Fino a pochi minuti prima della comparsa in scena di Aldous Harding sul palco del Monk, avevo ancora quella curiosa incertezza che l’evento non si verificasse, come in una sorta di “Aspettando Godot” pienamente in linea con il carattere sfuggente dell’artista neozelandese. Non sapevo cosa aspettarmi. I suoi dischi mi accompagnano da anni, eppure non sono mai riuscito a collocarla davvero. Ogni ascolto sembrava sottrarla a una definizione diversa: troppo obliqua per essere ridotta al folk, troppo teatrale per abitare soltanto il registro della songwriter, troppo ironica per lasciarsi imprigionare nell’immagine dell’artista enigmatica che spesso le viene attribuita. È come se la sua musica respingesse sistematicamente qualsiasi tentativo di essere fissata in una forma definitiva.

La sensazione non cambia quando sale sul palco: alle 21,30 si presenta, giacca da baseball, passo esitante quasi il tappeto del palco fosse fatto di sabbie mobili, seguita da una band che la sta accompagnando nelle varie tappe del tour. Attimi di silenzio per evocare quello spazio “negativo” necessario alla genesi della sua musica, ed ecco che le note minimali di “Train On The Island” rompono la quiete. Con movimenti da tai-chi al rallentatore, Aldous canta una melodia compassata, vagamente infantile, con un controllo impressionante del fraseggio e della dinamica, mentre il corpo disegna una gestualità minima ma continuamente mutevole, fatta di torsioni, improvvisi irrigidimenti, piccoli scarti che sembrano nascere dalla struttura ritmica dei brani più che da una volontà performativa. Nulla appare decorativo, nulla è lasciato al caso.
Con “I Ate The Most” e “One Stop” questa grammatica scenica diventa ancora più evidente. Harding parla pochissimo, si concede ogni tanto appena un saluto, rinunciando a qualsiasi forma di mediazione con il pubblico. Eppure non c’è distanza. La sua presenza si costruisce attraverso una rigorosa economia espressiva: il silenzio diventa materiale compositivo, le pause acquistano una tensione pari a quella delle note, ogni movimento sembra prolungare il respiro della musica. È una teatralità minimale ma assolutamente percepibile, al punto che, a un tratto, dal pubblico qualcuno chiede agli altri di sedersi per poterla vedere meglio. Le canzoni, da sole, non esauriscono la performance. Tra un brano e l’altro, nei silenzi e nella precisione quasi coreografica dei movimenti, Harding costruisce un secondo linguaggio, altrettanto eloquente della musica.
Specialmente con i brani dell’ultimo lavoro, l’impressione è quasi di assistere all’atto creativo in divenire più che a una forma consolidata da consegnare al pubblico. È musica fortemente psicologica e il fatto che la Harding non faccia nulla per venire incontro al pubblico rende l’esperienza ancora più indecifrabile. In questo contesto, le tracce in scaletta prese dai dischi precedenti, quali “Treasure”, “Passion Babe” o “Leathery Whip” sono momenti per riprendere fiato, tra melodie più limpide e un’interpretazione più disinvolta.
È però nella resa dal vivo delle composizioni più recenti che il concerto raggiunge la sua espressione più compiuta. “What Am I Gonna Do” si sviluppa su un impianto ritmico essenziale, attraversato da splendidi ricami di arpa, oscillando tra spavalderia e infantile insicurezza, per poi andare a concludersi su una coda strumentale ipnotica. La notturna “San Francisco” è ancora più sorprendente, con i suoi inserti di Fender Rhodes a fare da sfondo a una voce che cambia registro a ogni verso, tra dubbi, disillusione e fragilità.

Non sorprende, allora, che la scaletta privilegi proprio questo repertorio, con ben nove brani. Più che alternare vecchio e nuovo, Harding costruisce un flusso continuo, in cui ogni canzone sembra esistere in funzione della successiva. Il concerto assume così i contorni di un organismo unitario, governato da una medesima tensione espressiva, dove anche le incursioni nel passato non interrompono il racconto ma lo ampliano. Così “Fever”, accolta con un entusiasmo palpabile, non viene percepita come un inevitabile “classico” o un momento di gratificazione per il pubblico: finisce invece per confermare la sorprendente continuità di una scrittura che, pur mutando forma da un disco all’altro, conserva intatta la propria identità.
Il bis affida i saluti a “Imagining My Man” e “Designer”. Harding le interpreta senza modificarne il registro emotivo, si avvicina al proscenio, si inchina con discrezione e scompare. Nessun ritorno, nessun ultimo gesto. Un congedo asciutto, perfettamente coerente con una performance che ha trovato nella sottrazione la propria forma più eloquente.