Ci sono voluti tre anni per portare “Syrr” a compimento. Un’era geologica, vista la schizofrenia con la quale viene ormai pubblicata buona parte della musica che ci circonda. E un battito di ciglia per l’egiziana Maryam Saleh, che per svelare il suo “segreto”, in arabo, appunto, “syrr”, ha lasciato che le fratture dentro di lei si dilatassero ulteriormente, mappandole poi nelle nove canzoni di un disco ispirato anche a varie forme musicali e poetiche strettamente mediorientali come mawwāl, madih, muwashshah e taqtuqa.
“Scrivere, per me, è una via verso la comprensione. Una ricerca di un battito interiore capace di contenere il sentimento prima che si dissolvesse nel rumore. La perdita è iniziata prima come crepa, poi è diventata una corrente di energia e infine un’eco che scorre tra le parole, in equilibrio tra ciò che è spontaneo e ciò che è deliberatamente ricostruito. Tre anni di ascolto, ritorni, revisioni, scomposizioni del testo e riformulazioni fino a quando tutto non si è rivelato più chiaramente”, racconta Saleh.
Coprodotto dalla stessa Maryam Saleh insieme con il fido Maurice Louca e la cantautrice palestinese Kamilya Jubran, che suonano rispettivamente tastiere, oud e cori, “Syrr” trova in quest’ultima la propria musa ispiratrice. E’ una presenza dietro le quinte, ma anche in sede di co-produzione, decisamente importante per una musicista come la Saleh abituata fin da piccola a interagire con figure più grandi, essendo cresciuta in un ambiente artistico fortemente influenzato dal padre, il regista teatrale Saleh Saad.
Tra ritmiche tipiche della tradizione egiziana che spuntano spesso in punta di piedi un po’ ovunque, come ad esempio nella tantrica “Wanas”, e prese di coscienza sussurrate e poi espanse in crescendo melanconici (su tutte l’introduttiva “Mawdou’ Tani”), in “Syrr” trovano spazio anche canzoni composte proprio dalla sola Jubran, come la tribolante “El Faqd”, o scritte a quattro mani (“Ma’na”, “Nafas”, “Alb” e “Khayal”), a rafforzare un legame che esula da recinti generazionali.
Ed è proprio nei momenti condivisi che le due cantautrici danno il meglio di sé. Un esempio? La serafica “Alb”, il cui testo è una poesia sui saliscendi dell’anima, tra corde che serpeggiano sullo sfondo e improvvise aperture armoniche. Negli episodi più solitari come “El Fetra”, invece, l’arrangiamento si fa vagamente contemporaneo, con tanto di elettronica da tappeto nella seconda metà del brano, mentre le parole segnalano ancora una volta un cataclisma emotivo misto a una recondita voglia di ricominciare.
A differenza di altre opere tanto apprezzate dalle nostre parti, come “I Remember I Forget” della libanese Yasmine Hamdan, “Syrr” non guarda al futuro mescolando la tradizione della propria terra e generi più recenti o collaudatissimi in Occidente, ma resta perlopiù ben ancorato ai propri confini, unendo passato e presente senza autocompiacimenti di sorta o ammiccamenti pop. Dunque un album stilisticamente compatto, pensato anche come un affresco poetico dai risvolti tristi ma da contemplare senza versare nemmeno una lacrima, danzando e cantando tra le stelle del Nilo.
15/06/2026