Elton John

Goodbye Yellow Brick Road

1973 (Djm/ Mca) | pop-rock, songwriter, glam-rock

Componeva una canzone nel tempo che io impiegavo a farmi un panino
(Davey Johnstone, chitarrista di Elton John)
Prima di diventare il divo più coccolato dall'aristocrazia inglese, beniamino delle cronache del jet-set e icona del lusso più sfrenato del music business, Reginald Kenneth Dwight è stato uno dei più talentuosi artisti usciti dalla sempreverde fucina pop del Regno Unito. Con un decennio spettacolare su tutti (i Seventies), in cui si è compiuta la strabiliante metamorfosi del goffo pianista imberbe dei Bluesology nell'eccentrico Rocket Man, capace di infiammare platee oceaniche in ogni angolo del globo. Di questo memorabile decennio, "Goodbye Yellow Brick Road" è stato al tempo stesso la summa e il picco, il vertice forse ineguagliabile di una fusione senza precedenti tra esuberanza rock e romanticismo soft, magniloquenza (post)prog e immediatezza pop. Con un pizzico di quella polvere di stelle glam, che nell'era dei lustrini e di Ziggy Stardust non guastava affatto.

Dalla Giamaica al castello francese

Nell'anno 1973 l'ormai pienamente disinibito Elton John, spezzate le catene del padre opprimente e di tutte le convenzioni della bigotta Albione, non si ferma più. Dopo l'acerbo debutto "Empty Sky" ha convinto la critica con l'uno-due da ko del 1970 ("Elton John" e "Tumbleweed Connection") e consolidato la sua fama con una stupefacente prolificità e almeno altri due album rimarchevoli ("Honky Château" e "Don't Shoot Me, I'm Only The Piano Player"), conquistando anche il suo primo n. 1 in America con l'irresistibile pop'n'roll fifties di "Crocodile Rock". Ora attende il disco definitivo per decollare in tutto il mondo. E con il piccolo/grande aiuto dell'amico Bernie Taupin - suo fido paroliere - riuscirà ad averlo subito, nonostante la travagliata gestazione.
"Goodbye Yellow Brick Road", infatti, doveva essere registrato in Giamaica, "come avevano fatto i Rolling Stones per 'Goat's Head Soup'", ma quando Elton inizia a scorgere il filo spinato che circonda i Dynamic Sounds Studios e alcuni tipi poco rassicuranti con addosso delle mitragliatrici - Kingston all'epoca è una polveriera, tra fermenti politici e l'evento di boxe Joe Frazier vs. George Foreman - decide saggiamente di girare i tacchi in direzione del suo hotel, accampando anche difficoltà di approvvigionamento delle attrezzature in sala di registrazione.
Quel breve soggiorno "infernale" non impedisce però all'incontenibile Reginald di sfornare la maggior parte dei brani nella stanza di Bernie davanti a un pianoforte elettrico. Niente di strano, tutto sommato, per uno che - secondo la leggenda - scrisse "Rocket Man" in dieci minuti netti.

Quando così Elton, Bernie e compagnia (Dee Murray al basso, Davey Johnstone alle chitarre, Nigel Osson alla batteria) si trasferiscono allo Château d'Hérouville, in Francia (già utilizzato per la produzione di "Honky Château" e "Don't Shoot Me, I'm Only The Piano Player"), le sessioni di registrazione vengono ultimate in soli quindici giorni. Ne scaturisce la bellezza di ventuno brani, diciassette dei quali andranno a comporre quello che, nonostante la riluttanza iniziale del suo autore, diventerà il primo doppio album a firma Elton John.

Mattoni gialli nel regno di Oz

Ma non è un concept-album, "Goodbye Yellow Brick Road", nonostante i palesi rimandi a "Il Mago di Oz" - celebre film di Victor Fleming ispirato al romanzo di L. Frank Baum - a cominciare dalla copertina ideata da Ian Beck, raffigurante Elton in stivali con la zeppa e giacca di seta mentre entra in un poster del "Mago di Oz" e si avvia verso la fatidica strada dai mattoni gialli. Lo spunto narrativo, tuttavia, sarà ripreso unicamente dalla title track, con un significato ambivalente: da un lato, l'addio all'innocenza e alla spensieratezza dell'adolescenza e il passaggio a una fase più matura della vita; dall'altro il rifiuto delle lusinghe dorate dello showbiz - nel libro di Baum, la strada di mattoni gialli simboleggia l'oro e il potere dei soldi, ed è il percorso che Dorothy deve affrontare per giungere al cospetto del Mago. "Dal punto di vista di Bernie, la canzone significava: 'voglio tornare nella mia fattoria nel Lincolnshire'. Forse si sentiva disilluso. Io, da parte mia, stavo alla grande", chioserà da par suo Elton John.
Ma al di là delle gustose contraddizioni del testo, la pianistica title track sfodera una delle melodie più sontuose della storia del pop, che decolla sideralmente sulle parole "blues", "road" e "ground", con una strabiliante performance vocale in falsetto di un Elton ispiratissimo che, sorretto dai cori e dall'afflato orchestrale, proclama: "You can't plant me in your penthouse/ I'm going back to my plough"... "I'm not a present for your friends to open/ This boy's too young to be singing the blues". Un capolavoro di nostalgia senza tempo.

L'altra ballata stracciacuore è naturalmente l'ormai abusatissima "Candle In The Wind", che prima di divenire nel 1997 la tetra colonna sonora del funerale di Lady Diana Spencer (nonché il singolo più venduto della storia, con oltre 40 milioni di copie polverizzate), era solo una mesta, toccante elegia in memoria di Norma Jean Baker, che nei panni di Marilyn Monroe incarnò la più seducente e crudele delle parabole hollywoodiane ("Hollywood created a superstar/ And pain was the price you paid/ Even when you died/ Oh, the press still hounded you/ All the papers had to say/ Was that Marilyn was found in the nude/ And it seems to me you lived your life/ Like a candle in the wind/ Never knowing who to cling to/ When the rain set in"). Nessun raffronto possibile, ovviamente, tra l'originale valzer del disco, puntellato dai tocchi di chitarra elettrica e dai cori, e le bolse versioni da requiem che ne sono seguite in tutte le successive versioni live (e funerarie).

A completare la quarterna-prodigio dei singoli, due episodi decisamente più movimentati, in cui John può sprigionare tutta la sua più sanguigna verve rock'n'roll: introdotta da posticci (e inspiegabili) applausi live, la potente miscela di glam e r'n'b di "Bennie And The Jets" scandisce sui rintocchi incalzanti del piano la storia di una immaginaria band guidata da una leader donna, munita di stivali elettrici e completo in mohair, che assomiglia parecchio alla combriccola bowiana di Ziggy Stardust & The Spiders From Mars; la contagiosa "Saturday Night's Alright For Fighting", con i suoi possenti riff hard-rock scolpiti dalla chitarra di Johnstone, rievoca le memorabili scazzottate al pub del quindicenne Taupin dopo qualche pinta di troppo: "Fu la prima volta che registrai in piedi, cantando e saltellando in giro per lo studio come un pazzo", racconterà un entusiasta Elton, che oltre a pubblicare la canzone come primo singolo, la inserirà stabilmente nelle sue scalette live (e non mancheranno cover doc, ad opera anche di Who e Queen).
I quattro 45 giri saranno un successo mondiale, paradossalmente, però, l'unico che finirà al n.1 (nella Billboard Hot 100) sarà proprio quello che il suo autore non voleva incidere, ritenendolo non abbastanza orecchiabile: "Bennie And The Jets".

Un diario a 33 giri

Non un concept, dunque, si diceva, ma sicuramente un diario. Autobiografico e non. Una collezione di storie, sentimenti e ricordi. Protagonisti dei testi di Taupin sono soprattutto personaggi della vita di tutti giorni, spesso anche oscuri, torbidi, disperati, come da lezione di Lou Reed, con trame sempre ben delineate che si fondono in racconto corale attraverso l'ascolto. "Ho cercato di focalizzare il più possibile l'attenzione sulle immagini e sulle vicende umane, con un testo capace di evocarle e fonderle con la melodia di Elton", racconterà il suo paroliere.
Ma soprattutto "Goodbye Yellow Brick Road" è un saggio della debordante creatività compositiva dell'Elton John formato 70's, un condensato di tutta la sua onnivora passione musicale, che spazia dalla classica al pop, attraversando blues, rock'n'roll, folk e country. Stravolgendo l'uso canonico, classicheggiante, del pianoforte, mister Dwight lo picchia a mille all'ora, come una macchina ritmica al servizio delle sue cavalcate rock, salvo poi accarezzarlo soavemente nelle sue ballate più teatrali e malinconiche. È lui a dirigere idealmente l'orchestra nella maestosa doppietta iniziale para-prog di oltre undici minuti "Funeral For A Friend/Love Lies Bleeding": l'overture strumentale - con il tetro sintetizzatore Arp di David Hentschel a impostare un grandioso scenario sonoro - rievoca quasi l'intro della "Clockwork Orange" di Wendy Carlos prima che la chitarra di Johnstone e la batteria di Olsson aprano la strada al passaggio - con un accordo in La a far da ponte - verso il rock contagioso di "Love Lies Bleeding", in cui la voce calda del cantautore inglese irrompe in scena. Un biglietto da visita spettacolare, che Elton John motivò parlando del tipo di musica che avrebbe voluto sentire al suo funerale e spiegando di amare le melodie tristi, di qualsiasi sorta - concetto poi banalizzato qualche anno dopo nella hit "Sad Songs (Say So Much)".

È proprio la solennità della suite iniziale a impostare il tono del disco, che non smarrisce mai del tutto la sua grandiosità, a metà tra sinfonia classica e musical hollywoodiano. Così anche un episodio apparentemente interlocutorio come il folk-pop di "This Song Has No Title" (titolo tra i più geniali di sempre) riesce a graffiare con il testo enigmatico e toccante di Taupin che si mescola con il flauto, il piano e la voce di Elton (impegnato anche al Mellotron e all'organo); così come l'uptempo di "Grey Seal", con il basso incalzante di Murray e il piano boogie di John a plasmare una sorta di proto-disco che stravolge l'originaria versione uscita come singolo nel 1970, senza più i sontuosi arrangiamenti di Paul Buckmaster, rimpiazzati da un largo uso di sintetizzatore e tastiere.
È così quasi con stupore che si approda al primo vero riempitivo della tracklist, posto in settima posizione: quel divertissement finto-reggae di nome "Jamaica Jerk Off" che rievoca le disavventure giamaicane ma finisce col suonare come uno scherzo di cattivo gusto, spezzando la magia dello show che la cinematica "I've Seen That Movie Too" prova subito a ripristinare, buttandola sul sentimentale con gli arrangiamenti orchestrali di Del Newman, ma senza l'intensità di una "Rocket Man" o di una "Your Song".

L'altro lato dello show

Sparate quasi tutte la cartucce ad effetto nel primo dei due dischi, Elton John dedica il secondo al suo lato più intimista e riflessivo, ma è talmente in forma da commuovere già al primo tentativo. Forte della melodia più sottovalutata del lotto, "Sweet Painted Lady" colpisce dritto al cuore con le sue sonorità retrò anni 40, che Newman evoca con inserti di ottoni e fisarmonica, a incorniciare la storia di una prostituta e dei suoi incontri notturni con un marinaio al porto: "Many have used her and many still do/There's a place in the world for a woman like you...". Carezze romantiche che non saranno invece riservate (eufemismo) alla malcapitata "Dirty Little Girl", verso la quale Taupin riversa una buona dose della sua famigerata misoginia ("I guess I'm really hard/ But I'm gonna put buckshots/ In your pants/ If you step into my yard... Someone grab that bitch by the ears/ Rub her down scrub her back/ And turn her inside out/ Cause I bet/ She hasn't had a bath in years"). A chiudere la saga delle sfortunate fanciulle di "Goodbye Yellow Brick Road", la storia della sventurata Alice, sedicenne lesbica alla mercé di signore annoiate di mezza età, che finisce uccisa in metropolitana (il rock aggressivo di "All The Young Girls Love Alice" con Hentschel ancora al sintetizzatore Arp, il percussionista Ray Cooper al tamburello basco e Kiki Dee ai cori).

L'altro lato della via lastricata di mattoni gialli riserva però ulteriori chicche, dall'ambientazione western con tanto di piano-saloon di "The Ballad Of Danny Bailey (1909-34)" (storia di un immaginario bandito alla Dillinger ucciso in Kentucky da "un punk con un fucile da caccia") al ciondolante country-waltz dylaniano in onore del cowboy "Roy Rogers" in sella al suo cavallo Trigger (ispirato da una fortunata serie americana degli anni 50 e tutto giocato sul dialogo tra piano ed effetti chitarristici a mimare una steel guitar). Suggestioni country che permeano anche "Social Disease", sorta di parodia sul vivere alla giornata, con tanto di cani che abbaiano, banjo e chitarre twangy ad assecondare i rintocchi honky-tonk del piano. E se il piglio circense di "Your Sister Can't Twist (But She Can Rock 'n Roll)" strizza l'occhio al (Crocodile) rock anni 50, con immancabili coretti e il prezioso ricamo di John all'organo Farfisa, la chiusura con "Harmony" è tanto sobria quanto l'apertura era stata magniloquente: bastano una chitarra acustica, una lieve progressione melodica e l'ultima razione di armonie vocali per concludere degnamente un doppio album d'incomparabile grandiosità.

The long and yellow road

Rassegna in technicolor del miglior Elton John dei Settanta, "Goodbye Yellow Brick Road" resterà in vetta alla classifica statunitense per otto settimane, in cima a quella inglese per due settimane, mentre in Italia raggiungerà il 5º posto. Ad oggi ha venduto oltre 30 milioni di copie nel mondo (otto nei soli Stati Uniti). Nel 2003 la rivista Rolling Stone lo ha inserito al 91º posto nella sua lista dei 500 migliori album di sempre ed è presente anche nell'elenco del Time dei 100 album che hanno più influenzato la storia della musica dagli anni Cinquanta ad oggi. Nel 2003 ne è stata pubblicata una deluxe edition, formata da due cd (incluse alcune bonus track) e il Dvd "The Making Of Goodbye Yellow Brick Road".
Lo stesso Elton John fu subito consapevole di aver piazzato l'affondo finale, quello che l'avrebbe portato di lì a poco a suonare davanti ai centomila del Dodger Stadium di Los Angeles, dove nessun artista rock aveva messo piede dai tempi dei Beatles. L'addio alla via lastricata d'oro del music business vagheggiato da Taupin poteva attendere. Forse a tempo indeterminato. Perché a dispetto del calo di creatività che ne ha incrinato la carriera dagli anni 80 in poi, il destino da rockstar del paffuto e bizzarro Reginald Dwight era ormai scritto. Né i flop artistici, né gli eccessi personali, né le beghe da rotocalco degli anni a venire sarebbero riusciti ad arrestarne la marcia trionfale lungo la sua Yellow Brick Road.

(16/01/2022)



  • Tracklist
  1. Funeral For A Friend/Love Lies Bleeding
  2. Candle In The Wind
  3. Bennie And The Jets
  4. Goodbye Yellow Brick Road
  5. This Song Has No Title
  6. Grey Seal
  7. Jamaica Jerk-Off
  8. I've Seen That Movie Too
  9. Sweet Painted Lady
  10. The Ballad Of Danny Bailey (1903-34)
  11. Dirty Little Girl
  12. All The Girls Love Alice
  13. Your Sister Can't Twist (But She Can Rock 'N' Roll)
  14. Saturday Night's Alright (For Fighting)
  15. Roy Rogers
  16. Social Disease
  17. Harmony




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