello a partire già dall’opener “Necronomik”, buco nero di manipolazioni al limite, di granuli disperatamente vivisezionati. La furia annichilente di “Tiny Fossils” ha, invece, un’architettura più definita con la sua perversa volontà di creare nidiate di Knut e Zeni Geva. La successiva “Blind” viaggia sul groove sinistro del basso, mentre intorno un polverone di distorsioni, feedback e un sassofono (fatto suonare attraverso un amplificatore per chitarra, cosa che fa molto Borbetomagus) fanno a gara nel ridisegnare uno scenario amorfo, polverizzato, asfissiante.
Spigolosissimo, merzbowiano e sconclusionato l’espressionismo rumorista di “Hertz Moisture“, inviperito quello di “Rapid Flesh”, ad esemplificare un’ideologia temeraria, forse troppo affascinata dai suoi stessi limiti estetici, dal suo gusto per un suono autoreferenziale, fine a se stesso, anche se comunque fascinoso e coraggiosissimo. Bruciante, invece, risulta essere il punk-noise di “Defekt”, arrembante e molto wave-oriented quello di “M.V.”; così come feroce e con la bava alla bocca si impone il disperato grido di angoscia di “Douleur Chiffree“.
E’ carneficina pura. Astrazioni, diagrammi per lo sviluppo di un’anti-melodia definitiva che pur conserva un volto immacolato e rivelatore. Roba forte, insomma, capace anche di avventurarsi nella desolante raffigurazione di uno scenario post-industriale, lynchiano (“Grauemasse”), e di tirare fuori, all’occorrenza, anche spaventose bordate di grindcore a là Discordance Axis (“Rapid Flesh”) o riff scuoti-budella come quello di “Pourri”. Non potevano chiudere altrimenti se non con un “Sentimental Journey” elettro-acustico (“Outre-Monde”), ultimo girone di questo inferno sonico.
28/08/2006