“Soft Control” è il decimo disco degli Afghan Whigs, il quarto dal ritorno sulle scene del 2014. Come subodorato dai singoli che lo hanno anticipato, la nuova fase della band di Cincinnati sembra ricalcare il canovaccio della prima. Se “Do The Beast” era un ritorno all’insegna del rock e delle chitarre più scattanti, “In Spades” e “How Do You Burn?” andavano avvolgendosi sempre più in un manto di suggestioni soul, proprio come successe negli anni Novanta con i dischi che fecero seguito a “Gentlemen”.
“Soft Control” è il nuovo, definitivo approdo dei Whigs a una dimensione black – chiaramente filtrata, al solito, da formazione e strutture rock.
Un’apertura di disco elettrica e tensiva affidata a “Jungle Roux” e “House Of I” ci mostra Dulli e Curley, unici Whigs originali ancora a capo del progetto, costruire canzoni avvincenti e dirette, che sanno agitare con i loro riff taglienti e ammaliare con coretti soul tutti da ballare. Certo, tutto è più patinato e meno viscerale che negli anni 90, ma d’altronde dalla formazione della band sono passati quaranta anni ed è naturale che la sua musica ci si presenti più addomesticata.
“Duvateen” abbassa i giri del disco, preferendo alle chitarre pianoforte e archi in una ballata costruita per fugare ogni dubbio sulla salute della voce del buon vecchio Greg, ancora elastica, sensuale e graffiante.
Mentre “My Lover” punta tutto sul basso scapitante e su rugginosi fendenti di chitarra, “The Deepest Part Of The Darkest Shadow” ci porta in una nuova nuvola soul, costruita con tastiere e sax tenore – la parte finale ricorda molto da vicino l’atmosfera della meravigliosa “Faded”, traccia di chiusura di “Black Love”.
Dopo una prima parte del disco così avvincente, purtroppo non si può dire lo stesso della seconda, nella quale Dulli reitera il nuovo modus operandi senza trovare però idee e guizzi che conquistino. Le chitarre, peraltro, sembrano arrivare scariche alle varie “Mariah Luster”, “77” e “Lose Talk”, assestando così “Soft Control” su toni da ballad perenne.
Si tratta comunque di un disco a conti fatti buono, che fa suonare gli Afghan Whigs ormai classici. Il fuoco, l’ambiguità e la tensione sessuale della fase originale sono ormai sopiti, ma Dulli, ormai sessantenne, ha metodo, nuovi temi (a partire proprio da quello dell’accettazione della maturità) per poter gestire una nuova era e, sicuramente, scrivere dischi migliori di questo.
23/08/2026