Quando i Sex Pistols odiavano i Pink Floyd: leggenda o realtà?

11-04-2026

Nel 1976, a Londra, poteva bastare una maglietta per entrare nella storia. E per costruire un equivoco destinato a durare molto più a lungo dei suoi protagonisti. Ma leggenda vuole che fu proprio dopo averlo visto camminare lungo King's Road con indosso una maglietta con la scritta "I hate Pink Floyd", che Bernie Rhodes, socio di Malcolm McLaren e futuro manager dei Clash, si avvicinò a John Lydon, invitandolo a fare un provino per i Sex Pistols.
John Lydon rappresenta l’incarnazione perfetta del cambio di paradigma punk: origini proletarie, formazione irregolare, un’idea di musica che privilegia urgenza e attitudine rispetto alla perizia strumentale. Quella maglietta, per lui, era come il vessillo di una ribellione, quella dell’intero movimento punk contro i “dinosauri” degli anni Settanta. I Pink Floyd, nella percezione del giovane Lydon, rappresentano il simbolo di una musica rock percepita come elitista, concettuale, circondata da un’aura quasi sacrale. Il rifiuto non è tanto rivolto ai suoni quanto a ciò che significano in termini culturali: una presa di distanza da un’idea di rock distante dalla vita quotidiana.
Da lì il passaggio ai Sex Pistols è rapido: Lydon diventa Johnny Rotten, la band prende forma e quella maglietta diventa un simbolo, indossata sul palco anche da Steve Jones e Paul Cook.

Eppure, già allora, la contraddizione è sotto gli occhi di tutti. Nel 1977, tra l’altro, i Pink Floyd pubblicano “Animals”, uno dei loro capolavori più sperimentali. Un album ruvido, politico, attraversato da una tensione che poco ha a che fare con il virtuosismo fine a sé stesso. Ispirato ad “Animal Farm” di George Orwell, il disco è una riflessione cupa sull’Inghilterra e sulle dinamiche del potere, e sarà proprio questo tipo di approccio a influenzare, negli anni successivi, molte traiettorie del post-punk e della new wave. Non esattamente il ritratto di una band fossilizzata in un’estetica passatista.
Parallelamente, i Sex Pistols si beccano la celebre (e ingiusta) etichetta di “La grande truffa del rock'n'roll” (The Great Rock 'n' Roll Swindle) e, tra provocazioni, lutti (la morte di Sid Vicious) e abbandoni, esauriscono presto la loro aura mitologica scaturita dal leggendario esordio “Never Mind the Bollocks, Here's The Sex Pistols” (1977) pietra angolare del ’77 inglese e della stagione punk tutta. Lo stesso Lydon proietterà la sua creatività e il suo istrionico canto da muezzin nei più oscuri ma ancor più magnetici Public Image Ltd.



Con il passare degli anni, però, lo stesso John Lydon ridimensionerà la storia di quell’antipatia giovanile. In più occasioni chiarirà di non aver mai nutrito un reale odio verso i Pink Floyd, giungendo anzi a considerare David Gilmour come un amico personale. In una intervista di qualche anno dopo, tornando sulla faccenda della famigerata maglietta racconterà: "L'intera faccenda di 'I Hate Pink Floyd' è stata esilarante. Chiunque abbia preso sul serio la questione ha bisogno di farsi vedere. Si dà il caso che io adori i primi Pink Floyd con Syd Barrett e anche alcune delle cose degli anni 70. Semplicemente odiavo l’idea che fossero più santi di Dio e che fossero intoccabili”. In precedenza, in un'intervista con la rivista musicale britannica The Stool Pigeon, Lydon aveva ammesso che la "pretenziosità" che attribuiva ai Pink Floyd non corrispondeva alle loro personalità: "Ho incontrato i membri della band e mi trovo bene con loro perché non sono affatto così. C'è stata una sorta di lettura errata e di travisamento da parte della stampa".
In una successiva intervista radiofonica della Bbc, John Lydon rivelerà di aver dato al suo amico John Beverley in arte Sid Vicious il soprannome di "Sid" per omaggiare Syd Barrett. E ancora, nel 2017, parlando con Newsweek sempre in tema di Pink Floyd spiegherà: "Siamo tutti imparentati, che ci piaccia o no. Non farti un nemico dove non ne hai bisogno. Potrebbero non piacerti i loro suoni o altro, ma stanno facendo qualcosa di importante per tutti noi. Ci fanno pensare e chiunque pensa non potrà mai essere un mio nemico”.

Anche lo stesso Gilmour, dal canto suo, ha sempre liquidato la questione con ironia. Durante una chiacchierata con la rivista Q nel 1999 gli venne chiesto se l'odio fosse ricambiato, replicò: "No, pensavo che i Sex Pistols fossero piuttosto bravi. Sono stato a uno spettacolo con Johnny Rotten, al Sadler's Wells, lui mi disse di non aver mai odiato veramente i Pink Floyd, anzi ne era un po' fan. Confesso di non averci creduto del tutto fin dall'inizio. Del resto, chi potrebbe odiarci?". Nel 1982, invece, alla rivista Musician aveva confidato: "Quella cosa dei Sex Pistols ha spaventato molte persone, non me. Mi piace ricevere una scossa. Fa bene".
A ben vedere, la stessa idea di una frattura tra punk e art rock/prog è stata spesso più leggenda che realtà. Molte band della prima ondata punk, pur costruendo un linguaggio in opposizione, ascoltavano e apprezzavano gruppi associati al prog, assimilando elementi che sarebbero riemersi nelle evoluzioni successive del movimento. La linea di demarcazione, insomma, era assai meno netta di quanto la retorica dell’epoca lasciasse intendere.

Se i Pink Floyd sono stati dunque un bersaglio simbolico, altre prese di posizione di Lydon risulteranno invece molto più nette. Se con i Clash il rapporto sarà segnato da una certa ambivalenza, tra stima personale per Joe Strummer e critica verso un impianto ideologico giudicato poco autentico, molto più duro sarà il giudizio dell’ex-Johnny Rotten sui paladini punk-pop Green Day, accusati di essere imitatori privi di contenuti, perfettamente integrati nel sistema che dichiarano di contestare. Quando i Green Day pubblicheranno il loro album più “politico”, “American Idiot”, Lydon sbotterà: “Dicono di combattere il sistema ma fanno parte del sistema e rubano il suono e l’atteggiamento punk da noi. Sono dei ragazzini stupidi, grassi e ricchi”.

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