“Dark Star” è il debutto solista di Marlon Magnée, dopo oltre quindici anni passati a ridefinire il pop psichedelico francese con La Femme. Questo lavoro non sembra progettato per dimostrare qualcosa con eleganza, piuttosto sembra testare quanto lontano si possa spingere una certa idea di rock prima che tutto inizi a vibrare fuori controllo.
Registrato ai leggendari Ferber Studios di Parigi e co-prodotto con Renaud Letang, il disco nasce come una specie di ritorno alle origini personali dell’artista. Non nel senso nostalgico del termine, ma nel senso più istintivo: recuperare le prime ossessioni musicali e lasciarle scontrare senza troppa mediazione. Il risultato è un oggetto sonoro volutamente instabile, infatti Magnée mette insieme pop, rockabilly, punk, coldwave e psichedelia-garage con una velocità che spesso sfiora la frenesia. Le chitarre hanno quel taglio secco anni Sessanta che non cerca di volare ma di incidere, mentre subito dopo arrivano strati di sintetizzatori che sembrano usciti direttamente da un arsenale degli anni Ottanta: luminosi, invadenti, quasi arroganti nel modo in cui occupano lo spazio sonoro. Sotto tutto questo pulsa una drum-machine martellante che spinge i brani in avanti con una rigidità quasi meccanica. All’inizio può sembrare monotona, ma poi diventa chiaro che quella rigidità è parte del design: una pressione costante che rende le esplosioni di chitarra ancora più violente.
Il disco corre veloce, a volte troppo veloce. Alcuni brani sfiorano velocità quasi synth-punk, trasformando il ritmo in una dichiarazione di principio più che in una scelta stilistica. Non è solo energia, è impazienza, e in questo senso “Dark Star” funziona meno come un album ben costruito e più come un manifesto di attitudine. Anche la scrittura segue questa logica di attrito, perché Magnée alterna inglese e francese con naturalezza, trattando la lingua come un altro elemento musicale. Le parti in inglese hanno una secchezza quasi rock classica, mentre il francese introduce una tonalità più ambigua e più insinuante.
Le influenze non sono nascoste: si percepisce l’ombra minimalista dei Velvet Underground, la tensione nervosa degli Stranglers, la velocità quasi brutale dei Motörhead. Poi arrivano le superfici fredde dei synth e l’estetica rockabilly deformata degli Stray Cats. Ma il vero Dna del disco emerge quando queste coordinate anglosassoni si intrecciano con la tradizione francese più eccentrica: Serge Gainsbourg, Métal Urbain, Les Rita Mitsouko, fino a quella vena pop-surrealista che in certi momenti ricorda persino Plastic Bertrand.
Alla fine, “Dark Star” lascia una sensazione curiosa. Non è il disco che riporta il rock al centro della scena (come certa retorica promozionale potrebbe suggerire), ma è un lavoro che ci ricorda cosa succede quando il rock smette di comportarsi bene. Quando torna a essere rumoroso, contraddittorio, un po’ ridicolo persino, ma assolutamente ancora capace di provocare attrito.
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28/04/2026