Paradise
Is exactly like
Where you are right now
Only much much
Better
(Laurie Anderson, “Language Is A Virus”)
Sessanta canzoni, una sola parola: heaven. Poche immagini hanno attraversato la storia del pop e del rock con la stessa capacità di cambiare significato, trasformandosi di volta in volta in paradiso, aldilà, promessa, illusione, desiderio, amore, perdita o semplice luogo dell’immaginazione. È attorno a queste molteplici sfumature che si sviluppa la nostra playlist “celestiale”, aperta da “Knockin’ On Heaven’s Door” di Bob Dylan (dalla celebre colonna sonora del film western “Pat Garrett e Billy Kid” del 1973), dove il cielo è la soglia estrema, la porta davanti alla quale ci si presenta quando la vita sta per finire.
Da lì il viaggio prende direzioni diversissime. In “Just Like Heaven”, il brano dei Cure che dà il titolo alla raccolta, il paradiso è quello vertiginoso dell’innamoramento: un momento di felicità quasi irreale, tanto intenso da sembrare già sul punto di dissolversi. Nel classico per antonomasia dei Led Zeppelin (“Stairway To Heaven“) l’eden si fa meta spirituale e sinonimo di una possibile elevazione interiore, contrapposta all’illusione che felicità e salvezza possano essere comprate con i beni materiali. I Bee Gees dell’era disco music di “Too Much Heaven” ne fanno invece l’immagine di un amore assoluto e sovrabbondante, mentre con “Heaven Or Las Vegas” dei Cocteau Twins (che ci fornisce anche l’immagine-logo della raccolta) il termine perde quasi ogni concretezza per diventare pura suggestione dream-pop, un luogo trasognato ed etereo, sospeso tra estasi, sensualità e mistero.
C’è poi l’heaven dei Talking Heads, tutt’altro che paradisiaco nel senso convenzionale del termine: un luogo alienante, dove non accade mai nulla e tutto si ripete in eterno (“Heaven is a place/ A place where nothing/ Nothing ever happens”), descritto da David Byrne con la consueta ironia straniante e ripreso anni dopo dai Simply Red, in una nuova struggente versione. E c’è l’eden che negli anni Ottanta diventa irresistibile materia (synth)pop e new wave: quello malinconico di Echo & The Bunnymen e Psychedelic Furs, quello sintetico dei Fiction Factory, quello disperatamente romantico dei Blow Monkeys, fino al paradiso terrestre della deliziosa Belinda Carlisle e a quello sentimentale e classic rock di Bryan Adams.
Ma “Heaven” può anche diventare tragedia e assenza, come nelle “Tears In Heaven” di Eric Clapton; sarcasmo e alienazione, come in “Heaven Knows I’m Miserable Now” degli Smiths; metafora cosmica ed ecologica in “Monkey Gone To Heaven” dei Pixies; provocazione disco-pop in “The Number One Song In Heaven” degli Sparks; confine tra bene e male in “Heaven And Hell” dei Black Sabbath, ammutinamento sovversivo (“Mutiny In Heaven” di Nick Cave con i Birthday Party) o addirittura anticamera dell’inferno in “South Of Heaven” degli Slayer. Tra Paul McCartney, Rolling Stones, Depeche Mode, Swans, Pavement, Lana Del Rey, Elliott Smith, Radio Dept., Siouxsie, Beyoncé e compagnia cantante, il paradiso finisce così per assumere tante forme quanti sono gli artisti che provano a immaginarlo.
Sessanta declinazioni diverse di una stessa parola, dunque, più una bonus track, introvabile purtroppo su Spotify, ripescata da una preziosa meteora eighties di nome Two People (“Heaven”). A chiudere, una canzone fuori quota: la sempiterna “Language Is A Virus” di Laurie Anderson, che “heaven” non ce l’ha nel titolo ma ne offre la miglior descrizione possibile nel verso scelto come ideale epigrafe della playlist: “Paradise is exactly like where you are right now, only much, much better “. Una definizione insuperabile che ci pare il modo migliore per iniziare – e chiudere – il nostro viaggio in Heaven. Ecco qui sotto la playlist più le due bonus track.