ALDOUS HARDING - Train On The Island

2026 (4ad)
alt-folk, singer-songwriter

Una voce, tante voci: è un mistery box ricco di sorprese, l’universo creativo di Aldous Harding. Inafferrabile e mutevole. Un insieme di spunti armonici e enigmi lirici in apparente contrasto. Ma è solo l’ennesima maschera, quella che la cantante neozelandese, ormai stabilitasi in quel di Cardiff, agita davanti agli occhi dell’incauto ascoltatore.
Aldous Harding ha pian piano conquistato uno status artistico che esula dal cliché cantautrice chitarra-malinconia-identitàsessualeincerta, per una più ambiziosa e riuscita messa in scena a metà strada tra una poetica tragicomica/teatrale e una svogliatezza dai tratti alt-pop. Che John Parish sia il fedele compagno di ventura in questa riscrittura della struttura canzone non è casuale: “Train On The Island” è un altro eccentrico album che con drammatica tenerezza prima conquista l’attenzione, per poi agitare l’anima.

 

 

E’ bastato l’ossessivo singolo “One Stop” per capire che questa volta Aldous Harding predilige l’imprevisto: lo stridulo contrappunto del pianoforte si placa solo quando lo strimpellio delle chitarre acustiche modifica l’atmosfera plumbea in una scorribanda folk-pop, ed è solo l’inizio. H. Hawkline, Sebastian Rochford e Mali Llywelyn sono i complici di questo nuovo campionario di immaginazione e trasgressione alt-folk. Ognuna delle dieci tracce è terreno fertile per mutazioni vocali e lessicali che in altre mani suonerebbero come distoniche e fugaci.
“Train On The Island” è anche il disco più ingannevolmente introspettivo dell’autrice neozelandese: le nuance psichedeliche della title track e gli accordi fuori tono della breve e spoglia “Riding That Symbol” sono confini, ma anche punti di partenza per inedite divagazioni.

 

Non stupitevi se “I Ate The Most” pesca nelle pagine scompigliate di “Kid A” dei Radiohead, oppure degli accenni jazz che infettano l’agile contesto folk-pop di “If Lady Does It” fino a confonderne la percezione (come se Robert Wyatt duettasse con Emmylou Harris): nulla è come sembra nel mondo di Aldous Harding.
Nessuna rivoluzione nel quinto album della cantautrice neozelandese, ma anche nulla di ordinario: anche quando cita sé stessa nell’intrigante “What Am I Gonna Do” (una “The Barrell” in chiave dark), sono innumerevoli i sortilegi sonori – il continuo break con cambi di registro o l’arpa che allenta la tensione – ed è sorprendente che sia frutto della stessa mano che poco prima si cimenta in un duetto con H. Hawkline su un delizioso e vivace tempo di bossa nova,“Venus In The Zinnia”.

 

Enigmatici e a volte surreali i testi sono un valore aggiunto, ed è arduo capire se è da questa stralunata visione poetica che viene fuori la diversità umorale delle canzoni. La voce mesta e dolente che si adagia sulla pedal steel nel country-noir di “Worms”, il passaggio dal sussurro al contralto che smuove le acque di “San Francisco” (quasi uno spin off di “One Stop”) e le strambe sovrapposizioni di voci nel brano più rock, ma non troppo, del lotto “Coats”, sono capitoli di un racconto unico ma mutevole, l’ennesimo frutto di una personalità artistica tanto straordinaria quanto comprensibile e intrigante, ovvero unica.

17/05/2026

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