Poi finiamo per somigliarci noi poliziotti coi delinquenti: nelle parole, nelle abitudini, e qualche volta perfino nei gesti.
(da “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Elio Petri (1970)
Giorni di alta tensione urbana. Questo è il rovente e attuale panorama scelto dai Komarov Magnificent Backflip per accogliere l’ascoltatore in “Cop Days”, seguito di quel buon debutto di base garage-punk tutto Diy “Fingerblaster” (2023) e di una prima breve pubblicazione di benvenuto con Bronson Recordings, “Better Fat Than Sad”, singolo promozionale fuori sophomore, costruito almeno in parte a tavolino senza tuttavia riuscire a sortire l’effetto sperato, considerato che l’album in uscita mette decisamente molta più carne al fuoco, sia a livello di scrittura sia di sonorità.
Il concept dietro a “Cop Days” è piuttosto palese: si tratta di un disco contro le forze dell’ordine… Ma dal punto di vista delle stesse. Limitarsi a dire “all cops are bastards” e parlare per slogan dall’altra parte della barricata sarebbe risultato effettivamente banale; interessante e provocatoria potrebbe invece essere una presa di coscienza (più o meno ambigua) di chi sta dietro allo scudo. Tale concezione prende le mosse dalle odierne crisi sociali e presenterebbe una radice ancor più universale, andando oltre la repressione di tipo fisico illustrata nell’opera, che resta tuttavia quella più visibile e impossibile da ignorare.
Una deriva autoritaria la si identifica nell’oppressione non solo fisica ma anche ideologica, perpetrata da chi, secondo narrazione, dovrebbe proteggere il prossimo, pertanto risulterebbero coinvolte tutte le categorie che detengono potere e responsabilità, e che anziché preoccuparsi delle infinite fratture e disparità comunitarie presenti, non fanno altro che esasperarle ancor più violentemente.
L’entrata è in medias res con le manganellate simulate dalle rullate di batteria di “Bonk!”, anticamera delle rincorse di chitarra della veloce “The Result”, che descrive le emozioni contrastanti di un poliziotto al suo primo giorno di lavoro, ed è accompagnata da un video farsesco che cela i più svariati omaggi, da una parodia dello stile dei poliziotteschi anni Settanta a uno al film sovversivo "Le margheritine" (1966) di Věra Chytilová.
Una prima vetta è sfiorata da “Grotesque”, una “Highway Star” imbizzarrita in chiave garage con annessa corsa in ambulanza, ma il culmine (intuibile già dalle loro performance dal vivo) è il crescendo marziale e strutturato di “Cops Clubs/Kids Cigs”, che a seconda dell’umore si tuffa verso guizzi surf-punk al fulmicotone o ritmi pesanti di memoria post-hc, e fin dal titolo vuole rimarcare il contrasto tra “loro” e “noi”.
“Jail Time” è una scarica di adrenalina in zona “Mclusky Do Dallas”, a cui fanno seguito le strofe di “Tom Bruise”, rimando a una “The Devil Went Down To Georgia” elettrica e aggressiva, mentre il basso della più meditabonda “Blender” scivola in un’atmosfera blues noir che potrebbe quasi scomodare “Your Funeral… My Trial” di Nick Cave & The Bad Seeds, ammantata da una cortina di lacrimogeni in una piazza in sostituzione al denso fumo di sigaretta in una bettola oscura.
I give you a flower, just from flowers love is born.
A flower because not everyone despises you.
A flower for all the hatred thrown at you just because you wear a uniform.
Just one flower, just even all the flowers in the world wouldn't be enough to give you the honor you deserve
A catalizzare l’attenzione è anche l’intro poetica di “S.O.S.”, dove i rimandi oscillano tra Jean Genet, Baudelaire e il “Flower Thrower” di Banksy, ma con un ennesimo stravolgimento del POV, che degenera in una corsa a precipizio fra taglienti riff surf, note sintetiche, venature country e un punk-blues sguaiato à-la Gun Club, fino alla chiusura del cerchio con “A Trial Of Good Intentions”, che nel nome sembrerebbe evocare nuovamente i Mclusky, a cui i Nostri avevano anche fatto da spalla al Covo Club di Bologna nell’ottobre del 2025, e la loro “To Hell With Good Intentions”, mentre nelle sonorità spiazza completamente con archi, fiati e un mood parodico che pesca da Beatles e Black Country, New Road.
Sarcasmo e amarezza impregnano i versi antagonistici di “Cop Days”, il cui senso ultimo si collega al tema della (non-)responsabilità individuale e ancor di più di quella collettiva a livello di istituzione, in grado di giustificare e mettere a tacere le coscienze. I KMB conservano l'urgenza dell’esordio do-it-yourself che non cerca la perfezione ma l'impatto immediato, portando avanti e ampliando il ventaglio compositivo di suoni che ci avevano già presentato. Un album che affronta il tema degli abusi di potere, germogliati grazie al crescente senso di impunità a tutti i livelli, ma la cui vera sfida imposta all'ascoltatore è capire dove finisca la denuncia e dove inizi la somiglianza con ciò che si combatte.