Un nuovo album di Robyn Hitchcock si conferma, puntualmente, una raffinata scatola a sorpresa. Imprevedibile quanto surreale, il musicista britannico celebra cinquant’anni di stralunate miniature psych-pop con un nuovo lavoro dal titolo esplicativo e finemente ironico: “The Confuser”, colui che confonde.
Con un timbro vocale caratteristico, in perfetta sintonia con le influenze mai celate di Syd Barrett, John Lennon e Bob Dylan, l’ex leader dei Soft Boys – sì, continueremo a citarli fino a che non sarà loro riconosciuta la straordinaria creatività artistica – affronta i temi del declino, dell’invecchiamento e della morte. Lo fa tuttavia con toni raggianti e spumeggianti, delineando un approccio decisamente più incline al rock rispetto alle sue ultime produzioni.
Registrato sotto la guida di Brad Jones, “The Confuser” si avvale di un organico di assoluto rilievo: Jeremy Fetzer e l’ex compagno di avventure Kimberly Rew alle chitarre, Todd Bolden al basso, Eric Slick alla batteria e Gillian Welch ai cori nel brano “Ghost In The Sunlight”. Distanti dalle stucchevoli derive di certa psichedelia anni 70, le coordinate musicali di Hitchcock condividono etica ed estetica con le digressioni armoniche dei Rem. o con le intuizioni beatlesiane di band quali gli Stone Roses. La nota di rilievo è che “The Confuser” si rivela un’opera ingannevolmente accessibile.
Privo di concessioni al romanticismo o alla mera perfezione formale, per quanto eseguito in modo impeccabile, il disco si apre con il rock’n’pop agile e arguto di “I Am This Thing”, in cui Hitchcock declama con disinvoltura: “Devo molto al cazzo di un uomo morto”, aggiungendo poi “Quando mi decomporrò sarò parte di ogni cosa”. La chiusura dell’album non è da meno: in “Wasted”, sonorità da music hall e venature honky-tonk fanno da cornice a una melodia sbarazzina che l’autore ha dichiarato di aver composto pensando a Dean Martin: “Sono qui da tanto, tanto tempo, e sono semplicemente esausto, esausto per te”.
Nel mezzo, Hitchcock continua a esplorare il tema della transitorietà a tempo di funk’n’roll in “My Dead Astronaut”, si confronta con la vecchiaia nella deliziosa ballata psichedelica “Breathless” e vira verso un dream-pop dalle sfumature glam nella raffinata “The Vanishing Kind”, concentrando ancora una volta l’attenzione sulla caducità della vita.
Trova inoltre spazio un piccolo capolavoro poetico come “Ghost In The Sunlight”, nostalgica e graffiante riflessione su come gli errori del passato condizionino il futuro.
Non appare azzardato includere Robyn Hitchcock nel novero di quegli artisti che, nell’anno in corso, continuano a esibire una straordinaria vitalità e maturità artistica a dispetto dell’età anagrafica (al pari di Rolling Stones, Paul McCartney o Deep Purple).
È sufficiente soffermarsi sul grintoso pop-punk di “Yesterday’s Rain”, di chiara matrice Xtc, sul funk psichedelico della travolgente “Building From The Ruins” (uno dei passaggi lirici più oscuri del lotto), sulle geometrie rock e jangle-pop di “How To Feel Alright” o sulla melodia sing-along della beatlesiana “Monday For Me” per ribadire l’unicità di una delle figure più iconiche della storia del rock.
03/08/2026