INFADELS - We Are Not the Infadels

2006 (Pias)
disco-punk

Le vie delle new sensation sono infinite. Non è neanche passato il quarto d’ora di celebrità degli Arctic Monkeys che già si sente puzza di vecchio e si iniziano a costruire eredi. Tra i tanti nomi si fanno spazio gli Infadels, quintetto di East London, la cui proposta, secondo la magnanima stampa pubblicitaria è “quella di aggiornare lo spirito del rock delle origini (Stooges e Rolling Stones su tutti) con ritmi più ballabili e sonorità elettroniche dal sapore anni 80.” Mentre Mtv ci presenta tutto ciò come una imperdibile novità pregna d’arte (“Non ha ancora un nome perché probabilmente non ne ha bisogno. Si tratta di una rete di visionari del suono impegnati in una rivolta febbrile per l’abbattimento del manuale della musica a suon di elettronica e rock + punk e funk. Una collisione di arte, idee ed energia senza pari…”), il lettore smaliziato e il recensore triste sanno già di trovarsi di fronte all’ennesimo tentativo revivalistico di cui si sentiva tutt’altro che la mancanza.

Dopo questa premessa, e considerando che dei summenzionati Arctic Monkeys ho già avuto l’occasione di dire peste e corna, vado a espormi alle irriducibili accuse di snobismo e pregiudizio (che quasi quasi ad averceli davvero non avrei poi tanto torto, ma vabbè), convinto che da questa recensione ne usciranno ancora più insistenti. Ed è qui che arriva la sorpresa. Perché “We Are Not The Infadels” non è affatto un brutto disco, anzi, e dirne male non si può. Il bello della musica “rock” (e con questo termine si intende tutto ciò che si contrappone alla classica e al jazz) è che anche cinque sbarbatelli che non sanno fare un tubo, che si limitano a riciclare cose di altri, che si infilano in un filone alquanto becero come premesse e risultati, possono riuscire a dire qualcosa, a coinvolgere, a catalizzare attenzione su di loro per i tre quarti d’ora standard.

E accade che tutto questo lo si riesca a provare subito con “Love Like Semtex”, tutta un fremito, tra chitarrismo wave, pulsazioni elettroniche, canto spasmodico che davvero prova a fondere Byrne e Jagger (anche se si resta nell’ambito di un tentativo di ragazzini), synth usati a cesellare il brano con maestria (si rivelerà essere lo strumento meglio usato nel disco, anche se non sfruttato più di tanto dalla band). “Can’t Get Enough”, singolone designato, riporta tutto in territori più triviali, disco-rock vibrante, che tenta di azzannare, pur non riuscendoci. Non è il massimo, ma come numero da dancefloor è quantomeno passabile. Gli Infadels dimostrano però di avere volontà e applicazione: “Topboy”, dopo una intro arabeggiante, palpita sghemba, su binari reggae/ska, con bel passaggio calypso a mezzo organetto. La buona fantasia resta un po’ svilita dal fatto che il pezzo viene trascinato troppo.

“Girl That Speaks No Words” è un’altra sorpresa, un incantato e veloce passaggio, anello di congiunzione tra wave e shoegazer. Dopo aver addirittura vagato per “1’20” in territori ambient, la band poi approda in lande dall’afflato dark-wave con la lunga epopea di “Murder That Sound”, un’aria noir costruita su pulsazioni kraftwerkiane e chitarrismo funky. Lo spettro scandagliato è ampio e i risultati sono quantomeno sufficienti, onore al merito.

Certo, non mancano altri riempipista più pagani come il manifesto “Jagger ‘67”, bella, tirata e ineccepibile nel suo incedere tra esecuzione corale e squilli di synth. “Give Yourself to Me” è una figlia bastarda dei Talking Heads, lontana dai padri ma anch’essa accettabile, come “Sunday”, che si divide fra una punta di tribalismo e vigorose spinte disco-music.

Il brano di chiusura, “Stories From the Bar”, si pone sul livello di quello d’apertura, un pizzico più alto del resto del disco. Un lamento lievemente distorto si stende su tappeto di synth e campanellini, prima di lasciar spazio a un funky di gruppo, completamente ubriaco, che nasconde una melodia di gran qualità che viene pian piano a insinuarsi sottopelle.

Termina dunque così, “We Are Not The Infadels”, senza regalare momenti elevati, ma senza un brano uno da buttare, con il merito di aver provato a rifare non soltanto la solita solfa, ma anche qualcosa di lievemente meno solito, e comunque con il merito di saperla fare la solfa (che è il punto che fa la differenza, chiariamolo). Il suono appare un po’ appiattito e poco personale, e non riesce a valorizzare le composizioni della band che meriterebbero/necessiterebbero un trattamento migliore per incidere più di quel che fanno. Speriamo di cuore che non si perdano.

13/03/2006

Tracklist

  1. 1. Love Like Semtex
  2. 2. Can’t Get Enough
  3. 3. Topboy
  4. 4. Girl That Speaks No Words
  5. 5. Jagger ‘67
  6. 6. 1’20"
  7. 7. Murder That Sound
  8. 8. Reality TV
  9. 9. Give Yourself to Me
  10. 10. Sunday
  11. 11. Stories From the Bar

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