La recente ristampa del volume cult "La musica rock-progressiva europea" ha riportato un po' di attenzione sulla musica progressive. La sua prospettiva atipica, quasi eretica, ignora o affossa i classici del genere (si salvano praticamente solo i King Crimson) privilegiando invece le discografie più oscure, ostiche, free-form. Un punto di vista intrigante, specie per i più avvezzi agli sperimentalismi anti-pop, ma a conti fatti anche piuttosto velleitario e arretrato – almeno rispetto allo stato attuale del dibattito sul prog.
"Rock map – viaggio in Italia dal 1967 al 1980" permette uno sguardo più analitico al fenomeno progressive, nella sua fondamentale declinazione italiana. Cogliamo l'occasione della sua pubblicazione per fare il punto su questa stagione del rock made in Italy, avvalendoci di un consulente d'eccezione: Franco Fabbri, oggi importantissimo accademico dei popular music studies, allora in prima linea come chitarrista e leader degli Stormy Six.
Conviene precisare: nonostante il titolo e le intenzioni dell'autore, "Rock map" non è una guida al rock settantiano in tutte le sue ramificazioni. È frutto di una forte sintonia con lo spirito progressivo di quegli anni e, come tale, fortemente orientata alle proposte prog. Fatta questa premessa, va riconosciuta all'autore la capacità di spaziare con equilibrio in tutti i campi legati al genere, senza paraocchi fuori dal tempo e – soprattutto – senza la sgradevole tendenziosità di tante opere "da fan". Sono giustamente elogiate le sperimentazioni space-disco degli Automat e le stramberie wave di Gaznevada, Great Complotto, Confusional Quartet. Anche lo sguardo ai classici è lontano dagli stereotipi: i limiti di tanti "minori" cari ai proggomani (De de lind, Metamorfosi, Murple, Raccomandata con ricevuta di ritorno…) sono riconosciuti senza remore, e anche nelle carriere più importanti le preferenze vanno spesso a dischi tardivi spesso sminuiti come "troppo commerciali, non più prog". "Rock map" spinge a riscoprire finalmente la P.F.M. mediterranea di "Passpartù" o gli Area pop di "Gli dei se ne vanno…", così come Le orme di "Storia o leggenda" e "Florian", il Banco di "Canto di primavera", gli Osanna di "Suddance".
L'aspetto più significativo dei libro è però la sua organizzazione su base geografica. Anziché distinguere per sottogeneri o – più arbitrariamente – per importanza, "Rock map" propone un'inedita mappatura territoriale delle scene chiave del progressive. Vengono evidenziate le storie locali, gli intrecci tra personaggi e formazioni, e riconosciuti i fili che molto legano i nomi maggiori a quelli meno fortunati (o meno capaci). C'è così l'occasione di approfondire numerosi side-project altrove menzionati solo di sfuggita, o scoprire musicisti di primo piano nelle backing band di progetti solistici o cantautorali. Accanto alle scene cittadine – Napoli, Roma, Milano, Genova – viene dato largo spazio anche a quelle regionali: emerge un panorama estremamente ramificato, via via più provinciale e povero di mezzi man mano che ci si allontana dai centri nevralgici, ma comunque illuminato da ***: i sardi Salis, gli astigiani (e rinomati) La locanda delle fate, i senesi Genfuoco, il brindisino Roberto Picchi – per citarne alcuni.
Questa guida "geografica" è accompagnata da due appendici. La prima è sulle band chiave della transizione post-beat e su quei musicisti di estrazione strettamente pop che abbiano subito il fascino della moda progressive: accanto ai vari Camaleonti, Dik Dik, Giganti, Equipe 84, trovano dunque spazio anche dischi di Baglioni, Pooh, Cocciante, Matia Bazar, Nuovi Angeli, Bottega dell'Arte… Questa ripartizione – doverosa – è però insoddisfacente: nonostante i molti passi avanti verso la contestualizzazione del fenomeno prog, la caratterizzazione dei sottogeneri resta confusa. Tanto presso gli appassionati quanto nel libro, prevale la visione di una "grande famiglia" prog animata da un sostanziale sentire comune; questa concezione, però, finisce per nascondere importanti differenze stilistiche, estetiche e perfino ideologiche.
Lo spirito del "tutto fa brodo" è forse vicino a quello che al tempo animava il panorama musicale: "era difficile separare nettamente la musica inglese underground dal lavoro di gruppi come i Chicago (del secondo o terzo album), e perfino da Crosby, Stills, Nash & Young", spiega Franco Fabbri. "L'idea di base era quella dell’ampliamento degli orizzonti, ma non era stato ancora creato un canone, né dei prototipi". Oggi però canoni e prototipi sono chiari, e vengono sfruttati tanto dagli ascoltatori quanto dai musicisti: indagarne le basi musicali e culturali è una sfida la cui importanza può ben sfuggire agli occhi di un neofita, ma dovrebbe apparire lampante a quelli di un esperto.
Non è questa la sede per affrontare l'impresa; *qualche indicazione essenziale però si può tracciare facilmente*.