The Original Movie Sound Track: Saturday Night Fever

AA.VV.

The Original Movie Sound Track: Saturday Night Fever

1977 (Rso)
disco music

Ma vuoi stare attento ai capelli!?! Ci metto un sacco di tempo, e lui mi tira proprio sui capelli…

Sabato sera in casa Manero; la famiglia seduta a tavola inizia a discutere, la madre nervosa si altera, il padre disoccupato alza le mani, la sorellina sbraita, volano schiaffi e costolette di maiale. Il giovane Tony ha passato ore a farsi i capelli e stirare i muscoli di fronte al poster di Bruce Lee, adesso sta mangiando gli spaghetti avvolto da un lenzuolo per non sporcarsi la camicia da imbrocco, ma il padre gli tira un paio di sberle dritte sulla nuca. Un quadretto semplice, buono per raccontare le vicissitudini di una gioventù impetuosa ma incerta, divisa tra rapporti generazionali difficili, e un sogno americano tradito da un’economia in crisi e una segregazione razziale che lascia indietro sia italiani che portoricani e neri. Sullo sfondo, la Brooklyn popolare degli anni Settanta, quartiere vivace e rumoroso ma anche ruvido e bigotto, dove l’arrivismo non funziona se non con la violenza delle gang di strada.

C’è solo una salvezza: il 2001 Odyssey, la discoteca che ogni fine settimana promette ai propri avventori una fuga dalla realtà. Sul pavimento di mattonelle fluorescenti, i ballerini impomatati scivolano via a ritmo dell’ultima sgargiante tendenza in 4/4 chiamata disco music. Principe indiscusso della pista, sciolto come un delfino in acqua con le pinne caricate a molla: Tony Manero.

 

Quando il regista John Badham inizia a lavorare a “Saturday Night Fever” con l’idea di creare un drammatico da ballo, l’unico canovaccio disponibile è un articolo del New York Magazine scritto dal critico musicale Nik Cohn e titolato “Tribal Rites Of The New Saturday Night”, un semi-fittizio resoconto sulla vita notturna dei giovani di città. La storia è semplice, il budget è limitato e gli attori sono quasi tutti sconosciuti al grande pubblico, il che incidentalmente rende la pellicola più realista.

Nel cast c’è comunque John Travolta, disinibito ventitreenne che con una sola camminata sui titoli di testa ha già catturato tutta l’essenza dei giovani uomini del periodo. Il suo personaggio è un bravo lavoratore e un figlio tutto sommato devoto, ma l’inquietudine che gli perturba il volto è visibile in ogni scena; ha un innato talento per il ballo, ma per il resto la sua vita è noiosa e non sa dove sbattere la testa, la rifugge spendendo la paga settimanale in feticci di falsa emancipazione.

Gli amici di quartiere, Joey, Gus, Double J e Bobby C, sono dei perdenti come lui; la notte, dopo la discoteca, vanno a ciondolare sul ponte da Verrazzano che collega Brooklyn a Staten Island, qui inteso come simbolo di speranza in un futuro migliore. Sì, perché tra maschilità in crisi, scazzottate tra gang rivali, scabroso sesso animale consumato sui sedili posteriori di un’auto parcheggiata sotto ai lampioni, e donne trattate male, “Saturday Night Fever” cattura una società brutta e scomoda, dove drammi ed eccessi vengono spiattellati nero su bianco senza alcuna gentilezza.

 

Nascita della disco fever

 

Per rendere il film più fluido e avvincente, gli addetti ai lavori devono stare attenti all’ingrediente chiave: la musica, il collante capace di sottolineare sia la morte più triste che la sensualità del corpo e la polvere di stelle delle serate in discoteca. Ed è qui che “Saturday Night Fever” cessa di essere soltanto un classico film sul passaggio all’età adulta e si trasforma in un gigantesco fenomeno di costume il cui immaginario perdura tutt’oggi. Uscito con tempismo perfetto nel dicembre del 1977 con un budget di tre milioni e mezzo di dollari, il film presto ne incassa quasi trecento, mentre l’annessa colonna sonora smercia circa una quarantina di milioni di copie in tutto il mondo, occupando la vetta delle classifiche per mesi interi.

 

La cosa buffa è che grossa parte della pellicola viene inizialmente girata impiegando brani già editi, selezionati dal produttore Robert Stigwood e dal direttore artistico David Shire. L’obiettivo è semplice: capitalizzare sulla nuova tendenza da ballo del momento. Certo, “nuova” qui è relativo; una prima idea di musica disco era già nata sotto forma di “cinematic soul” a inizio decennio Settanta, per mano di gente come Curtis Mayfield, Isaac Hayes, Eddie Kendricks, Stevie Wonder e i primi Jackson 5. Nelle discoteche gay di tutta America, il genere respira come una seconda pelle. Poi, nel novembre del 1975, una nuova scintilla: “Love To Love You Baby” di Donna Summer, pezzo magari ancora un filino troppo lento per il canone, ma capace di inscatolare e rivendere al grande pubblico l’essenza più peccaminosa del genere.

Da qui in poi, la disco diventa rapidamente merce pervasiva e soprendentemente versatile, in parte anche grazie al successo di “Saturday Night Fever”. Basti la scena dell’entrata all’Odyssey di Tony & compagni al ritmo di “A Fifth Of Beethoven”, rielaborazione ritmica della celebre Quinta a cura di Walter Murphy, per dimostrare come il four-to-the-floor a 120 battiti al minuto sia una formuletta sulla quale si può arrangiare davvero la qualunque. Sullo stesso stile, infatti, Shire crea l’ondulante swing di “Manhattan Skyline” e la salsa cubana di “Salsation” – quest’ultima viene impiegata per presentare la protagonista femminile Stephanie Mangano, interpretata da una bravissima Karen Lynn Gorney.

 

Altri momenti precedentemente editi sono “Boogie Shoes” di KC & The Sunshine Band, la spassosa fantasia orchestrale di “Open Sesame” dei Kool & The Gang, e i trascinanti dieci minuti abbondanti della celebre “Disco Inferno” dei Trammps, quest’ultima ormai un classico intramontabile anche ai giorni nostri. Lo spirito da big band del genere viene invece incapsulato con l’inclusione della MFSB (che sta per Mother Father Sister Brother), un’orchestra di oltre trenta elementi che rimaneggia un vecchio pezzo dei Nite-Liters chiamato “K-Jee”. Trattasi di uno dei momenti chiave del film; durante la sfida di ballo per aggiudicarsi il premio di $500, la coppia visitante di portoricani sfoggia una routine inequivocabilmente superiore alla competizione proprio sulle note di questo pezzo. Tuttavia, i gestori dell’Odyssey premiano Tony e Stephanie, in quanto italoamericani e avventori abituali; in un gesto di stizza, onore e vergogna, Tony rifiuta il premio e lo offre alla coppia meritevole, causando le ire di Stephanie e dando inizio alla lite che scatena il film verso la conclusione.

Il fortuito tocco dorato

 

Ma per completare l’opera ci vuole qualcosa di nuovo, qualcosa tagliato su misura per sottolineare la frizzante carica del film con un tocco contemporaneo. La risposta viene trovata in tre fratelli dall’isola di Man trapiantati in Australia di nome Barry, Robert e Maurice Gibb. Chiamati all’ultimo minuto per riempire i buchi mancanti e fornire qualche canzone da aggiungere in post-produzione, i Bee Gees vengono spediti in Francia allo Château d’Hérouville, celebre studio ricavato in un castello settecentesco già impiegato da David Bowie, Iggy Pop e Uriah Heep – e dove Elton John ha inciso un certo “Goodbye Yellow Brick Road“. Nel corso di un paio di giorni appena, i fratelli Gibb buttano giù una manciata di hit tra le più riconoscibili del Novecento. Da post-produzione che doveva essere, la colonna sonora di “Saturday Night Fever” diventa il loro momento-simbolo. La trafila è impressionante.

 

“Stayin’ Alive”, gli iconici titoli di testa sui quali Tony offre una palleggiante camminata ripiena di testosterone, poi lo si vede rincorrere le sottane come un cane sciolto e masticare voracemente due fette di pizza da asporto – il brano inizialmente doveva chiamarsi “Saturday Night”, ma per ovviare alla banalità della ripetizione viene cambiato in “Stayin’ Alive”, fornendo inavvertitamente un commentario che sottolinea ancor meglio lo spirito venato d’acciaio del film.

“More Than A Woman”, interpretata dai Tavares, è l’ode che accompagna le prove di ballo tra Tony e Stephanie, un ottovolante di farfalline nello stomaco che paga omaggio alla breve ma intensa purezza della beata gioventù. Per la scena della gara di coppia, il pezzo viene invece presentato nella versione originale intonata dagli stessi Bee Gees e il loro celebre falsetto dona un soffice tappeto d’ovatta che rende il momento particolarmente intimo, nonostante sia girato in un affollato club notturno.

“Night Fever” ricorre lungo varie parti del film, ma in particolare nella scena del ballo di gruppo, momento “virale” che segna la fascinazione del pubblico per la disco e che, per la fine del 1979, ha contribuito all’apertura di oltre trentamila discoteche in tutta America.

“You Should Be Dancing” accompagna la scena per la quale Travolta si guadagna una nomina agli Oscar; rifiutato l’uso della controfigura, l’attore passa mesi ad allenarsi per il ruolo (e perde un sacco di peso nel processo), ma il modo in cui sorride mentre piroetta sulla pista di fronte alla propria comunità è forse la più genuina espressione di gioia e determinazione, unita a una buona dose di pavoneggio giovanile a suon di congas e chitarra ritmica.

“If I Can’t Have You” nella versione cantata da Yvonne Elliman, già attrice nel cast originale di “Jesus Christ Superstar“, sottolinea con romantica parsimonia vari momenti del film, quel declamante ritornello a prova bomba trasuda languore adolescenziale da ogni nota.

 

In scaletta figura anche “Jive Talkin'”, già n.1 in classifica in America nel 1975 a traino dell’album “Main Course”, anche se nel film la scena relativa viene tagliata.

 

Di un drammatico climax finale

 

L’altro famoso momento di musica classica riarrangiata in versione disco viene presentato sempre da Shire con “Night On Disco Mountain”; il minaccioso andamento orchestrale di archi ronzanti, flauti e timpani di Modest Mussorgsky sottolinea la goliardica idiozia di un gruppo di ragazzi ubriachi che vanno a saltare tra i cavi del ponte da Verrazzano, sospesi a oltre cento metri sopra la corrente dello stretto. La scelta del tumultuoso brano di Mussorgsky non è casuale perché il momento più drammatico del film si svolge proprio sullo stesso ponte nel corso di un vertiginoso sabato sera.

Dapprima tocca ad Annette, ragazzetta di quartiere affetta da scarsa autostima che aspetta inutilmente le attenzioni di Tony; stanca di fare l’ultima ruota del carro, Annette decide di concedersi una serata di alcol e libertà, ma si trova invece violentata sul sedile posteriore della macchina da Joey e Double J nell’indifferenza di Tony – anzi, tra le righe quest’ultimo la biasima per essersi messa nella situazione, una delle scene più scomode e difficili da digerire di tutta la pellicola.

Ma le sorti di Annette vengono subito oscurate da quelle di Bobby C, il più giovane e timido della combriccola. L’inquietudine di Bobby sottolinea tutto il film: è entrato in paranoia dopo aver messo incinta la fidanzata e non sa cosa fare, la comunità italoamericana è fortemente cattolica ma Bobby si domanda se il Papa può concedere l’aborto in casi speciali – qualcuno lo conosce? Più di ogni altra cosa, Bobby ha bisogno di parlare, ma Tony lo ignora, nessuno si preoccupa dei sentimenti di un giovane uomo nella Brooklyn degli anni Settanta. In un impeto di disperazione, Bobby trova il coraggio di montare finalmente sui cavi del ponte assieme agli amici, ma appare evidente che il suo è solo un ultimo bisogno d’attenzione; accecato dalle lacrime e sopraffatto dalla delusione di una vita senza uscita, Bobby precipita verso la propria morte.

 

E riecco le sottili filigrane dei Bee Gees, che infilano a tradimento la lucente ballata “How Deep Is You Love” nella scena finale che rappacifica Tony e Stephanie e offre la possibilità di un trasloco a Manhattan – finalmente, dopo anni di incertezze, quel dannato ponte forse viene attraversato una volta per tutte.

Il film finisce così, crudo e un po’ irrisolto, probabilmente approssimativo agli occhi delle nuove generazioni per le quali casuali accenni di razzismo, sessismo e omofobia saltano immediatamente all’occhio, ma che pure racconta senza veli quel che sono stati gli anni Settanta di una ruggente New York.

Tolte le iconiche piroette in discoteca con pantaloni a zampa e camicette di seta, “Saturday Night Fever” non è certo una commedia, anzi. Ma il suo fascino aitante, ruvido e violento rende la visione ancora tristemente contemporanea. Al resto, ci pensa la musica.

13/11/2022

Tracklist

  1. 1. Bee Gees - Stayin' Alive
  2. 2. Bee Gees - How Deep Is Your Love
  3. 3. Bee Gees - Night Fever
  4. 4. Bee Gees - More Than A Woman
  5. 5. Yvonne Elliman - If I Can't Have You
  6. 6. Walter Murphy - A Fifth Of Beethoven
  7. 7. Tavares - More Than A Woman
  8. 8. David Shire - Manhattan Skyline
  9. 9. Ralph MacDonald - Calypso Breakdown
  10. 10. David Shire - Night On Disco Mountain
  11. 11. Kool & The Gang - Open Sesame
  12. 12. Bee Gees - Jive Talkin'
  13. 13. Bee Gees - You Should Be Dancing
  14. 14. KC & The Sunshine Band - Boogie Shoes
  15. 15. David Shire - Salsation
  16. 16. MFSB - K-Jee
  17. 17. The Trammps - Disco Inferno

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