Pochi nomi portano un peso identitario come quello di Armand Jakobsson: svedese di Malmö trapiantato a Barcellona, ha battezzato quasi per scherzo un intero genere, quella lo-fi house di metà anni Dieci fatta di fruscio di nastro e tempi rallentati; l’etichetta gli è piombata addosso prima ancora che capisse cosa stesse facendo, e da allora ci ha convissuto. “If This Is It”, terzo album e secondo per Ninja Tune, è il disco con cui chiude quel cerchio: lo ha cominciato la settimana stessa in cui usciva il precedente “Mirrors” nel 2021, lasciandolo maturare per cinque anni tra un tour e l’altro, ripescando demo dall’hard disk e limandole fino allo sfinimento. Il concept dichiarato è l’accettazione, godersi il presente invece di rimpiangere il passato: e in fondo è anche un modo per accantonare quella stessa lo-fi house da lui inventata, malinconica come una vaporwave ancorata alla cassa dritta.
Sul piano sonoro il marchio è quello di una Uk garage melodica e cristallina, con venature trance e una sfilza di ospiti a riempire un calderone non particolarmente saporito. Fondendo euforie radiofoniche con spunti intercambiabili, l’artista costruisce virate synth-pop e ritornelli balearici, ballad ispirate a viaggi in auto e beat sincopati su linee acchiappa-orecchio. Ricordando un po’ l’ultimo Lust For Youth ma con più verve sentimentale, e sommando synthwave lunare a ritmi estivi, a tradirlo è proprio la levigatura. Nel cercare una nuova direzione e nell’anelare la maturità stilistica, Jakobsson smussa tutta la ruvidezza: la grana sporca lascia il posto a una patina da vetrina, a manipolazioni vocali già sentite e progressioni tematiche che girano nei circuiti club da tempi immemori.
Unire elementi uplifting e zucchero a profusione dà l’idea di una profondità e di una fragilità emotiva più dichiarate che percepite. La confezione è impeccabile, come potrebbe esserlo un video YouTube di divulgazione musicale che senza un errore spiega come realizzare quella poderosa bassline; ma che, capito il meccanismo, non farebbe venire voglia di replicarlo. Le dodici tracce filano via con troppa educazione, dove galleggia troppo materiale interscambiabile, di quello che convince più per perizia tecnica che per ispirazione. Dopo cinque anni di gestazione ci si aspetterebbe un salto, uno strappo; arriva invece un disco adulto e ordinato, che lima ogni spigolo e, così facendo, dimentica perché qualcuno si fosse innamorato di quel suono.
01/07/2026