Cerrone

“Supernature”, l’apocalisse a ritmo di disco-music

Ballando sull’orlo dell’apocalisse. Un ritmo irresistibile, una pulsazione elettronica che non dà scampo, sintetizzatori dall’andamento minaccioso e una voce misteriosa che preannuncia una rivolta della natura contro i suoi stessi manipolatori. Ecco a voi “Supernature”, il capolavoro con cui il Marc Cerrone trasformò il dancefloor nello scenario di un Armageddon. Una sorta di incubo ecologista travestito da inno disco music, capace di far convivere la febbre del sabato sera con il terrore di un futuro fuori controllo. Miracoli dell’anno domini 1977.

Il suono del futuro

Non poteva esserci momento più propizio, infatti, per un simile cortocircuito. Il 1977 è infatti un anno di rivoluzioni musicali parallele: mentre il punk scuote il rock dalle fondamenta, nelle discoteche si prepara una trasformazione altrettanto radicale. La disco music, cresciuta all’incrocio tra funk, soul e club culture, inizia a emanciparsi dalle sue radici orchestrali per esplorare le infinite potenzialità dell’elettronica. A tracciare la strada era stato soprattutto lui, il detentore del “suono del futuro” (cit. Brian Eno), sua maestà Giorgio Moroder, che con “I Feel Love” – realizzata insieme a Pete Bellotte per Donna Summer – aveva inaugurato una nuova era: basso sintetico pulsante, sequenze ipnotiche e una sensualità futuristica destinata a influenzare intere generazioni di produttori. Ipnotizzato dal suo sound sarà in primis colui che verrà riconosciuto come il padrino del French Touch, monsieur Cerrone.

Nato nel 1952 a Vitry-sur-Seine nell’area parigina, ma di origini italiane (il padre è di Frosinone), batterista autodidatta, Marc Cerrone si era fatto la sua gavetta suonando in Costa Azzurra tra locali e villaggi turistici come batterista dei Kongas, un sestetto che annoverava anche Raymond Donnez, alias Don Ray, alle tastiere e mescolava ritmi afro, funk e rock. Dopo alcuni anni aveva intrapreso la via solista, sviluppando un linguaggio nel quale la centralità della batteria si accompagnava a un gusto spiccato per gli arrangiamenti orchestrali e per lunghe composizioni destinate ai club.
Il primo album, “Love In C Minor” (1976), era stato un successo inatteso, favorito soprattutto dalla sua diffusione tra i dj americani. La title track, una suite di oltre 15 minuti dominata da archi lussureggianti, pulsazioni funk e atmosfere sensuali, aveva dimostrato come la disco-music europea potesse competere con quella statunitense, sviluppando al tempo stesso un’identità autonoma.
Il successivo “Cerrone’s Paradise” (1977) aveva consolidato quella formula, ma lo spaceboy francese cominciava a percepirne i limiti. Affascinato dalle sperimentazioni dei Kraftwerk, dalla loro capacità di trasformare la ripetizione meccanica in un’esperienza ipnotica, cercava una nuova direzione. E proprio durante la lavorazione del terzo album, ai Trident Studios di Londra, un incontro fortuito con la tecnologia avrebbe cambiato radicalmente il suo percorso.

Un synth in regalo

Come raccontò lo stesso Cerrone in un’intervista a Neil Mason per Electronic Sound, tutto cominciò con l’arrivo casa di un sintetizzatore Arp Odyssey, gentile omaggio dell’azienda produttrice. Cerrone non aveva alcuna familiarità con quella macchina: “Mi dissero che, se l’avessi utilizzata per l’album e citata sulla copertina, sarebbe stata mia. Io risposi: ‘Ma che cos’è?’. Ci misi forse dieci minuti a trovare il pulsante per accenderla. Con tutti quei comandi, mi sembrava più un telefono che uno strumento musicale”.
Insieme al tecnico del suono iniziò a sperimentare, imbattendosi in una sequenza elettronica insistente, una pulsazione che continuava a ripetersi mentre ne modificava le note. “Non riuscivamo a fermare quel suono, quel ‘dut-dut-dut-dut’. Cambiai accordo e diventò ‘dat-dat-dat-dat’. Continuava senza sosta! Dopo molti tentativi per capire come funzionasse la macchina, quella sequenza mi rimase in testa e dissi al tecnico: ‘Aspetta, forse abbiamo qualcosa. Registriamola’. Poi aggiunsi il basso e la batteria e in un pomeriggio avevamo realizzato ‘Supernature’. Fu una cosa rapidissima”.
Il risultato è una canzone monumentale, cadenzata da synth e vigorosi rulli di batteria, nella quale l’ossessione ritmica dei Kraftwerk incrocia l’immaginario distopico della fantascienza e le inquietudini ecologiste degli anni Settanta. Nella versione originale estesa, che sfiora i dieci minuti, Cerrone costruisce una progressione ipnotica, basata su un ostinato sintetico che attraversa l’intera composizione. Il basso elettronico pulsa con regolarità implacabile, mentre la batteria introduce una componente organica e aggressiva, fatta di colpi secchi, accenti sincopati e un uso dei piatti che amplifica continuamente la tensione.

La parentela con la rivoluzione inaugurata da Moroder è evidente, ma sarebbe riduttivo considerare “Supernature” una semplice risposta francese a “I Feel Love”. I due brani condividono l’idea di un ritmo sintetico continuo e di una progressione costruita attraverso la ripetizione. Ma laddove Moroder ricerca una perfezione quasi astratta, un erotismo futurista affidato all’interazione tra macchine e voce umana, Cerrone introduce una componente più fisica, drammatica e cinematografica. Facendo valere la sua formazione di batterista, plasma un ritmo che non si limita a scandire il tempo, ma aggredisce l’ascoltatore, attraverso una tensione permanente.
“Ricordate che era il 1977 ed era ancora molto presto per quel genere di suono”, avrebbe poi sottolineato Cerrone. “L’Arp rappresentò un cambiamento enorme per me, perché passai da una musica orchestrale molto ricca a una musica fatta con le macchine. Non c’è un’altra traccia come ‘Supernature’ in nessuno dei miei dischi, anche se naturalmente ho provato a farne un’altra”.
Anche l’immaginario è radicalmente diverso. Se “I Feel Love” sembra celebrare uno scenario tecnologico nel quale il piacere può divenire infinito, “Supernature” racconta invece un futuro da incubo, in cui il progresso scientifico si ritorce contro l’umanità. Sotto la superficie scintillante della disco music si cela così un racconto ecologista, popolato da esperimenti genetici, creature mostruose e micidiali vendette ad opera di Madre natura.

L’incontro con Lene Lovich

L’idea del testo marcatamente “sci-fi” nasce da un incontro altrettanto casuale. Durante una pausa dalle registrazioni londinesi, Cerrone nota una ragazza dall’aspetto eccentrico che balla per strada insieme a un gruppo di Hare Krishna. Si chiama Lili-Marlene Premilovich, per gli amici Lene Lovich. “Era una tipa davvero strana, ma ci fece sorridere. Si avvicinò e ci chiese: ‘Perché ridete?’. Noi le domandammo che cosa facesse e lei rispose: ‘Lo vedete quello che faccio. E voi?’. Le dissi che ero un musicista e la invitai in studio. Andammo subito d’accordo e le chiesi se voleva scrivere il testo di una canzone alla quale stavo lavorando”. Quella ragazza sarebbe diventata di lì a poco una delle interpreti più originali della new wave, grazie soprattutto al singolo “Lucky Number”, ma in quel momento era ancora un’artista pressoché sconosciuta. Lovich portò in dote la sua sensibilità visionaria e teatrale, attraversata da quel gusto per il grottesco che avrebbe caratterizzato anche la sua produzione successiva. Ispirandosi all’immaginario de “L’isola del dottor Moreau” di H.G. Wells, costruì una storia nella quale l’uomo, nel tentativo di migliorare artificialmente la natura attraverso sostanze chimiche e mutazioni genetiche, finisce per generare creature mostruose che si ribellano ai propri creatori.
La vendetta della natura diventa così il nucleo di una narrazione apocalittica. Il progresso, presentato inizialmente come promessa di dominio e benessere, si rivela una forza incontrollabile. Un tema che risuona con particolare forza nel contesto degli anni Settanta, segnati dalla nascita dei moderni movimenti ambientalisti, dalle preoccupazioni per l’inquinamento industriale e dalla crescente diffidenza verso le applicazioni incontrollate della scienza. Così la disco, generalmente associata all’evasione, al piacere fisico, alla celebrazione della notte e del desiderio, si tramuta nel veicolo di una profezia oscura, tuttora attualissima.

Il ruolo di Lene Lovich nella composizione è indiscutibile, ma la sua partecipazione vocale alla registrazione originale è stata oggetto di interpretazioni contrastanti. Alcune ricostruzioni le assegnano sia la scrittura del testo sia l’interpretazione. Altre fonti distinguono invece nettamente i due contributi: un articolo di Rolling Stone Italia del 2020, in particolare, attribuisce il testo a Lovich e la voce a Kay Garner, cantante britannica di studio, mentre anche altre ricostruzioni discografiche indicano Garner come interprete non accreditata.
A rendere più intricata la faccenda è il fatto che gli stessi crediti originali non forniscono indicazioni precise: Lovich figura tra i ringraziamenti, ma senza specificarne l’apporto. In un’intervista a MusicRadar, Cerrone definisce Lovich autrice e cantante, salvo poi raccontare di aver cercato per il brano una voce volutamente androgina, né maschile né femminile, quasi animale. Esiste però una testimonianza più esplicita dello stesso produttore: in un’intervista del 2024, in occasione delle Olimpiadi di Parigi, Cerrone ha identificato Kay Garner come la cantante della registrazione originale, spiegando di aver voluto conservare proprio la sua voce per l’esecuzione della cerimonia.

Al di là della controversia, l’interpretazione vocale costituisce uno degli elementi decisivi del fascino della composizione. Il timbro è controllato, distante, quasi privo delle inflessioni soul più caratteristiche della disco americana.
Cerrone avrebbe poi continuato a collaborare con Lovich per molti anni, affidandole i testi di altre composizioni, tra cui “Give Me Love”, “Je Suis Music” e “Rocket In The Pocket”. “Ero davvero felice per lei quando raggiunse il successo da sola”, avrebbe ricordato. “‘Lucky Number’ era una grande canzone. All’epoca la disco e il punk erano due mondi molto diversi. Mi entusiasmava l’idea di intrecciarli nei miei dischi”.

(Lene Lovich, circa 1978)

L’eredità di “Supernature”

“Supernature” spiazzò i discografici. “Quando portai i nastri definitivi alla Atlantic, a New York, ero molto emozionato”, raccontò Cerrone. “Feci ascoltare prima il resto dell’album, pezzi come ‘Give Me Love’, che erano nello stile dei miei primi due dischi. Alla fine dissi: ‘Adesso voglio farvi sentire il singolo’. Misi ‘Supernature’ e tutti reagirono chiedendomi: ‘Ma che cos’è? Marc, ti sei fatto conoscere come arrangiatore, con archi e fiati. Perché hai cambiato direzione di 180 gradi?'”.
Ma alla fine la scommessa sarà premiata. Pubblicato nel 1977, l’album “Supernature”, noto anche come “Cerrone 3”, consacrerà definitivamente il musicista francese sulla scena internazionale. Il singolo-title track, insieme a “Give Me Love” e “Love Is Here”, stazionerà per 4 settimane al vertice della classifica disco americana all’inizio del 1978 ed entrerà anche nella Billboard Hot 100. In Gran Bretagna giungerà fino all’ottava posizione, favorito dalla grande esposizione televisiva ottenuta attraverso il Kenny Everett Video Show.

Sarà il brano che varrà a Cerrone il posto fisso nell’olimpo della disco e la consacrazione come padrino del futuro movimento French Touch di Daft Punk e compagni. I quali certamente si ricorderanno di lui, quantomeno nella torrenziale “Giorgio By Moroder” del 2013, che suona proprio come un doppio omaggio, al produttore italiano e al suo discepolo francese.
Quasi mezzo secolo dopo, “Supernature” continua a suonare sorprendentemente moderna, tanto nella musica quanto nel suo sinistro messaggio. Una dimostrazione che la disco music poteva emanciparsi dai modelli orchestrali e funk delle origini, aprendo la strada a una concezione della danza fondata sulla ripetizione elettronica e sulla manipolazione del suono. La sua influenza sarebbe emersa nella nascita dell’Hi-NRG, nell’evoluzione dell’Italo disco, nella house di Chicago e nelle successive trasformazioni della techno europea. Nel 2016 Pitchfork la inserirà (al 187° posto) nella sua classifica delle migliori canzoni degli anni Settanta, riconoscendogli il merito di aver introdotto “una forma senza precedenti di angoscia distopica nella disco music”, sottolineando come né i Kraftwerk né il David Bowie del periodo berlinese avessero esercitato nell’immediato un impatto internazionale sui dancefloor paragonabile a quello di “Supernature”. 

Inevitabile, dunque, la lunga sequela di reinterpretazioni, remix e riletture. Nel 1989 gli Erasure ne proporranno una versione pubblicata insieme al singolo “You Surround Me”, mentre nel 1994 gli scozzesi The Time Frequency la inseriranno nell’album “Dominator”. Nel 1996 arriverà il remix di Danny Tenaglia, che trasferirà il brano nei territori della progressive house. Nel 2012 Elly Jackson dei La Roux interpreterà “Supernature” insieme a Cerrone durante un concerto a Montreux, mentre nel 2014 Beth Ditto presterà la propria voce a una rilettura firmata da Alan Braxe, particolarmente apprezzata dallo stesso autore. Nel 2023 anche i Duran Duran ne realizzeranno una cover per “Danse Macabre“, album a sfondo notturno e gotico, nel quale la composizione del francese trovava una collocazione naturale.
Altrettanto significativa è stata la sua fortuna cinematografica. Nel 2018 Gaspar Noé scelse una versione strumentale di “Supernature” per accompagnare la straordinaria sequenza coreografica iniziale del temerario “Climax“, un film in cui danza, alterazione percettiva e orrore psicologico si intrecciano fino a farsi indistinguibili. E la consacrazione definitiva, a quasi 50 anni dalla pubblicazione, arriverà il 26 luglio 2024, durante la cerimonia inaugurale dei Giochi olimpici di Parigi. “Supernature” accompagnerà uno dei momenti più spettacolari della serata, con la Torre Eiffel illuminata da fasci laser e il passaggio della fiaccola olimpica lungo la Senna. Una canzone nata nelle discoteche degli anni Settanta diventava così la colonna sonora di una celebrazione planetaria.

Once upon a time
Science opened up the door
We would feed the hungry fields
Till they couldn’t eat no more
But the potions that we made
Touched the creatures down below
And they grew up in a way
That we’d never seen before

Supernature, supernature
Supernature, supernature
Supernature, supernature
Supernature, supernature

They were angry with the man
‘Cause he changed their way of life
And they take their sweet revenge
As they trample through the night
For a hundred miles or more
You can hear the people cry
But there’s nothing you can do
Even God is on their side

Supernature, supernature
Supernature, supernature
Supernature, supernature
Supernature, supernature

How can I explain?
Things are different today
Darkness all around
And nobody makes a sound
Such a sad affair
No one seems to care

Supernature, better watch out
Look at you now
Better watch out
Look at you now

(Supernature) Better watch out
There’s no way to stop it now
You can’t escape, it’s too late
Look what you’ve done
There’s no place that you can run
The monsters made, we must pray

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18/10/2026

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