Un dissing da rapper in piena regola, applicato alla canzone d’autore. Non il primo, però. Nel 1976, infatti, Francesco Guccini aveva già trasformato una canzone in una resa dei conti con un avversario. In “L’avvelenata” aveva chiamato in causa direttamente il critico Riccardo Bertoncelli, reo di aver stroncato “Stanze di vita quotidiana” e di averlo liquidato come “un artista finito”: “Che cosa posso dirvi? Andate e fate, tanto ci sarà sempre, lo sapete/ un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate”, aveva sentenziato il Maestrone nei versi conclusivi del suo brano. Nel 1982, Vasco Rossi raccolse idealmente quella lezione, ma la portò su un terreno diverso: sul palcoscenico più pop della musica italiana, quello del Festival di Sanremo.
Quando si presenta all’Ariston nel 1982 con “Vado al massimo”, Vasco Rossi non è ancora il fenomeno nazionale che diventerà negli anni successivi. Ha già pubblicato quattro album, da “Ma cosa vuoi che sia una canzone” a “Siamo solo noi”, passando per “Non siamo mica gli americani” e “Colpa d’Alfredo”, ma il suo seguito è ancora concentrato soprattutto al Nord, tra Emilia, Lombardia e Piemonte. Sanremo rappresenta l’occasione per uscire dalla dimensione locale e conquistare un pubblico nazionale ben più vasto. Come avrebbe ricordato anni dopo, il suo obiettivo non era soltanto farsi conoscere, ma anche scuotere un ambiente che percepiva come ingessato: “Volevo sbalordirli, provocarli, dissacrare quel palco con ironia e provocazione”.
Già, perché sul palco nazional-popolare per eccellenza, tra rituali ingessati, scenografie ridondanti e playback obbligatorio, Vasco appariva come un alieno. Eppure proprio quel palco, apparentemente così distante dal suo mondo, si sarebbe rivelato decisivo per la sua carriera. A partire dal “regolamento dei conti” o “dissing ante litteram” con un suo celebre detrattore, contenuto proprio in “Vado al massimo”.
A prima vista, il brano portato sul palco dell’Ariston nella prima delle due incursioni di Vasco Rossi sembra una canzone leggera, quasi estiva, attraversata da suggestioni reggae che in quegli anni stavano trovando spazio anche nella musica italiana. Un reggae padano. Dietro l’apparente spensieratezza, però, si nasconde una stoccata precisa. Nel testo compare infatti un enigmatico “tale che scrive sul giornale”, bersaglio di versi che all’epoca pochi identificarono immediatamente. Quel “tale”, infatti, aveva un nome e un cognome: Nantas Salvalaggio. Giornalista, scrittore e fondatore di Panorama, era una delle firme più autorevoli dell’Italia di allora. Nel dicembre del 1980 aveva assistito a una delle prime apparizioni televisive di Vasco, ospite della Domenica In di Pippo Baudo con “Sensazioni forti”, e ne era rimasto scandalizzato. Sulle pagine di Oggi, aveva pubblicato una violentissima invettiva che andava ben oltre la critica musicale: “Stavo come un papa seduto in poltrona, un bel libro di Joseph Roth sulle ginocchia, quando mia figlia pigiò il pulsante della scatola maledetta, e sul piccolo schermo convesso apparve la faccia ilare e pinocchiesca di Pippo Baudo. Insomma, era ‘Domenica in’. Qualcosa da obiettare? Non mi andavano forse il lessico e le movenze baudesche? Ma no, c’è di peggio. Ho sorbito senza traumi le ‘dirette’ da Bologna (gli stunt-cars, gli acrobati del volante), e le corali di periferia del teatro Giuseppe Verdi di Busseto. Mi sono perfino divertito alle sbruffonate dei clowns e ai ‘santini rievocativi’ di John Lennon. Ma poi, come una manciata di guano in faccia, è apparso un ‘complessino’ che io destinerei volentieri a tournée permanenti in Siberia, Alaska e Terra del fuoco – recitava l’articolo di Salvalaggio – il divo di questo ‘complesso’, che più complessato di così si muore, è un certo Vasco. Vasco de Gama? Ma no, Vasco Rossi. Per descriverlo mi ci vorrebbe la penna di un Grosz, di un Maccari: un bell’ebete, anzi un ebete piuttosto bruttino, malfermo sulle gambe, con gli occhiali fumé dello zombie, dell’alcolizzato, del … ‘fatto’. Unico dubbio: e se fingeva? E se alcolizzato o drogato non era per niente? Eh no: un vero artista, anche quando interpreta uno ‘zombie’, un barbone da suburra, un rottame umano, ci mette dentro la favilla del genio; quel lievito che ti ripaga dalla bruttura del fango, dell’orrido che contiene il personaggio. Invece, quello sciagurato di Vasco era ‘orrido-nature’, orrido-allo-stato-brado”. L’accusa insomma non era solo quella di essere un drogato, ma anche di istigare i giovani all’uso di droghe. Un pensiero in piena sintonia con la retorica perbenista e benpensante di un’Italia che si avviava a reagire col cosiddetto “riflusso” alle rivolte degli anni di piombo. “Immaginavo le centinaia di migliaia di ragazzini imberbi, succubi, che dalla tivù bevono tutto quello che viene, come fosse rosolio”, teorizzava la reprimenda di Salvalaggio, che pure all’epoca aveva solo 58 anni.
L’articolo suscitò clamore e provocò anche una risposta inaspettata: quella di Novella Rossi, la madre di Vasco, che scrisse una lettera disarmante, ricordando la dignità della propria famiglia e il lavoro onesto del marito, morto da poco, rivendicando l’onestà del figlio contro accuse ritenute gratuite e offensive: “Non ho parole, anche perché non ho studiato molto e non saprei farmi capire, ma non le auguro mai di dover leggere simili atroci, bestiali e gratuite offese sul conto di uno dei suoi figli – scriveva la mamma di Vasco – Deve essere già tanto triste guadagnarsi la vita come fa lei. Mio marito è morto poco tempo fa di fatica, ha fatto il camionista per tutta la vita, ma onestamente non ha dovuto far del male a nessuno per guadagnarsi il pane e far studiare suo figlio. Vasco non è né un … né un santo, ma è onesto come suo padre e a me basta. Le auguro che anche sua moglie e i suoi figli possano pensare lo stesso di lei, distinti saluti”.
Vasco, invece, preferì servire la sua particolare “vendetta” su un piatto freddo, consumandola qualche mese dopo sul palco più noto d’Italia, davanti a milioni di telespettatori. Nei versi di “Vado al massimo”, Salvalaggio si trasformava in un personaggio senza nome, oggetto di una presa in giro tanto evidente quanto ironica: “Meglio rischiare che diventare/ come quel tale, quel tale/ che scrive sul giornale”. E poi nella seconda parte della canzone, dopo che “vado al massimo” diventa “vado in Messico”, il nuovo sberleffo: “Voglio vedere se là davvero si può volare/ senza rischiare di cadere/ D’incontrare sempre, sempre quel tale/ quel tale che scrive sul giornale”.
La gara sanremese, in un’edizione condotta da Claudio Cecchetto con Patrizia Rossetti, non gli regalò soddisfazioni immediate. “Vado al massimo” chiuse infatti nelle ultime posizioni della classifica finale, vinta da Riccardo Fogli con “Storie di tutti i giorni”. Formalmente Vasco non arrivò ultimo, perché otto concorrenti erano già stati eliminati nelle serate precedenti, tra loro anche Claudio Villa, che contestò il regolamento fino a rivolgersi alla magistratura. Il vero colpo per Vasco Rossi sarebbe arrivato l’anno successivo con “Vita spericolata”: un’altra partecipazione accolta freddamente dalla giuria, conclusa addirittura con un penultimo posto, ma destinata a entrare definitivamente nell’immaginario della musica italiana, gettando le basi di una carriera da superstar nazionale.
Non è dato sapere se tra Rossi e Salvalaggio se vi fu mai una riconciliazione. Difficile anche solo immaginarlo vista la distanza tra i due, generazionale e non solo. Resta la curiosità di quel sardonico dissing ante litteram che seppellì per sempre l’idea ottocentesca che un cantante potesse traviare i più giovani. O forse no.