SIMON JOYNER - Tough Love

2026 (B b * island)
alt-folk, songwriter

Trent’anni di carriera, più di venti album, ma soprattutto un’integrità artistica lodevole: Simon Joyner ha vinto la propria battaglia contro il sistema discografico e la seduzione del successo, attraversando indenne gli anni più difficili della musica rock.

“Tough Love” è l’ultimo capitolo di un racconto ancora appassionante, un disco che tiene viva la tradizione di Leonard Cohen, Lou Reed e Bob Dylan, quella stessa tradizione che ha trovato nuovi punti di riferimento in artisti come Will Oldham e Kevin Morby. Non è difficile comprendere perché i colleghi di Joyner continuino a tesserne le lodi e a indicarlo come ispirazione costante: gli ultimi dieci anni sono stati contrassegnati da cinque piccoli gioielli discografici la cui lucidità poetica e incisività musicale sono tanto intense quando fluenti e limpide.

 

“Tough Love” dimostra ancora una volta la notevole padronanza di un autore dal piglio sicuro, sia quando indugia su pochi accordi, sia quando abbraccia slanci melodici di rara incisività, ed è in questo senso esplicativa la frase inserita tra le aspre ed essenziali maglie armoniche di “Allengiaces”: “Non è forse magia quando il sacro cede al profano?”. Sì, le canzoni del musicista dell’Oklahoma sono poesie profane ma perfettamente incastrate in un contesto sonoro che ha il dono della spiritualità. Ogni parola sembra scandita con forza e convinzione, ma anche con dolcezza e malinconia. E aleggia perfino uno spirito pop in canzoni come “Drowning Man”, un brano  trasfigurato da una lentezza che gli dona un’atmosfera dolente e carezzevole degna del Neil Young di “Time Fades Away”.

Le mai sopite influenze dei Velvet Underground e Lou Reed sono ovviamente palpabili, non solo nel canto svogliato di“Annelie”, ma anche nel vibrante slow grunge dai vaghi rimandi ai Television di “Isn’t This How The Story Always Begins?”, una delle pagine centrali dell’album, che mette in luce un suono più sporco, elemento quest’ultimo che diversifica “Tough Love” dalle recenti produzioni, un’attitudine che trova ulteriore conferma nella cruda narrazione di “In A Room Like This” e nell’appassionante “Two Black Irises”.

 

L’ultimo album di Simon Joyner è forse il più multicolore e sfuggente. Si passa dal potente stile narrativo di “Wild Palms” all’evanescente stratificazione di synth microtonali di “Anniversary Song”, lasciando germogliare nel mezzo ballate country semplici e toccanti (“Vagabond”), e canzoni tanto esili quanto intime (“Winter Says”, “Last Call For Karaoke”).

La title track è senza dubbio una pagina a sé stante: Joyner affronta ancora una volta il dolore per la perdita del figlio, ma questa volta, diversamente da quanto espresso in “Coyote Butterfly”, il punto di vista non è quello dell’autore, ma quello del figlio defunto, un brutale elenco di promesse non mantenute e di un irrealizzabile atto di riscatto; la struttura è volutamente affine a “Street Hassle“ di Lou Reed: estenuante e doloroso, il brano scivola verso l’agonia e la sorda disperazione che Joyner riesce abilmente a racchiudere in poche drammatiche parole: “Ti guardo voltarti e, proprio così, te ne vai”.

29/05/2026

Tracklist

  1. 1. Annelie
  2. 2. Wild Palms
  3. 3. Drowning Man
  4. 4. Two Black Irises
  5. 5. Vagabond
  6. 6. Isn't This How The Story Always Begins?
  7. 7. Winter Says
  8. 8. Last Call For Karaoke
  9. 9. In A Room Like This
  10. 10. How To Talk To Your Man
  11. 11. Allegiances
  12. 12. Anniversary Song
  13. 13. Tough Love