E’ un piacere constatare che il rinascimento dello shoegaze ha preso piede stabilmente anche in Italia con una generazione di band che ne riprende l’estetica e la rende attuale per i tempi incerti che viviamo. Per chi è nuovo del genere, lo shoegaze (guardarsi le scarpe) nasce negli anni ‘90 come alternativa introspettiva all’esuberanza del brit pop e al nichilismo del grunge. Strati di chitarre pesantemente effettate (i chitarristi guardano i piedi che utilizzano effetti e pedali), voci soffuse in sottofondo e tempi dilatati diedero vita ad un modo riflessivo di intendere il rock, basato sulle emozioni e sul vissuto personale di incertezze e vulnerabilità. Le band che hanno fatto la storia (My Bloody Valentine, Slowdive e Ride) sono sopravvissute alle crisi e attualmente guidano una nuova ondata che risponde bene all’esigenza attuale di riscoprire delicatezza, emotività, empatia. Nuove band come i Whitelands hanno raccolto il testimone e incantano con suoni celestiali anche i cuori più duri. Per questo, dicevo, fa piacere che l’onda shoegaze sia arrivata in Italia e che stia raccogliendo, nel pubblico che apprezza la musica alternativa, sempre più consensi tanto che si parla di italogaze.
I piacentini Leaving Venice ne sono degni rappresentanti con i loro muri di chitarre, la voce eterea e le aperture melodiche al livello dei colleghi britannici. Il loro album d’esordio, l’appena uscito “Price of Caring”, (pubblicato dalla Dear Gear Records) si pone come punto di riferimento per la scena nostrana. La giovane band composta da Sara Groppi (voce, chitarra), Nicolò Botti (chitarra), Tommaso Botti (basso) e Diego Cardini (batteria) riprende i principali punti di riferimento del genere e li mette al servizio di una scrittura ammaliante ed energica, per un album che tratta del dilemma del vivere le proprie emozioni con completezza: “I brani di Price of Caring raccontano come, nel confronto con gli altri e con il mondo che ci ospita, l’intensità emotiva possa trasformarsi in un fardello, una fatica silenziosa, pur permettendoci di vivere ogni cosa a fondo.”
L’alternarsi di momenti di calma a fragori impetuosi rappresenta infatti in musica il fardello che viviamo nell’era dell’apparire, cioè vivere appieno le esperienze o nascondere le emozioni per non mostrarsi vulnerabili: “Questa estetica non è solo un linguaggio musicale, ma un mezzo espressivo che amplifica il conflitto al centro dell’album: lasciarsi scivolare addosso le cose per proteggersi e nascondersi, o liberare e celebrare la propria natura emotiva, immergersi”.
“Heaven’s Bright”, uno dei due singoli, colpisce per i riff molto anni 90 e l’ingresso della chitarra che dà subito energia al brano mentre questo va in progressione. “Coming Clean” parte con un ritmo spedito e un giro di accordi che rende omaggio alle aperture dei Ride, per poi calmarsi e puntare sulla melodia del cantato e riprendere forza espressiva a metà brano. “Zebra”, il primo singolo, è lento e sognante come solo gli Slowdive sanno fare, i riverberi e gli intrecci tra le chitarre la fanno da padroni e l’intensità del ritornello dona una sostanza emozionante al brano, con un assolo finale che porta la canzone alle stelle. “Price of Caring” è costruita sulle armonie chitarristiche e la loro fusione con la voce, in un brano tra i più sognanti dell’album che racconta appunto “il prezzo del prendersi cura”.
“Price of Caring” è un album a cui dare un po’ di spazio per lasciarci accarezzare ed è un buon modo per entrare dentro lo shoegaze e, magari, innamorarsene.
28/05/2026