AMBER SMITH - Reprint

2006 (Kalinkaland)
pop-wave

Globalizzazione rock: prendono il nome da una porno pin-up americana, suonano un pop-rock che più Brit non si potrebbe e incidono per la tedesca Kalinkaland, ma gli Amber Smith arrivano, pensate un po', da Budapest e si presentano sotto i riflettori con questo loro secondo album (il primo "My Little Servant" del 2003, è un gioiellino), vantando al loro fianco la presenza di un padrino d'eccezione come Robin Guthrie, mastermind degli indimenticati Cocteau Twins, qui in veste di produttore e chitarrista aggiunto.

Il quartetto ungherese guidato dal cantante e songwriter Imre Ponliko accentua l’elettricità del suo sound, ma evita di aggregarsi al carrozzone del revival new wave (ormai anzi si può parlare di revival del revival, visto che le nuove leve iniziano a clonare anche gli Interpol), proponendo invece un onesto e freschissimo guitar-pop molto diretto, semplice e melodico, ricco di spunti e di idee.

A dare il benvenuto è il tenue e incalzante battito elettronico di "Chemistry/ Arithmetic", sul quale Ponliko narra sornione una storia dai toni thrilling , prima che un baccanale chitarristico si impadronisca della scena e conduca verso il singolo "Hello Sun", ovvero la pop-song perfetta. Va detto che Ponliko non brilla particolarmente per talento melodico o vocale, ma il gruppo nel suo insieme si mostra capace di dipingere scenari evocativi con grande facilità e di regalare nel contempo un gran piacere d'ascolto.

Quelle degli Amber Smith sono canzoni costantemente in bilico tra serenità e nostalgia, che non hanno paura di percorrere a rotta di collo la strada più "facile"; in ogni caso il gruppo sa sfuggire quasi sempre le trappole della prevedibilità grazie a piccole irregolarità che ogni tanto fanno capolino, come l'accelerazione repentina che si porta via l'altrimenti noiosetta "Holograms" e chiude in bellezza l'album, o gli stacchi che infastidiscono di continuo la melodia dell'energica "Lindsay's Song", e ancora di più la bellissima coda strumentale sulla quale la stessa canzone si spegne…

A far da contraltare alla spigliatezza – e perché no, al potenziale commerciale – di queste canzoni non mancano momenti più meditativi come "Caleidoscope", bellissimo chiaroscuro immerso in un raffinato tremolio di archi e di liquidi accordi chitarristici, e "Identity" che si concede una nuova, e incisiva, fuga strumentale. E mentre il loro romanticismo innato si esalta in "Sea Eyes" è un vero peccato che il gruppo, come ansioso di suonare originale a tutti i costi, inciampi in una title track che si aggroviglia inutilmente su sé stessa, mettendoci un'eternità per ingranare e non arrivando da nessuna parte. Imre e compagni sembrano rendersene conto e infatti ecco che si riprendono prontamente con la dolce malinconia di "White", conferma che quando sei lì a far pop chitarristico la semplicità è sempre la soluzione migliore; e il quartetto ne approfitta anche per piazzare un altro splendido crescendo, memore di perduti eroi shoegazer come i Pale Saints. E ancora "July", si segnala come uno dei momenti più intensi e melodici dell'album, non lontana dai languori dei primi Radiohead.

Tutte canzoni belle e sfocate, che compongono un lavoro forse fragile ma prezioso. "Reprint" probabilmente non è ancora il disco di una band matura ma è il disco pop-rock spontaneo e brioso di cui si sentiva il bisogno, anche solo per avere una valida alternativa alle bufale del NME. È soprattutto un album che pur nelle sue incertezze e nei suoi difetti riesce comunque a brillare di luce propria, ed è una luce primaverile, pallida ma ricca di calore, che mette di buonumore.

01/03/2006

Tracklist

  1. 1. Chemistry / Arithmetic
  2. 2. Hello Sun
  3. 3. Lindsay's Song
  4. 4. Sea Eyes
  5. 5. Identity
  6. 6. Reprint
  7. 7. White
  8. 8. July
  9. 9. Kaleidoscope
  10. 10. Reprise
  11. 11. Holograms

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