“Cause we were never being boring/ We had too much time to find for ourselves”. Il chorus di “Being Boring”, una delle canzoni più apprezzate nel concerto dei Pet Shop Boys a Taranto, potrebbe essere il manifesto programmatico del Medimex tout court. Non annoiare mai, ma spostare l’asticella sempre più in là, protesi verso nuove sfide.
Promosso da Puglia Culture nell’ambito delle azioni di Puglia Sounds, il Medimex, riuscito mix tra un festival e music conference, è arrivato alla sua sedicesima edizione, con un’identità sempre più consolidata. Anche se qualcuno ha inizialmente storto il naso quando a marzo sono stati rivelati i nomi dei Pet Shop Boys e dei Suede, l’insindacabile prova del palco ha dato ampiamente ragione agli organizzatori. Associare il duo formato da Neil Tennant e Chris Lowe agli anni Ottanta e il gruppo capitanato da Brett Anderson agli anni Novanta, però, sarebbe un clamoroso errore di valutazione. I concerti dei due headliner del Medimex hanno trasmesso una vasta gamma di emozioni, ma mai di nostalgia.
I Pet Shop Boys e i Suede non sono stati selezionati da Cesare Veronico (coordinatore artistico Puglia Sounds e Medimex) per il loro glorioso passato, ma per la loro capacità di rinnovarsi e di dominare il palco oggi. Pur avendo due frontmen assai diversi e quasi antitetici, entrambe le band inglesi hanno regalato al pubblico di Taranto due concerti che resteranno nella memoria della ex-capitale della Magna Grecia.
Pet Shop Boys, il synth-pop sempreverde
Ma andiamo per ordine. La serata del sabato è stata inaugurata dai ritmi pulsanti degli Agents of Time, duo di musica elettronica formato dai baresi Andrea Di Ceglie e Luigi Tutolo. Conosciuti a livello internazionale per i loro coinvolgenti spettacoli dal vivo e per il loro stile melodic techno, gli Agents of Time hanno fatto ballare per un’ora la Rotonda di Taranto, trasformata per l’occasione in una Tomorrowland nostrana.
Alle 22 hanno fatto il loro ingresso trionfale i Pet Shop Boys, il duo electro pop di maggior successo nella storia della musica del Regno Unito. Con oltre 50 milioni di dischi venduti in tutto il mondo e numerose vittorie ai Grammy Awards e ai Brit Awards, Neil Tennant e Chris Lowe potrebbero limitarsi a riproporre esclusivamente i loro successi degli anni Ottanta e Novanta. Invece il duo inglese ha continuato a pubblicare con regolarità nuova musica e ad esplorare sonorità in linea con il gusto contemporaneo. Pensiamo alla recente trilogia “Electric”, “Super” e “Hotspot”, prodotta da Stuart Price, e all’ultimo, eccellente album “Nonetheless“, con James Ford in console.
Lo show “Dreamworld – The Greatest Hits Live” è un viaggio nel tempo di due ore, suddiviso in tre sezioni principali, che attraversa 40 anni di carriera. Uno spettacolo futuristico e minimale al tempo stesso, pensato come una vera e propria drammaturgia pop, con picchi emotivi e cambi di scena studiati nei minimi dettagli. L’apertura vede Neil Tennant e Chris Lowe da soli sul palco, illuminati da due lampioni e con i volti coperti da maschere metalliche a forma di diapason: un’estetica ispirata al retro-futurismo dei Kraftwerk. L’esecuzione del classico “Suburbia” mette subito in chiaro la poetica del duo, in cui la leggerezza dei sintetizzatori sostiene un testo sulla violenza dei sobborghi.
La tagliente “Can You Forgive Her?”, sul tema dell’identità sessuale, l’ironia sul capitalismo di “Opportunities (Let’s Make Lots of Money)” e l’elegante disincanto di “Rent”, che si fa beffa delle relazioni di convenienza, dimostrano lo spessore artistico del loro synth-pop.




Lo show si trasforma da performance statica ad arena dance quando una squadra di tecnici, in caschetto giallo e giubbotti catarifrangenti, entra platealmente in scena per smantellare il set iniziale. Un espediente scenico che svela la band di supporto dietro al duo, con Bubba McCarthy alle percussioni, Clare Uchima alle tastiere e alla seconda voce e Simon Tellier come polistrumentista. Neil Tennant, nonostante le quasi settantadue primavere (compirà gli anni il 10 luglio), ha ancora un’intonazione perfetta, non molto diversa rispetto agli esordi degli anni Ottanta. Lo dimostra l’emozionante medley “Where The Streets Have No Name/ Can’t Take My Eyes Off You”, uno dei momenti più coinvolgenti della prima parte del concerto, in cui il cantante mima l’iconografia di “Cantando sotto la pioggia” aggrappandosi a un lampione. Taranto ha accolto con entusiasmo anche il classico “Left to My Own Devices”, nel quale i percussionisti elettronici dialogano in tempo reale con la coloratissima computer grafica, creando un effetto visivo di grande impatto, mentre il solare medley formato da “Single-Bilingual” e “Se A Vida È”, scandito da percussioni brasiliane, ha mostrato la capacità dei Pet Shop Boys di dialogare brillantemente anche con le sonorità latine.
Uno dei momenti più coinvolgenti della serata è la hit “Domino Dancing” che, nonostante i quasi 40 anni, è ancora incredibilmente attuale grazie al suo sapiente mix tra sonorità house e influenze latin. La canzone è stata ispirata dal “ballo della vittoria” di un amico del cantante, dopo aver giocato a domino in un hotel economico a Saint Lucia. L’inserimento di “Dancing Star”, tratto dall’ultimo album “Nonetheless”, un suggestivo omaggio a Rudolf Nureyev, ha dimostrato come il repertorio recente riesca a dialogare con i classici senza sfigurare. Lo confermano anche le successive “The Pop Kids”, dal bellissimo e sottovalutato album “Super” del 2016, e “A New Bohemia”, una delle poche ballad della serata, anch’essa scelta da “Nonetheless” del 2024.
“New York City Boy” si è dimostrato uno dei brani più amati della produzione di fine anni Novanta, mentre un boato ha accolto “Paninaro”, il più potente anello di congiunzione tra i Pet Shop Boys e l’Italia. Un inno allo streetwear di lusso italiano dell’epoca, che è anche l’unico brano del concerto cantato dall’impassibile tastierista Chris Lowe. In “Dreamland” e “What Have I Done to Deserve This”, la tastierista Clare Uchima duetta egregiamente con Neil Tennant, mentre “It’s Alright” e “Vocal” sono pura energia house.
Ci avviamo verso il finale, in cui i Pet Shop Boys calano il poker d’assi. La cover di “Go West”, accompagnata da immagini storiche dei primi gay pride a San Francisco, è uno dei momenti più coinvolgenti e liberatori dello show. “It’s A Sin” è un pezzo hi-Nrg drammatico e al tempo stesso irresistibile, che non ha perso nulla del suo fascino e del suo significato contro ogni pregiudizio. Le luci rosse, le immagini sullo schermo e l’interpretazione intensa di Tennant hanno trasformato il brano in una potente dichiarazione artistica. Il bis è da antologia, con l’omaggio alla Londra degli anni Ottanta di “West End Girl” e l’ironia tagliente e amara di “Being Boring”, scritta mentre l’Aids stava falcidiando la comunità gay. Pochi brani, nella storia del pop, sono riusciti a raccontare lo scorrere del tempo, l’amicizia e la perdita con la stessa delicatezza.
Il concerto dei Pet Shop Boys a Taranto è stato una masterclass su come organizzare un tour “greatest hits”, con 27 canzoni di varie epoche eseguite tutte brillantemente. Il duo inglese ha dimostrato che l’eleganza visionaria e fuori dal tempo è l’unico antidoto possibile alla noia di un presente troppo spesso privo di sostanza. Al termine dello show, Neil Tennant e Chris Lowe hanno ricevuto il Premio Ernesto Assante 2026, in ricordo del compianto giornalista e critico musicale scomparso nel febbraio 2024. Il premio, consistente in una targa e in un’opera d’arte, è stato consegnato al duo inglese da parte di Cesare Veronico, direttore artistico del Medimex, accompagnato da Antonio Decaro, presidente della Regione Puglia e da Paolo Ponzio, Presidente di Puglia Culture.
Domenica bestiale con Slowdive e Suede
Anche la serata di domenica 21 giugno non ha tradito le attese e, nel caso dei Suede, le ha anche superate. In apertura abbiamo assistito all’energico tributo ai Ramones, uno dei più importanti gruppi punk di sempre, da parte dei NYC Redux. Una produzione originale del Medimex, a cura di Marc Urselli, che ha riunito in un supergruppo il meglio della scena newyorkese. Brian Chase (Yeah Yeah Yeahs), Sami Yaffa (Michael Monroe, Joan Jett), Steve Conte (New York Dolls), Kid Congo Powers (Cramps, Bad Seeds), Eugene Hutz (Gogol Bordello), Victoria Espinoza (Puzzled Panthers/Gogol Bordello), Tammy Faye Starlight, con l’aggiunta del pugliese Enrico Petrelli (Malesangue), hanno reso omaggio al leggendario music club CBGB e, in particolare, all’album di debutto dei Ramones. Un live potente e veloce, proprio come quelli della band americana, che ha visto uno dopo l’altro brani leggendari come “I Wanna Be Your Boyfriend”, “I Wanna Be Sedated”, “Pet Sematary”, “Poison Heart” e “Blitzkrieg Bop”.
Atmosfere completamente diverse hanno caratterizzato lo show degli inglesi Slowdive, band-simbolo dello shoegaze e del dream-pop. Spesso scelti dai Cure come apertura dei loro concerti, gli Slowdive hanno incantato il pubblico di Taranto per le loro complesse trame sonore, con chitarre piene di riverberi e delay, su cui si inseriscono le emozionanti voci di Neil Halstead e Rachel Goswell. I brani dell’ultimo album “Everything Is Alive” si fondono con i classici storici del disco cult “Souvlaki”, mentre sullo sfondo scorrono proiezioni psichedeliche eleganti e ipnotiche.


Il terzo concerto della domenica è affidato ai Suede, che rappresentano il lato più glam e teatrale del movimento britpop inglese. Il “secondo ritorno” della band capitanata dal carismatico Brett Anderson nel 2010 è una delle più grandi storie di rinascita nella storia della musica pop-rock. Mentre molti dei loro colleghi si sarebbero accontentati di suonare all’infinito i vecchi successi degli anni Novanta, i Suede hanno continuato a creare nuova musica altrettanto valida, se non migliore, dei loro primi album. Infatti, analizzando i cinque album pubblicati dal loro ritorno, da “Bloodsports” del 2013 ad “Antidepressants” dello scorso anno, non ce n’è uno che non sia all’altezza della loro fama.
La band londinese ha aperto il concerto con “Disintegrate”, tratto dal suo album del 2025 “Antidepressants”, mettendo subito in mostra l’energia travolgente dell’eterno Anderson. Una serie di tre brani amatissimi dai fan si sono susseguiti rapidamente, infiammando ulteriormente la folla già elettrizzata. “Trash” del 1996, “Animal Nitrate” del 1993 e il loro singolo di debutto, “The Drowners” del 1992 sono un tris d’assi che già basterebbe per un concerto indimenticabile. L’adrenalina continua a scorrere senza sosta anche in “Personality Disorder”, fino a che si arriva al primo colpo di scena della serata. Il gruppo, a eccezione del tastierista Neil Codling, lascia il palco mentre il frontman, già completamente sudato, si esibisce, sdraiato a terra, in una versione sbalorditiva di “The 2 Of Us”, dimostrando una padronanza vocale da navigato crooner.


La festa si riaccende con “Dancing With The Europeans”, un brano che invita al singalong, oltre che il titolo delle prossime date del tour europeo. La scaletta è un vero e proprio ottovolante di emozioni, che cambia continuamente ritmo e intensità. “Filmstar”, tratta da “Coming Up” del 1996, è ancora oggi uno dei momenti più attesi dai fan dei Suede, mentre l’ipnotica ed emozionante “June Rain”ha confermato la bontà degli ultimi album “Antidepressants”.
Il trittico finale di brani composto da “So Young”, “Metal Mickey” e “Beautiful Ones”, che hanno mandato in visibilio la Rotonda di Taranto, è la prova che oggi i Suede sono una delle migliori live band su piazza. Se il gruppo è una macchina del rock perfettamente a fuoco, Brett Anderson è un frontman prodigioso, un mix perfetto tra l’energia primordiale di Mick Jagger e l’eleganza da dandy di Bryan Ferry. Il cantante ha dato tutto se stesso per un’ora e mezzo, incitando continuamente la folla, roteando il microfono alla Roger Daltrey e scendendo più volte in mezzo alle prime file, tra abbracci e foto dei fan increduli.
Le strade del Mediterraneo
Oltre ai concerti degli headliner, hanno riscosso grandi apprezzamenti anche le esibizioni de “Le Strade del Mediterraneo”, il progetto speciale di world music curato da Antonio Diodato. La rassegna, che si è svolta al Castello Aragonese di Taranto, ha visto alternarsi il dream-pop con suggestioni liriche della napoletana Sara Gioielli, il rai elettrificato dello svizzero-marocchino Sami Galbi e il folk percussivo di Davide Ambrogio. La suggestiva location dello Spazioporto ha ospitato gli showcase di giovani artisti italiani di talento, tra jazz, world, urban e rock, oltre ai dj-set di due big come Dj Reborn e Eugene Hutz.
Il Medimex ha registrato grande partecipazione ai 65 appuntamenti programmati in cinque giorni, con un notevole afflusso di pubblico in loco, oltre a 1 milione di utenti raggiunti e 4 milioni di impression sui social network della manifestazione.
Uno dei momenti più attesi del festival è la mostra fotografica, che quest’anno ha avuto un’ospite del calibro di Roberta Bayley, a cui si deve la copertina del primo, leggendario album dei Ramones. L’esposizione, intitolata “Roberta Bayley: The Ramones, CBGB’s and New York City”, è visitabile fino al 5 luglio 2026 all’interno del MArTA (Museo Archeologico Nazionale di Taranto). La mostra offre uno straordinario viaggio visivo dentro il celebre club CBGB’s e nel Lower East Side di New York, raccontando la storia di una intera sottocultura attraverso l’obiettivo di una delle sue testimoni più importanti, che allora lavorava alla porta dell’iconico locale (il cui ingresso costava solo 2 dollari). Prima di diventare una fotografa famosa, Roberta Bayley ha lavorato a Londra nel negozio di vestiti di Malcolm McLaren e Vivienne Westwood, i creatori dei Sex Pistols. L’artista ha rivelato alla stampa che lo scatto di Joey Ramone con una tavola da surf è in assoluto la sua fotografia più popolare e richiesta, mentre, per la immagine di copertina del primo album dei Ramones, ha ricevuto solamente 125 dollari. Roberta Bayley ha invece raccontato che, una volta tramontata quella straordinaria stagione musicale e sociale, ha deciso di mettere definitivamente la macchina fotografica nel cassetto, poiché lo spirito autentico di quegli anni si era ormai spento. La fotografa ha descritto quel periodo a New York come un momento unico e irripetibile di totale libertà creativa, in cui i musicisti volevano comunicare qualcosa di originale e rivoluzionario.
“Sono contento che il Medimex ancora una volta abbia scommesso sui grandi protagonisti della storia della musica internazionale ma anche sui giovani talenti pugliesi per cui questa manifestazione deve essere un’opportunità a dimostrazione che la Regione ha voglia di investire sulle loro capacità e sul loro lavoro”, ha dichiarato il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro. “Medimex tornerà a Taranto dal 15 al 19 giugno 2027 – ha aggiunto Paolo Ponzio, presidente di Puglia Culture – L’ edizione appena conclusa ha confermato ancora una volta la natura più profonda della manifestazione: una piattaforma strategica per la crescita del sistema musicale pugliese e per il suo posizionamento nel più ampio scenario nazionale”. “Siamo molto soddisfatti del risultato di questa straordinaria edizione”- rivela Cesare Veronico, coordinatore artistico Medimex/Puglia Sounds – Il Medimex continua a suonare come una splendida sinfonia collettiva in cui ognuna delle persone che ci lavora, degli artisti, degli ospiti e del nostro pubblico porta la propria indispensabile nota”. La città di Taranto, troppo spesso associata esclusivamente alle ben note vicende dell’Ilva (ora ArcelorMittal), in questi giorni è tornata al centro della musica, mostrando il suo volto più bello, forte di una storia di oltre 2.700 anni.