L’ambient dub degli anni Novanta sapeva esattamente dove stava: nella stanza chillout, lo spazio di chi si stava riprendendo dai ritmi martellanti del dancefloor. Gli Orb lo costruiscono fondendo le tecniche di missaggio del dub giamaicano con gli arpeggi sintetici; una musica dai connotati psichedelici ma ancorata a uno spazio fisico, legata a un momento preciso dell’evento artistico. I Rhythm & Sound spogliano il genere per arrivare a qualcosa di più freddo: il basso resta la colonna portante, tutto il resto si fa fumoso. Andy Stott si muove tra dub techno e ambient senza cedere completamente al movimento. Rod Modell, specialmente come cv313, scava verso territori più minimali e polverosi.
Trent’anni dopo, quello spazio fisico non esiste più, o meglio: si è trasformato in qualcosa di interiore. Con West Mineral Ltd. di Brian Leeds (Huerco S.) e con la californiana Motion Ward di Jesse Sappell, l’ambient dub contemporaneo trova una nuova grammatica. Glitch, Idm e illbient si depositano sull’impalcatura dub: il ritmo si riduce, i microsuoni avanzano in architetture di riverbero sempre più dense. I dischi chiave di questa stagione tracciano una nuova rotta; perduta la sua matericità, la poetica dub diventa il modo per esprimere uno spazio ipnagogico e astratto. Con una grammatica costruita sul downpitching vaporwave e campionamenti dell’emo-trap, i riferimenti non sono più la vastità siderale e la ripresa dalle sostanze ma l’esplorazione intima della memoria.
Una parte consistente di questa musica non è mai arrivata sulle piattaforme streaming, o ci è arrivata in ritardo e in forma parziale: Bandcamp resta il suo habitat naturale. La scena non ha un centro geografico fisso: West Mineral è a Philadelphia, Motion Ward a Los Angeles, Theory Therapy a Sydney. L’Europa non è assente: 3XL è uno dei nodi più attivi del sistema, con Berlino che resta un punto di riferimento anche per i live. Gli stessi nomi, da Pontiac Streator a Florian T M Zeisig, circolano su label diverse senza che questo suoni a ripetizione. I dieci dischi qui sotto, pubblicati tra il 2018 e il 2025, provano a costruire una mappa di dove il genere è arrivato.
Dj Trystero – Cantor’s Paradise – 2025

Come una vita vissuta in penombra, “Cantor’s Paradise” si annida con fare letargico tra le rimasuglie di un dub techno a velocità ridotta e intorpidito da una nebbia di effetti derealizzanti. Dj Trystero segna uno scarto netto da un debutto surreale ma ancora legato alla forma ritmica: qui, il beat viene annerito da quintali di filtri plumbei e riempito in accenni armonici sfumati e malinconici. Il metodo ha radici concrete: tra le uscite precedenti spiccano manipolazioni sonnolente di materiale sonoro passato su giradischi Technics 1210 e un mixer a due canali, abbracciando la deriva non quantizzata del supporto analogico. L’album porta quella traiettoria verso le regioni del dormiveglia, dove il ritmo talvolta è poco più che un’ipotesi e il dub si filtra fino a diventare una polvere iridescente: tutto procede come il ricordo sbiadito di qualcosa che il corpo ricorda ma la mente non sa più nominare.
Florian T M Zeisig – Planet Inc – 2024

Florian T M Zeisig è un producer berlinese e allievo di Alva Noto. “Planet Inc” nasce da sessioni notturne tra il 2019 e il 2022, mentre Zeisig riguardava episodi d’archivio dello Space Night tedesco: il programma che trasmetteva immagini spaziali della NASA su musica ambient, e che già aveva ispirato altri artisti negli anni Novanta. Uscito per Stroom, il disco prende dub techno e Idm e ne lima tutti i bordi fino a renderli morbidi e fluttuanti. Regola aurea è quella di lavorare con pad spaziosi e un senso gentile di movimento privo di urgenza ritmica. Il dub non è struttura ma atmosfera; i sub bass sono profondi, l’ambient acquatica senza inumidire. Il risultato richiama Wolfgang Voigt e Skee Mask, con i fumi dissociativi traslati in un sottotono meditativo e luminoso. Elementi dronici e breakbeat limato si incastrano senza frizione, come muschio che cresce su tutto senza chiedere permesso: non te ne accorgi finché non è già ovunque.
Igor Dyachenko – Objects – 2022

Originario del sud della Russia e ora berlinese, Igor Dyachenko declina l’ambient moderno attraverso un metodo preciso: sintetizzatore modulare, campionatore Elektron Digitakt, post-produzione in Ableton e un registratore sempre a portata di mano. Il suono degli spazi naturali e urbani è per lui una forma di meditazione, ed è da questa successione di metodo e percezione che l’artista sviluppa panorami nottambuli e stratificazioni di materiali diversi, dall’arte elettroacustica ricavata da rumori d’ambiente a percussioni torbide e pad da fase Rem. Lavorando su frammenti di sessioni estese, composte di texture e dettagli sonori considerati di scarto, “Objects” traspone l’ideale glitch in un soundscape grigio e futurista. Il dub non compare come struttura ritmica ma come filosofia del delay, il basso è il magnete che tiene unito un sistema di microsuoni, impulsi sussurrati da computer morenti e foschia avvolgente.
Jake Muir – Mana – 2021

Sound artist americano, Jake Muir è ossessionato dal sampling e dalle sue infinite diramazioni. Nei suoi precedenti dischi ha campionato da Marina Rosenfeld al surf rock californiano; con “Mana”, uscito per Ilian Tape, parte da una base illbient, il genere che unisce il metodo hip-hop con dub, ambient e noise, per provare a evocare le storie fantasy di videogiochi giapponesi come Final Fantasy e Dark Souls in un cosmo di morfologie sonore astratte e indistinte. Quella di Muir è un’opera vischiosa e tattile, dove accordi liquidi si sciolgono tra impianti sottocutanei e grani acquatici. Il materiale acustico si smaterializza dentro un vortice di loop dove ogni cosa assume un significato e il suo opposto. Disintegrando rumore e armonia, Jake Muir offre un elaborato di inquietudini boschive e perturbazioni spettrali, come se una presenza ostile e incorporea potesse finalmente avere un contorno.
Liai – Pome – 2022

Formatosi nella campagna del Missouri e passando per Chicago prima di stabilirsi a New York, Liai porta nel debutto la memoria di tutte e tre le geografie: i droni pastorali del Midwest, lo sperimentalismo di Chicago e l’ambient ritmico delle coste americane. “Pome” ha richiesto tre anni di lavorazione, e riesce a coniugare futurismo e tribalismi. La tecnica scelta guarda al proprio vissuto: Liai campiona frequentemente il proprio materiale, stratificando versioni di sé su versioni di sé, come un organismo che si ricicla. Il risultato è una fluttuazione ambient che suona al contempo intima e distante, costruita su melodie digitali, granulazioni e manipolazioni spettrali di matrice dub. L’ispirazione è la solitudine della contemplazione in natura, con tutta la sua ambivalenza: espansività e vulnerabilità, sentimentalità e inquietudine, come se il paesaggio del Midwest potesse essere allo stesso tempo rassicurante e ostile.
Pendant – Make Me Know You Sweet – 2018

Pendant è Brian Leeds, conosciuto anche come Huerco S. Dj per mezzo decennio, Leeds aveva dichiarato che il club lo riempiva di ansia: in tour usava Gas, Brian Eno e Hiroshi Yoshimura per decomprimersi, fino a quando quella musica notturna era diventata la sua colonna portante. “Make Me Know You Sweet” è un doppio album costruito attorno ai paesaggi romantici del pittore William Turner, agli enigmi di Robert Ashley e alla filosofia dei nativi nordamericani. Leeds la chiama “mid-ground music”: non musica da sottofondo, non fisicità da dancefloor, ma qualcosa che occupa lo spazio intermedio. I titoli delle tracce sono codici alfanumerici, come coordinate di un luogo che non esiste; il risultato gonfia e si dispiega in un caos statico: voci sepolte, droni che si stratificano e ripetizioni quasi melodiche. L’ambient non è perturbazione; il dub è pressione barometrica, una massa d’aria che non si vede ma si sente sul petto.
Pontiac Streator – Triz – 2020

Pontiac Streator non ha social media, non rilascia interviste e non promuove nulla. Fa parte di un gruppo ristretto di producer basati a Philadelphia, nell’orbita di West Mineral e Motion Ward, e il suo nome circola solo per il peso specifico della sua musica. “Triz” è il terzo album solista: nove tracce che sembrano deliberatamente costruite per disorientare, senza indizi su come vadano interpretate. I droni si accumulano lentamente in interni oscuri, i ritmi appaiono e scompaiono come segnali in una zona morta, forse post-nucleare. Nessuna atmosfera umana; piuttosto, meccanismi inceppati, automatismi in cortocircuito che affiorano tra gli echi di macchine che respirano da sole. Il riferimento più vicino è quello di Vladislav Delay e Pole. L’ultima traccia si chiude con una voce: “I’m stuck in a cave, what’s happening?”. Non è una domanda retorica, ma la didascalia per un disco che non offre uscite.
Space Afrika – Somewhere Decent To Live – 2018

Joshua Inyang e Joshua Reid crescono insieme nel nord di Manchester, amici da sempre, e dal 2014 fanno musica che non si stacca mai dalla città in cui sono nati. “Somewhere Decent To Live” è il loro secondo album, costruito su otto tracce che ritraggono la metropoli come la si vive quando il giorno non esiste ancora. Il duo risale le correnti suburbane di jungle, dubstep e deep house, le rimodella come fossero dub e le dilata in una foschia ambient densa e senza fretta. Svincolato dai bisogni della pista da ballo, l’opera ricontestualizza suoni urbani e tensioni di strada in una dimensione affettiva dove le tensioni razziali e sociali della città si sciolgono lentamente. Il basso è soffice, il riverbero si ripercuote come memoria sbiadita, i beat accompagnano senza mai prendere il comando: un Burial spogliato di qualsiasi urgenza ritmica, lasciato evaporare su un fondale di basse frequenze.
Ulla – Tumbling Towards A Wall – 2020

Ulla Straus inizia la carriera con il folktronica sotto l’alias YYU, poi nel 2016 vira verso l’ambient; “Tumbling Towards A Wall” è il suo primo disco a nome Ulla e diventa uno dei dischi più discussi del 2020. Otto tracce in bilico tra ambient e dub, ognuna con un carattere proprio, con i titoli che funzionano come pagine di un diario: “New Poem”, “Leaves And Wish”, “I Think My Tears Have Become Good”. Il disco si muove tra corpi sonori ovattati, droni letargici e pad nebbiosi. Il dub è dissolvenza: il basso affiora e scompare, i ritmi sono fragili, come percussioni filtrate attraverso muri di nebbia. Sul lato B il registro cambia: texture acustiche campionate, un collage corale e, nel finale, tasti di pianoforte da giorno di pioggia, fondendo ipnagogia e glitch music. Quella di Ulla è musica per introspezione solitaria, costruita sull’idea che il disagio e il conforto possano occupare lo stesso spazio.
Ura – Baby With A Halo – 2022

Ura è lo pseudonimo di Zac MacArthur, producer di Montreal. “Baby With A Halo” è il suo secondo album e un cambio di prospettiva rispetto al ritmo dell’esordio; il disco allarga l’abbecedario del dub techno verso i triplet del trap e i bassi del drill, come se Chain Reaction avesse attraversato un decennio di musica hip-hop prima di tornare in studio. Il risultato è una serie di astrazioni da club annacquate di Idm allucinato e ambient surrealista, ma non più legate a nessuna delle due, e piuttosto sospese in un purgatorio emotivo fatto di basso lussureggiante, glitch del futuro e beat spezzati, come se l’estetica cyborg di Xenia Reaper vivesse dentro un essere organico, esso stesso evoluzione di un’epoca robotica. Il digitale diventa un surrogato emotivo, il dub è l’ossatura ma non il punto di arrivo: MacArthur lo usa come contenitore in cui fare confluire qualsiasi cosa, e la coerenza non è stilistica ma atmosferica.