La storia della musica è strapiena di etichette che mettono assieme, in modo più o meno forzato, proposte che non sempre sono così simili tra loro. In questi casi, normalmente il fenomeno dura per un numero di anni che si può contare sulle dita di una mano, e le band che ne facevano parte vengono irrimediabilmente associate solo a quegli anni. Finire in questo tipo di meccanismo può essere utile nel breve termine, perché ci si garantisce una certa visibilità, ma il rovescio della medaglia è la mancanza di credibilità una volta che la bolla scoppia. Si resta indissolubilmente legati a quegli anni, e se si prova ad andare avanti, non si viene considerati praticamente da nessuno.
L'
Adult-oriented rock è uno degli esempi caratteristici di quanto appena detto. Artisti come i
Boston, i Journey, i
Toto, i
Foreinger, la
Steve Miller Band, Huey Lewis & The News, i Def Leppard, e chissà quanti altri se ne potrebbero nominare, hanno venduto vagonate di dischi anche perché sono stati tutti accomunati da questa etichetta, fatta passare come genere musicale benché tale non fosse. Oggi, però, anche se alcuni di loro sono ancora attivi, è inevitabile per la maggior parte degli appassionati di musica associarli solo e unicamente a quegli anni.
Non tutti, però, hanno subito questo destino, e uno su tutti è, ancora oggi, sulla cresta dell'onda senza che necessariamente si pensi a lui come un vecchio esponente dell'Aor. Bryan Guy Adams ha, come i nomi succitati, fatto il cosiddetto botto durante il periodo d'oro dell'Aor, con album come
Cuts Like A Knife e
Reckless e hit mondiali capaci di commuovere il pubblico come "Straight From The Heart" e "Heaven", o parimenti in grado di farlo sudare e divertire, come "Summer Of '69" e la stessa "Cuts Like A Knife". Però, nel momento in cui la sbornia è stata smaltita, il nostro è riuscito, grazie a meriti artistici (nello specifico, un disco riuscitissimo come
Waking Up The Neighbours) e a intelligenti sinergie musicali e soprattutto cinematografiche, a mantenere caldo il proprio nome e a non perdere quella presa sul pubblico che continuare a mantenere tuttora.
Gli inizi: l'incontro con Jim Vallance e un potenziale ancora inespressoBryan nasce in Ontario nel 1959 e quindici anni più tardi si stabilisce a Vancouver con sua madre e suo fratello. Qui fa qualche esperienza in alcune band locali, poi, nel 1978, incontra Jim Vallance, che formerà con lui un'affiatatissima coppia di
songwriter e comporrà canzoni anche per diversi altri nomi affermati, come i Kiss,
Tina Turner,
Joe Cocker e molti altri. In quasi tutti i migliori dischi di Adams c'è il contributo di Vallance e in quasi tutti quelli di qualità scadente, quest'ultimo non ha contribuito. Basterebbe questo per comprendere l'importanza del lavoro di Jim nella carriera di Bryan.
Il disco di debutto, intitolato, semplicemente,
Bryan Adams, esce il 12 febbraio 1980, mentre il successivo
You Want It, You Got It viene pubblicato il 21 luglio 1981. Su entrambi i lavori, si possono fare le stesse considerazioni: affiorano discrete melodie e una buona orecchiabilità complessiva, ma mancano mordente e personalità. Il timbro vocale ruvido e graffiante che renderà Bryan Adams famoso in tutto il mondo è ancora allo stato embrionale, e la spavalderia e l'intensità che ne caratterizzeranno i momenti d'oro non si intravedono ancora. Del resto, anche per quanto riguarda i musicisti non c'è ancora la formazione che accompagnerà il nostro durante il suo periodo più ispirato: nell'esordio non ce n'è proprio nessuno, mentre nel secondo appaiono, per la prima volta, il batterista Mickey Curry e il tastierista Tommy Mandel.
Si tratta, chiaramente, di album "di ambientamento", che Bryan ha realizzato per capire bene come muoversi nel mondo musicale, sia dal punto di vista dei contenuti che della realizzazione degli stessi. Certo, un percorso come questo sarebbe impensabile nel mercato musicale di oggi, in cui se non si propone un debutto già ben definito si viene irrimediabilmente bollati e non se ne esce più, ma allora le cose stavano in modo diverso e poteva succedere che un'etichetta come la A&M, che in quel periodo era ancora indipendente, decidesse (e potesse permettersi economicamente) di investire su un nome promettente e di lasciargli tempo e modo di fare esperienza.
Vale la pena, comunque, menzionare almeno alcune canzoni appartenenti a questa fase. In primis, meritano di essere ascoltati i due brani di apertura dei rispettivi dischi, ovvero "Hidin' From love" e "Lonely Nights", che vantano melodie validissime e un'immediatezza contagiosa; poi non si possono tralasciare "Give Me Your Love" e "No One Makes It Right", poiché suonano come il punto di partenza per tutte le grandi
ballad che arriveranno in seguito; e infine sono importanti anche "Wastin' Time", nella quale compare almeno un po' di esuberanza rock'n'roll, e "Don't Look Now", ulteriore passo in avanti verso la definizione di quel
sound muscolare che farà le fortune di Bryan.
In generale, si può dire che il primo disco sia un po' più riuscito dal punto di vista melodico, mentre il secondo suona un po' meglio. Come detto, Bryan Adams e Jim Vallance devono ancora trovare un'ispirazione compositiva che si mantenga costantemente su alti livelli e capire come coniugarla al meglio con un suono che la valorizzi e colpisca nel segno.
Alla conquista del mondo in punta di coltello
Il 18 gennaio 1983 esce
Cuts Like A Knife, il disco con cui Adams e Vallance fanno quadrare il cerchio e pongono le condizioni per un successo planetario che, puntualmente, arriverà. Accanto a loro, si riveleranno importanti la crescita di Bob Clearmountain come produttore (già al lavoro sul disco precedente) e gli ingressi in formazione di due musicisti che rimarranno a lungo con Bryan, ovvero il bassista Dave Taylor e, soprattutto, il chitarrista Keith Scott. Poniamo l'accento in particolare su quest'ultimo per due motivi: la scioltezza e spavalderia che mette nel suonare e la capacità, durante i concerti, di fungere da perfetta spalla del leader, con il quale si scambia bordate di
riff chitarristici e simpatiche battute che rendono l'esperienza live ancora più coinvolgente, assieme al suo innato carisma che, ogni tanto, lo rende il vero protagonista del concerto. Scott rappresenta il pezzo del puzzle necessario per far decollare la carriera di Adams e farlo amare sempre di più dal pubblico.
Cuts Like A Knife è un disco principalmente conosciuto per un trio di singoli che hanno portato il nome di Bryan Adams nel
mainstream musicale. Parliamo della
title track, di "This Time" e di "Straight From The Heart", ovvero un
midtempo potente e adrenalinico, un altro
midtempo più leggero e rilassato e una
ballad romantica e coinvolgente. Sono canzoni che non hanno, letteralmente, bisogno di presentazioni, e il bello è che il loro successo non è dovuto necessariamente alla voglia di produrre hit ultracommerciali senza badare alla qualità, perché è vero che, come detto in premessa, si inseriscono appieno in un filone musicale che andava per la maggiore, ma portano con sé anche innegabili pregi qualitativi, come le melodie impeccabili, una parte vocale carismatica ed espressiva e un suono che si lascia alle spalle le timidezze del passato per procedere spedito a testa alta e petto in fuori.
Il resto del disco, comunque, non è da meno, a cominciare dalla perfetta
opener "The Only One", che sferra subito un colpo ben assestato, viaggiando su tempi medio-alti e inanellando un'irresistibile successione di melodie, tra il
riff di chitarra iniziale, la strofa e il ritornello e dando subito la carica all'ascoltatore, anche per un testo che spinge ad affrontare le situazioni della vita con schiettezza e senza fronzoli. Anche l'energia di "I'm Ready" è trascinante e coinvolgente, con le chitarre in rimo piano che godono del giusto grado di ruvidezza e sono in grado di dare a chiunque la convinzione di essere davvero pronto a tutto. Il lato romantico fa capolino anche nella conclusiva "The Best Was Yet To Come", ed è vero che il meglio, per Bryan, dovrà ancora venire, e arriverà a breve, ma anche solo con questo lavoro il passo in avanti è notevole e il successo che ne consegue è strameritato.
Ovviamente, il disco vende moltissimo e permette a Bryan di andare in tour in giro per il mondo. Ormai la strada verso il successo è spianata, e con l'album successivo inizieranno ad arrivare anche i primi numero 1 nelle classifiche di vendita.
Vita spericolata
Reckless esce il 5 novembre 1984 ed è il disco di Bryan Adams che contiene il maggior numero di canzoni conosciute dal grande pubblico. A parte le due tracce in apertura e in chiusura, le altre sei sono altrettanti successi globali, che ancora oggi rappresentano l'ossatura del repertorio più noto del musicista canadese. Riepiloghiamo brevemente: "Run To You", "Heaven", "Somebody", Summer Of 69", "Kids Wanna Rock", "It's Only Love". Un filotto di hit da far tremare i polsi, un centro così pieno che, se anche un'altra freccia fosse rimasta piantata sul bersaglio in quella posizione, sarebbe stata spezzata.
Ancora una volta, è bene ribadire che i risultati ottenuti da queste canzoni, e dal disco nel suo complesso, non sono solo figli dell'appartenenza a un filone musicale ancora molto in voga: Adams e compagni rivelano una qualità compositiva ed esecutiva fuori dal comune. La
line-up è la stessa del disco precedente, in accordo col vecchio detto che "squadra che vince non si cambia". Alla prova dell'ascolto, tutti i pregi di
Cuts Like A Knife sono ancora presenti, ma c'è anche un netto miglioramento rispetto al predecessore. Se, per il disco dell'anno precedente, avevamo parlato di melodie impeccabili, una parte vocale carismatica ed espressiva e un suono che procede spedito, qui le melodie sono ancora più valide, il cantato è ancor più coinvolgente ed efficace e il suono travolge l'ascoltatore in misura maggiore.
In aggiunta a questi miglioramenti, ce n'è un altro, che forse è quello più marcato e riguarda l'ampiezza del numero di idee. Rispetto agli album precedenti, emergono molte più soluzioni, dal punto di vista sia della parte ritmica che degli arrangiamenti. Quanto al primo aspetto, ci sono più fantasia, più spigliatezza e più freschezza, e non si susseguono solo canzoni dall'andamento lineare come in passato: alcune di essere sfoggiano ad esempio diversi cambi e variazioni sul tema. Parlando del secondo aspetto, va sottolineato un lavoro molto più interessante sugli elementi di colore, come la chitarra ritmica, le tastiere, le seconde voci e persino i battimani, che qui, molto più che in passato, vengono usati come parte essenziale del suono, con interventi che non si limitano ad accompagnare gli accordi e/o le melodie principali, ma danno sfumature e profondità, conferendo tonalità più brillanti o più cupe in base alla canzone.
Tutto ciò permette a Bryan Adams e al suo team anche di esplorare nuove strade dal punto di vista stilistico, uscendo dai confini propri del rock di quegli anni e andando a rivisitare con un tocco moderno generi più tradizionali come il rock'n'roll e il country. Alla prova dell'ascolto, quindi, il disco è vario, coinvolgente e senza riempitivi, a partire dalla canzone iniziale, una "One Night Love Affair" anch'essa uscita come singolo ma senza raggiungere la notorietà delle altre canzoni citate, e risultando comunque molto valida in termini di qualità melodica e immediatezza.
Come detto, però, il meglio sta in quel fantastico nucleo centrale, che inizia con una "Run To You" dinamica, conturbante e perfetta per come mette in scena senza filtri lo stato d'animo di una persona che non riesce a smettere di essere infedele. Si continua con "Heaven", una delle
power ballad meglio riuscite di tutti gli anni 80, e che, tra l'altro, rappresenta il primo contatto con l'industria cinematografica, visto che è stata inizialmente realizzata per il film "A Night In Heaven"; "Somebody" segna una delle poche occasioni in cui Adams si confronta con una ritmica
groovy, cavalcata come meglio non si potrebbe; poi c'è "Summer Of '69", nella quale tutto concorre al meglio per rappresentare ciò che viene raccontato nel testo: la struttura della canzone con quell'inizio solo voce e chitarra elettrica e il successivo e repentino ingresso del resto degli strumenti, lo stile delle linee melodiche, i saliscendi di intensità ben studiati, tutto serve per far vivere all'ascoltatore il senso di nostalgia positiva che è alla base della canzone.
"Kids Wanna Rock" vede Bryan scatenato come non mai, ma allo stesso tempo è, ancora una volta, molto ben progettata, con quei continui
stop and go che mettono una voglia irrefrenabile di ballare; "It's Onlty Love", infine, è un riuscitissimo duetto con
Tina Turner, con la quale Bryan forma una coppia di timbri vocali che sembrano nati per cantare insieme.
L'ultimo aspetto importante di
Reckless che va sottolineato è un ulteriore salto di qualità nei testi. Nei dischi precedenti, sembrava quasi obbligatorio per l'autore dover parlare di sé in qualche modo e apparire come una persona capace solo di buoni sentimenti. Qui, invece, da un lato si tratta il tema dell'infedeltà sentimentale senza filtri, e dall'altro si mette in luce uno spirito festaiolo e sbarazzino senza timore di apparire superficiali.
Il successo del disco è, ovviamente, immenso, e spinge il nome di Bryan Adams nell'empireo delle superstar planetarie. A questo punto, il cliché vorrebbe che il conseguente aumento di pressione portasse delle difficoltà, e, in effetti, è proprio ciò che avviene.
Il fuoco rischia di spegnersiIl 30 marzo 1987 arriva nei negozi
Into The Fire, le cui vendite sono buone, ma non certo paragonabili a quelle del disco precedente. Anche la critica non lesina i riscontri negativi.
Il problema fondamentale è che
Into The Fire dà la sensazione di un team di lavoro troppo preoccupato di dover piacere a tutti i costi, tanto da sacrificare, con una scelta insensata, l'esuberanza di
Reckless in favore di soluzioni all'apparenza sicure, ma che nella pratica suonano forzate e vuote dal punto di vista espressivo. Sul versante della produzione, non si continua sulla strada del lavoro d'insieme del disco precedente e lo si sostituisce, invece, con una serie di ricami chitarristici di Keith Scott, con giusto qualche intervento della tastiera e il resto dei musicisti che suonano solo partiture piatte e prevedibili. Probabilmente, così, si è convinti di seguire la moda del periodo, ma si finisce per suonare bolsi e noiosi, scivolando rapidamente dall'Adult-oriented rock alla sua accezione negativa di "dad-rock".
Anche dal punto di vista delle tematiche si punta ad andare sul sicuro, sul convenzionale, come se si avvertisse il pericolo di esporsi troppo. Così, però, Bryan Adams si snatura eccessivamente e non riesce a stabilire quella connessione con l'ascoltatore che, fino a quel momento, era stato uno dei suoi punti di forza.
Into The Fire è un disco certamente ascoltabile, ma nulla più, e delude ancor di più perché arriva dopo un album straordinariamente efficace come
Reckless.
Tra le tracce, ne emergono in particolare tre, per via di melodie più ispirate, di un cantato che ha il giusto piglio e di testi più a fuoco: parliamo del singolo "Heat Of The Night", crepuscolare a avvolgente al punto giusto, della cupa ma intensa "Victim Of Love" e, soprattutto, di una "Home Again" che avrebbe tutto per avere il successo delle altre
ballad importanti dell'autore, ma viene inspiegabilmente buttata via come ultima canzone del disco e senza nemmeno essere scelta come singolo. Aver trascurato così una canzone nella quale, invece, una volta tanto è tutto al posto giusto, rappresenta un vero e proprio suicidio commerciale e fa capire chiaramente che, come altre volte è capitato in questi casi, l'altissima popolarità non è stata gestita al meglio.
In ogni caso, il nome di Bryan Adams è ancora sulla cresta dell'onda, e, di conseguenza, il numero di concerti in giro per il mondo è sempre più alto. Nel 1988 arriva anche un album dal vivo, intitolato, senza troppa fantasia,
Live! Live! Live! La registrazione è quella del Rock Werchter, a parte una canzone registrata a Tokyo, e testimonia l'ottimo stato di forma della band in quel periodo e l'entusiasmo che era capace di generare tra i fan. Ci voleva ben altro che un disco meno riuscito per mettere in crisi il successo di Bryan, e questo disco è la pubblicazione giusta al momento giusto per ribadire il concetto a chi ai concerti non c'era stato.
Il cambio di partnership risveglia l'ispirazione (e i vicini)
Le luci della ribalta sono certamente utili quando le cose vanno bene, ma in caso di problemi ne ingigantiscono gli effetti e ne portano di ulteriori. In questo caso, dopo l'uscita di
Into The Fire, non ci si mette molto ad apprendere che Adams e Vallance sono ai ferri corti, con il primo che non si fa alcun problema a esprimere pubblicamente tutta la sua insoddisfazione. Del resto, Bryan capisce benissimo di non poter fallire ancora, pena l'ingresso nel dimenticatoio, e il fatto che, nel 1989, la A&M venga acquisita dalla Polygram certamente non giova alle residue possibilità del nostro in caso di mancato successo del prossimo disco, visto che, ovviamente, una
major così non guarda in faccia a nessuno.
Non resta che una scelta dolorosa ma necessaria: separarsi da Jim Vallance e trovare un nuovo partner. L'uomo giusto nel posto giusto risulterà essere Robert John "Mutt" Lange, che si dimostrerà in grado di rianimare l'ispirazione e il talento di Bryan Adams. Lange entrerà in squadra anche come produttore, al posto di un Bob Clearmountain che aveva lavorato egregiamente in
Cuts Like A Knife e
Reckless ma che, come si è detto poco sopra, aveva anche molte responsabilità per la scarsa riuscita di
Into The Fire.
L'altro momento chiave per la rinascita dell'artista canadese arriva grazie al cinema, esattamente quando i produttori del film "Robin Hood: Prince Of Thieves", con Kevin Costner, chiedono a Adams e Lange una canzone che faccia da tema per la pellicola. Ne scaturisce "(Everything I Do) I Do It For You", ballata poco più che dignitosa ma che centra il bersaglio.
Diciamolo subito:
Waking Up The Neighbours, uscito il 24 settembre 1991, sarebbe comunque stato un ottimo disco anche senza quella canzone, però qui stiamo parlando delle dimensioni del successo e, soprattutto, del non essere mai più snobbato da un pubblico vasto. Difficilmente questo sarebbe avvenuto senza quel singolo, che si rivelerà, quindi, decisivo per le sorti commerciali di Bryan Adams, e poco conta che la sua qualità sia probabilmente inferiore a quella di altre sue
ballad, anche perché il brano ha una sua validità, nonostante risulti troppo melenso.
Si diceva del disco, che, a cominciare dal titolo, vuole riportare in vita lo spirito più disincantato del progetto, che era bene emerso in
Reckless ma che era stato rimesso quasi del tutto da parte in
Into The Fire. Il contributo di Jim Vallance è ancora presente in quattro canzoni, ma il grande lavoro svolto con il nuovo team è testimoniato, in primo luogo, dalle dimensioni dell'album, che contiene quindici canzoni per quasi 75 minuti di durata. L'aspetto più importante è il ritorno del lavoro d'insieme in sede di arrangiamento, con tutti i musicisti che apportano contributi importanti per far sì che il suono torni a sfoderare una robustezza brillante e coinvolgente. Rispetto al passato, c'è meno attenzione ai dettagli e alle sfumature, e questa suona proprio come una scelta voluta, nel senso di smarcarsi dai canoni Aor e proporre un disco rock nel senso più ampio del termine.
Le canzoni più conosciute sono tutte
ballad ("Thought I'd Died And Gone To Heaven", "Do I Have To Say The Words?"), o, al massimo,
midtempo come "Can't Stop This Thing We Started", ma in realtà l'album è pieno anche di momenti scanzonati, che arrivano anche a irridere i cosiddetti buoni sentimenti, come ad esempio la sprezzante ironia con cui si sceglie di terminare una relazione sentimentale in "Hey Honey - I'm Packin' You In!" o la mitizzazione di chi mette in piedi un party casalingo così molesto da costringere le forze dell'ordine a intervenire in "House Arrest". È un peccato che, di questo lato importante del disco, tra i singoli vi sia solo la testimonianza della devastante "There Will Never Be Another Tonight", ma un po' le regole del mercato erano quelle e un po' non si poteva non sfruttare l'incredibile traino di "(Everything I Do) I Do It For You" per proporre al grande pubblico quel lato del progetto musicale.
Chi è andato al di là dei singoli e ha ascoltato il disco, ha comunque trovato un Bryan Adams rinato e in grado di proporre musica rock con tutte le caratteristiche per suonare senza tempo nel senso più positivo dell'espressione. L'unico aspetto in cui ancora si avverte il retaggio Aor è quello vocale, dato che, piuttosto spesso, le seconde voci irrobustiscono il cantato nei ritornelli con le classiche armonie che si possono ascoltare in molti dischi degli anni Ottanta.
Fin qui, tutto beneLa popolarità di Bryan Adams è al suo zenith ed è quindi questo il momento propizio per il primo
best of, dopo che ne era uscito uno solo per il mercato giapponese. La raccolta è impreziosita da un inedito, che, manco a dirlo, è una ballata un po' melensa ma, nel complesso, buona, ovvero la conosciutissima "Please Forgive Me".
So Far So Good esce nel novembre 1993 e, giustamente, pesca a piene mani dai tre dischi migliori, mettendo insieme quattordici canzoni semplicemente irresistibili, in modo da consacrare lo
stardom mondiale di Adams. La raccolta è importante anche perché, da qui in poi, la qualità calerà visibilmente: ci sarà ancora qualche buon disco, ma niente di paragonabile al trio che ha dato vista a questa compilation.
So Far So Good è il vero spartiacque della carriera di Adams che da qui in poi vivrà per lo più di rendita, indovinando però quasi tutte le scelte a livello commerciale.
Ovviamente, non può mancare il tour celebrativo della raccolta, che si rivelerà un vero e proprio trionfo. Per l'Italia, rimane indimenticabile la data al Forum di Assago (Milano) dell'aprile 1994, un concentrato di sudore, adrenalina e divertimento che certamente è ancora nel cuore di tutti coloro che erano presenti.
La popolarità di Adams contribuisce ad aumentare anche le incursioni nel cinema. Arrivano, così, altri due singoli legati ad altrettanti film: "All For Love" per la versione Disney de "I Tre Moschettieri" e "Have You Ever Really Loved A Woman" per "Don Juan De Marco". La prima vede la partecipazione di due nomi altrettanto importanti come
Sting e
Rod Stewart, e, se dal punto di vista del
songwriting è una canzone abbastanza ordinaria, la combinazione delle tre voci e la positività che emana la rendono un ascolto comunque piacevole; la seconda, invece, non si stacca dalla suddetta ordinarietà e non mostra alcun tipo di forza comunicativa.
Ovviamente, però, sono altri due successi, e a questo punto diventa difficile rimproverare a Bryan la voglia di sfruttare al meglio la gallina dalle uova d'oro senza impegnarsi più di tanto nella scrittura delle canzoni. Così è, se vi pare, di cose belle a suo nome già ce ne sono, quindi ora è il momento di pensare al guadagno e non certo alla qualità.
Il 4 giugno 1996 arriva, comunque, un album.
18 Til I Die vede la squadra del disco precedente quasi intatta, con le eccezioni della mancanza del fido tastierista Tom Mandel e del ritorno di Bob Clearmountain per la fase di mixaggio. La sensazione che lascia questo disco è che, stavolta, Bryan ci tenga a mettere in evidenza quel lato gioviale che, come dicevamo, è ben presente in
Waking Up The Neighbours ma era, successivamente, tornato in secondo piano. Il titolo parla da solo, e lo stesso fanno il primo singolo "The Only Thing That Looks Good On Me Is You" e altre canzoni, come la
title track e "It Ain't A Party... If You Can't Come Round" con un'attitudine decisamente rock'n'roll e tanta voglia di leggerezza anche nei testi.
Il problema di questo disco è che i tre brani sopracitati sono gli unici davvero ben riusciti, proprio grazie ai consueti pregi della miglior produzione targata Bryan Adams, ovvero buona qualità melodica, suono genuino, arrangiamenti ben costruiti e interpretazione vocale espressiva. Nel resto dei brani, invece, se ne rileva una versione sbiadita, se non posticcia, con tonalità decisamente meno vibranti e melodie generalmente fiacche. Anche quando il suono rimane naturale, come nella potente "We're Gonna Win" o nella romantica "I Think About You", non c'è una scrittura valida che possa dare credibilità ai brani nel complesso. Nemmeno le escursioni in territori segnati dalle chitarre acustiche arpeggiate di "I'll Always Be Right There" e del citato singolo "Have You Ever Really Loved A Woman" ottengono buoni risultati.
In definitiva,
18 Til I Die sembra un lavoro fatto per rispettare una qualche scadenza contrattuale da un team che, in realtà, ha altri pensieri per la testa, ovvero come andare avanti a sfruttare al meglio il glorioso passato con sinergie efficaci dal punto di vista del marketing. Non è un disco inascoltabile, ma non lascia niente, principalmente perché troppo fuori fuoco sotto l'aspetto sia del
songwriting che della produzione.
Almeno nei live, o quantomeno in quello tenutosi, ancora una volta, al Forum di Assago, Bryan e la sua band sono, invece, in perfetta forma e ancora in grado di mettere in piedi uno spettacolo di grande livello. La gente suda, si diverte e canta e i musicisti danno tutto, stabilendo una connessione molto intensa con i fan.
Meglio l'uovo oggiNegli anni 90, una buona strategia di marketing imponeva la pubblicazione di un
Mtv Unplugged, e Bryan Adams non poteva certo fare eccezione. Il disco arriva puntualmente il 9 dicembre 1997 e ha quantomeno il merito di riportare un po' di naturalezza nella musica firmata dal rocker canadese. Dei quattro inediti, almeno due, ovvero "Back To You" e "When You Love Someone", appaiono riusciti, e viene quasi da dispiacersi per la seconda di queste due canzoni, passata un po' in sordina quando avrebbe potuto essere sfruttata meglio, visto che si tratta di una signora
ballad, come non ne uscivano da diversi anni dalla penna di Bryan. "Back To You", invece, risulterà un brano di successo.
Come detto sopra, Adams non può esimersi dal pubblicare album, ma al tempo stesso cerca di seguire sempre le strategie più proficue dal punto di vista commerciale. Il suo trasferimento a Londra rende possibile, ad esempio, la collaborazione con Melanie C delle Spice Girls e, anche se, in questo caso, il cinema non c'entra, è inutile anche solo dire quanto un duetto del genere possa dare visibilità e vendite, vista la popolarità delle Spice in quel momento. "When You're Gone" rimane, ancora oggi, una delle canzoni più conosciute di Adams e, dal punto di vista qualitativo si pone sullo stesso piano di una "Everything I Do" o di una "Please Forgive Me", ovvero: è un po' ruffiana, ma si lascia ascoltare più che volentieri.
Dopo un colpo così, Bryan può sostanzialmente permettersi di fare quello che vuole con il prossimo album ed effettivamente così accade, ma stavolta, inaspettatamente, ne esce un disco che, pur con i limiti che vedremo, suona come l'espressione di un'autentica libertà artistica e non ha nulla di pretenzioso o artificioso.
On A Day Like Today
arriva il 27 ottobre 1998 ed è piuttosto influenzato dal tardo
britpop che imperava in quel periodo nel Regno Unito. Non c'è niente di strano in questo, dato che l'autore vive ormai in pianta stabile a Londra e dichiarerà nelle interviste che per lui è stato assolutamente normale farsi ispirare dalla musica che ascoltava più spesso in radio e alla Tv. Certo, pensando alla sua storia musicale e al fatto che ogni sua scelta, fino a questo momento, era stata fatta anche per compiacere una
fanbase che, evidentemente, aveva gusti musicali diversi, questa virata verso territori musicali britannici colpisce, e non poco. Eppure, soprattutto nella prima metà del disco, vengono in mente, a turno, gli
Oasis più malinconici, i
Travis, i primi
Radiohead, i
Verve, e più di una volta il tutto è arricchito da una spolverata di classici come
Paul Weller o
David Bowie.
Buona parte dei fan rimane, ovviamente, spiazzata, ma non va dimenticata la presenza di quel singolo così forte nel disco, che, quantomeno in alcuni paesi, traina le vendite di tutto l'album. Emblematico è il fatto che in Gran Bretagna sfiori la top 10, mentre negli Stati Uniti resti fuori addirittura dalla Top 100.
La qualità di questa prima metà abbondante del disco (8 canzoni su 14) è comunque buona. Con il nuovo produttore Bob Rock, Bryan è abile nel far uscire un
sound evocativo, intenso ed efficace, che conduce l'ascoltatore in uno
storytelling fatto di richieste esplicite di aiuto ("How Do Ya Feel Tonight"), voglia di rivalsa (la
title track), desiderio di resistere alle avversità ("C'mon C'mon C'mon"), necessità di risolvere le ambiguità dal punto di vista sentimentale, affrontando le situazioni senza paura e con risolutezza ("Fearless").
Tutto ciò è saggiamente intervallato da momenti di maggior leggerezza musicale, dove le nubi si diradano e da esse fanno capolino toni più distesi e positivi, anche se poi, facendo caso ai testi, anche queste canzoni narrano di situazioni in cui la difficoltà e il disagio la fanno da padroni. A partire dal succitato singolone "When You're Gone" e da un'altra canzone che diventerà molto più nota in seguito a un azzeccato remix, ovvero "Cloud Number Nine".
Purtroppo, invece, le sei tracce rimanenti sono decisamente insipide e banali, a parte per un paio di ritornelli, ovvero quello di "Before The Night Is Over" (che suona come un riadattamento di "One Night Love Affair") e della conclusiva "Lie To Me". In questi brani, Adams decide di tornare al proprio stile abituale, con un compendio di quanto fatto finora, tra canzoni energiche,
midtempo morbide e
ballad. Purtroppo, manca completamente l'ispirazione, e viene da chiedersi se non si poteva davvero proporre un album con sole otto canzoni, se poi le altre dovevano essere così. Non viene meno, comunque, la naturalezza del suono, ed è già qualcosa.
Il tour approda ancora una volta al Forum e ha la particolarità di essere svolto in trio, con Bryan Adams al basso e solo Keith Scott e il batterista Mickey Curry con lui. Tutti e tre sono vestiti di bianco ed è evidente già da quanto detto finora che lo show è ben lontano dalla tremenda energia rock'n'roll dei tour precedenti. Il concerto risulterà comunque buono.
I dimenticabili anni Zero
Da qui in avanti, l'attività musicale di Bryan Adams sarà piuttosto diradata nel tempo, con poche pubblicazioni e di qualità non certo eccelsa. Negli ultimi 24 anni, infatti, sono solo sei gli album di inediti e di questi, come vedremo, solo un paio non risulteranno mediocri e dimenticabili. Quantitativamente, il decennio Zero raccoglie metà di queste produzione, con la colonna sonora del film
Spirit: Stallion Of The Cimarron nel 2002,
Room Service nel 2004 e
11 nel 2008.
Qualitativamente, questa è indubbiamente la peggior decade nella carriera del rocker canadese, con un
songwriting che mostra chiaramente uno sforzo minimo e arrangiamenti scialbi. La parola chiave per tutti questi tre dischi è una sola: banalità. Non si può, infatti, parlare di canzoni brutte nel senso letterale del termine, ma non c'è davvero niente di interessante ed è tutto troppo scontato e prevedibile. Anche dal punto di vista vocale, ovvero uno dei punti di forza principali della cifra stilistica di Bryan, si riscontra la voglia di rimanere sempre tra le righe, senza osare mai, quasi per non dare fastidio e far sì che questi siano, in tutto e per tutto, ascolti da sottofondo, che non richiedono la minima attenzione e non esprimono alcuna emozione.
L'unica differenza tangibile tra questi tre album è che la colonna sonora ha, ovviamente, arrangiamenti più adatti ad accompagnare le immagini di un film di animazione (con protagonisti i cavalli selvaggi), mentre le altre due raccolte di canzoni possiedono un suono più semplice e diretto. Gli autori e i musicisti che contribuiscono sono molti, ulteriore segnale che si tratta di lavori senz'anima, nonostante la presenza fissa dei fidati Keith Scott e Mickey Curry e, addirittura, del ritorno tra gli autori sia di Jim Vallance che di Robert John "Mutt" Lange in
11. Nemmeno la presenza in contemporanea (ma mai nella stessa canzone) delle due penne con cui Bryan ha scritto tutto il proprio meglio serve a risvegliare l'artista canadese dal torpore creativo in cui pare essere sprofondato.
Nel decennio escono altre pubblicazioni, ovvero un live album canonico, uno in acustico e una raccolta di canzoni. Tutte cose già fatte, e meglio, in passato.
L'unico aspetto in cui, musicalmente, Bryan Adams è ancora in grado di dire la sua è quello relativo ai concerti, o almeno così si può desumere dalle due ottime date milanesi, nel palasport cittadino posto nel quartiere di Lampugnano, nell'aprile del 2004 e nel marzo del 2007. In entrambe le occasioni, il numeroso pubblico esce soddisfatto, perché Adams e i suoi musicisti fanno, semplicemente, ciò che a loro riesce meglio, ovvero suonare con freschezza e naturalezza, sfruttando anche innate doti di intrattenimento.
Bryan e Jim si rialzanoDopo un interlocutorio disco di cover nel 2014, nell'agosto del 2015, viene annunciato un nuovo disco nato dal ritorno a tempo pieno della partnership con Jim Vallance. Nessun fan crede davvero che i due possano tornare a fare qualcosa di buono, ma quando, il successivo 2 ottobre, esce
Get Up, tutti devono ricredersi: Bryan e Jim hanno ritrovato l'ispirazione e hanno confezionato un disco valido.
Non c'è, in realtà, molto da dire sulle caratteristiche che rendono l'album meritevole di essere ascoltato, nel senso che
Get Up è un lavoro particolarmente diretto, semplice e guidato da un'attitudine più che mai rock'n'roll.
Get Up è uno di quei lavori che, semplicemente, va lasciato suonare per assorbirne le vibrazioni positive, senza farsi troppe domande sul perché ci piaccia così tanto una cosa così immediata. È una questione di chimica, di freschezza interpretativa, di naturalezza, e, probabilmente, di quel meccanismo mentale per cui se non ti fai aspettative e non pensi troppo, le cose hanno più probabilità di riuscire meglio.
Sono soltanto nove le canzoni inedite di questo disco, e poi, in fondo alla
tracklist, quattro di esse sono riadattate in chiave acustica, e anche questa scelta, che potrebbe apparire bizzarra, risulta in realtà riuscitissima. I brani sono tutti piuttosto brevi e aderenti alla forma canzone tradizionale, e in questo caso, il concetto di "senza fronzoli" viene certamente declinato nella propria accezione più positiva. Poco più di 35 minuti totali riconciliano alla grande Adams con la sua fanbase storica, che ormai l'aveva dato per perso.
Dai contagiosi ritmi in salsa retrò dell'iniziale "You Belong To Me", al morbido romanticismo di "We Did It All", alla brillantezza
midtempo di "Don't Even Try", fino all'adrenalinico
stadium rock di "Brand New Day", Bryan e Jim non sbagliano un colpo e tornano a essere convincenti insieme come non accadeva dagli anni Ottanta.
Anche la prova live viene superata brillantemente, almeno nella data milanese del novembre 2017. Il tour è in corso da quasi due anni, ma Bryan, Keith Scott e i loro compagni sono più in forma che mai e regalano ai presenti una
performance memorabile. Insomma, i fan possono sperare in un nuovo periodo d'oro.
La luce torna a spegnersiInvece, quando esce
Shine A Light, il 3 marzo del 2019, gli entusiasmi tornano a spegnersi. Sarà che Jim Vallance ha lavorato solo alla metà delle canzoni, e tra gli altri autori c'è
Ed Sheeran nella
title track, ma questo disco rappresenta un nuovo passo indietro in termini di freschezza e genuinità. Le canzoni tornano a essere poco spontanee, poco fluide, poco coinvolgenti. Il suono è spento, le melodie si rivelano tutte di scarsa qualità, gli arrangiamenti appaiono per lo più forzati e troppo studiati. Il duetto con Jennifer Lopez in "That's How Strong Our Love Is" è disastroso, e quando la prima canzone e
title track di un disco è scritta con Ed Sheeran e la seconda è, appunto, cantata con Jennifer Lopez, la forzatura subito è evidente, peché, al di là delle opinioni su questi due personaggi, è chiaro che sono troppo lontani dal mondo musicale di Adams.
Anche nelle canzoni in cui si cerca di replicare l'immediatezza e l'attitudine rock'n'roll del disco precedente, mancano proprio quegli
intangibles che possono fare la fortuna di questo genere di brani. Formalmente, a pezzi come "Part Friday Night, Part Sunday Morning" o "No Time For love" non si possono muovere particolari rilievi, ma la prova dell'ascolto, che è poi l'unica che conta, lascia freddi e poco convinti.
In realtà, una giustificazione per la scarsa riuscita di questo disco potrebbe consistere nel fatto che Bryan e il fido Jim, appena dopo l'uscita di
Get Up, si erano imbarcati nell'ambizioso progetto di scrivere una colonna sonora completamente nuova per la versione musical del celeberrimo film "Pretty Woman". Le canzoni vengono scritte tra il 2016 e il 2018, e nell'agosto dello stesso anno il musical debutta a Broadway, ottenendo un grandissimo successo, tanto da arrivare a Milano oltre due anni dopo, con tanto di traduzione in italiano.

Il musical è effettivamente stupendo ed emozionante e le canzoni hanno un ruolo importante nella riuscita del progetto. Lo stile di Bryan e Jim è riconoscibilissimo ed effettivamente qui appare chiaro come i due abbiano sfruttato l'onda dell'ispirazione di
Get Up per scrivere un altro pugno di canzoni inappuntabili. Anche chi non si è goduto la rappresentazione teatrale può ascoltare su disco le canzoni, sia cantate dal cast di Broadway che, dalla primavera del 2022, dallo stesso Bryan Adams, in una veste strumentale un po' più essenziale.
In entrambe le versioni, l'ascolto è molto piacevole: le canzoni più emozionali e avvolgenti, ovvero "Anywhere But Here", "Something About Her" e, soprattutto, "You And I" sono un centro pieno e nelle interpretazioni del cantante canadese riaffiora un'espressività vocale che non si rilevava da molto tempo. Come per
Get Up, sono gli
intangibles a fare la differenza, e, anche se è difficile argomentare il motivo per cui queste canzoni possano funzionare, semplicemente ci riescono: come canta lo stesso Adams in una delle più efficaci, "There's something about her, I don't know what it is, but I think I want it".
Una piccola rinascitaLa primavera del 2022 vede l'uscita di ben tre diverse pubblicazioni a nome Bryan Adams. Come detto, esce il disco con le canzoni del musical di "Pretty Woman" da lui interpretate, poi arriva
Classic, ovvero una raccolta di hit ri-registrate in seguito a una controversia con la Universal, scaturita dopo il passaggio alla Bmg.
L'uscita più interessante, però, è ovviamente il nuovo album di inediti, intitolato
So Happy It Hurts e datato 11 marzo 2022.
Questo disco è diverso da tutti gli altri perché, a causa delle note problematiche connesse alla pandemia mondiale di Covid, Bryan non può lavorare con la propria band e si ritrova costretto a suonare da solo tutti gli strumenti. Il problema lo costringe a cercare soluzioni più limitate e meno basate sulla dinamica, puntando su arrangiamenti che in effetti risultano un po' troppo lineari. Però, un aspetto positivo c'è, ovvero il fatto che Adams si tenga a distanza di sicurezza da quelle forzature che avevano caratterizzato quasi tutti gli album precedenti: il
sound manca della necessaria profondità, ma quantomeno scorre via abbastanza bene, senza pesantezza o soluzioni campate per aria.
Che si tratti dell'ormai riconoscibile interpretazione dei canoni rock'n'roll nella
title track o dell'altrettanto inconfondibile modalità di composizione delle
ballad in "Always Have, Always Will" o di un aumento della potenza e dell'elettricità in "Kick Ass" o, infine, di variazioni sul tema suggerite da accenni country in "Just About Gone", l'ascolto è sempre piacevole e l'unico mezzo passo falso è una "On The Road" che sconfina un po' troppo in territori Bon Jovi.
In definitiva, il 2022 ci fa ritrovare un Bryan Adams che, se anche non ha recuperato del tutto l'ispirazione dei giorni migliori, mette certamente in mostra una voglia che non si vedeva da una trentina d'anni. Uno con la sua fama, e così impegnato anche con il mestiere parallelo di fotografo, avrebbe potuto benissimo sedersi e aspettare che la band potesse tornare insieme; invece si è messo a fare da solo un disco nuovo e a risuonare materiale per altri due album. Mica male per un sessantatreenne alla ribalta da quando, di anni, ne aveva 20.
Presentato come un ritorno alle sue radici rock,
Roll With The Punches (2025) si rivela come l’ennesimo esercizio di stile di un artista che ha già dato il meglio di sé molto tempo fa e che si ostina a inseguire una formula ormai logora, priva di quella scintilla che la rendeva coinvolgente. Apre le danze la
title track, una collaborazione con il produttore Mutt Lange, che richiama le sonorità di “Waking Up The Neighbours” del 1991, ma che, nonostante l'energia iniziale, manca della necessaria freschezza. "Make Up Your Mind" affronta il dilemma di una relazione: andare avanti insieme o voltare pagina definitivamente. "Never Ever Let You Go" - con un video musicale che vede la partecipazione di Elizabeth Hurley - gioca la carta della
power ballad ma senza un ritornello altezza, mentre "A Little More Understanding" – forse l’episodio migliore - mescola funk e rock lanciando un messaggio di unità in tempi complessi.
Tra le ballate, "Life Is Beautiful" si presenta come un inno pacifista, mentre la
springsteeniana "Love Is Stronger Than Hate" racconta la guerra attraverso gli occhi di un soldato costretto a confrontarsi con gli orrori vissuti e a reintegrarsi nella società. "How's That Working For Ya" indirizza un messaggio critico a chi si abbandona a sé stesso, mentre "Two Arms To Hold You" celebra le gioie dell’amore in una vampata di ottimismo. E se "Be The Reason" prova a battere nuovamente sentieri rock con una chiamata al riarmo morale, la conclusiva "Will We Ever Be Friends Again" chiude agrodolce, raccontando la fine di una relazione e l’incertezza del riavvicinamento (con videoclip a supporto girato in Islanda).
Un disco onesto, ma altrettanto piatto e privo di sussulti. Sarà comunque l’occasione per Adams di mettere in mostra ancora una volta le sue doti di
performer live in tour, in attesa di nuove prove discografiche più convincenti.
Contributi di Claudio Fabretti ("Roll With The Punches")