Polish Jazz

Il jazz polacco in 25 album fondamentali

Indice


Introduzione

Quella polacca è probabilmente la scena jazz più ricca e longeva del continente europeo. In settantacinque anni, ha attraversato trasformazioni profonde, cambiando linguaggi e influenzando generazioni, tramite musicisti e opere di primo piano. La sua storia non coincide dunque soltanto con la grande stagione degli anni Sessanta e Settanta: ogni decennio ha visto emergere una nuova generazione, nuove idee e nuovi modi di intendere il rapporto tra il jazz e la tradizione musicale europea.

Le radici di questa vitalità affondano in una vicenda storica del tutto particolare. Negli anni del regime stalinista, quando il jazz viene ufficialmente condannato come musica decadente e occidentale, la sua pratica sopravvive quasi clandestinamente nelle cosiddette “catacombe”: jam session, piccoli locali e circoli informali diventano luoghi di incontro e di scambio culturale. È in questo ambiente che si forma il gruppo dei Melomani, attorno a musicisti come Jerzy “Duduś” Matuszkiewicz, Witold Sobociński e Andrzej Trzaskowski, e dove muove i primi passi anche Krzysztof Komeda. Per una generazione cresciuta dietro la cortina di ferro, il jazz rappresenta una finestra sull’Occidente e la possibilità di una libertà espressiva che il sistema cerca di limitare.

Il disgelo politico del 1956 permette finalmente a questa scena sotterranea di emergere. Il Jazz Festival di Sopot, il Jazz Jamboree di Varsavia, il Jazz nad Odrą e la proliferazione dei jazz club universitari trasformano rapidamente la Polonia in uno dei principali centri europei del jazz. Ben presto lo stesso regime decide di istituzionalizzare questa proliferazione sfruttando le strutture culturali dello Stato. Negli anni Settanta e Ottanta il jazz gode così di uno spazio di legittimazione e di sostegno ufficiale che lo distingue nettamente dal rock, percepito invece come una forma di cultura giovanile occidentale e ribelle, e dunque assai più problematica per il regime.

È anche grazie a questo particolare rapporto con le istituzioni che la scena polacca riesce a mantenere una continuità sorprendente, attraversando generazioni e trasformazioni stilistiche senza esaurirsi dopo la stagione di Komeda. Da Tomasz Stańko, Zbigniew Namysłowski e Michał Urbaniak a Krzysztof Ścierański, fino a Tymon Tymański, Leszek Możdżer, Marek Pędziwiatr e alle generazioni più recenti, ogni nuova leva elabora una risposta diversa all’interrogativo sul significato del jazz in Europa. Dal bebop al cool jazz, dal free jazz all’avanguardia, dalla jazz fusion all’elettronica, fino alle contaminazioni con il rock, la musica contemporanea e il folklore, la scena polacca continua a cambiare pelle senza perdere il proprio carattere.

La sua specificità nasce anche dalla solida formazione accademica, in collegamento diretto con la grande tradizione della musica colta polacca (Chopin, Szymanowski, Lutosławski, Penderecki, Górecki, ecc.). A questo si aggiungono il rapporto con il cinema e le arti visive, la particolare sensibilità melodica legata alla tradizione popolare e quel senso di malinconia e inquietudine che la cultura polacca riassume nel concetto di żal. Il jazz americano viene così rielaborato secondo coordinate profondamente europee.

Negli anni Novanta la ricerca continua di nuove strade porta alla provocatoria esperienza dello yass, che mette in discussione le convenzioni del jazz attraverso il rock, la musica contemporanea e un’attitudine volutamente anticonformista. Nel frattempo, nuove generazioni tornano a confrontarsi con la tradizione, con l’elettronica, con le musiche popolari e con le forme dell’improvvisazione contemporanea.

Anche l’industria discografica contribuisce a consolidare questa identità. Nel 1965 l’etichetta statale Polskie Nagrania inaugura la storica collana Polish Jazz, destinata a documentare sistematicamente la nuova scena nazionale: una serie che arriverà a settantasei volumi nella sua prima fase, fino al 1989, e che verrà rilanciata nel 2016 da Warner Music Poland. Le celebri copertine disegnate da Rosław Szaybo e Marek Karewicz diventano a loro volta parte dell’immaginario del jazz polacco, trasformando la collana in una sorta di archivio visivo oltre che musicale.

I trenta album scelti per questo percorso attraversano tutta la storia del jazz in Polonia, seguendo le principali svolte della scena polacca: dalla clandestinità alla consacrazione internazionale, fino alle molteplici direzioni della scena contemporanea.

A questi trenta album si aggiunge una lista di altri quarantacinque titoli, pensata per chi volesse approfondire questo straordinario patrimonio musicale e proseguire con l’ascolto. Nel complesso, sono dunque settantacinque album per settantacinque anni di storia, dal 1952 al 2026: una mappa necessariamente parziale, ma attraverso la quale provare a raccontare una delle scene jazzistiche più ricche e longeve al di fuori degli Stati Uniti.


I 30 album fondamentali

“Melomani” Group – Golden Era Of The “Melomani” Group [compilation] (Polskie Nagrania Muza, 1975 [1952/54]) [bop, dixieland, swing]

Inciso clandestinamente tra il 1952 e il 1954, il disco resta l’atto di nascita del jazz polacco. In piena era stalinista, quando le sincopi occidentali erano bandite dai palinsesti, un manipolo di studenti si ritrovava di notte a decifrare il bebop dalle onde corte di Voice of America. Pubblicato solo nel 1975, è un documento prezioso più che un capolavoro sonoro: la fedeltà è quella modesta di un nastro mono d’epoca, ma l’urgenza che trasuda da ogni solco vale più di qualsiasi hi-fi.

Al piano, nei primi brani del ’52, siede un giovanissimo Krzysztof Komeda Trzciński, ancora senza pseudonimo: il tocco è già malinconico e anticipa la sensibilità che lo caratterizzerà anni dopo. Dal ’53 il testimone passa ad Andrzej Trzaskowski, che spinge il gruppo verso un bebop più rigoroso, lontano dallo swing da balera. Tra riletture di standard statunitensi e prime schegge di modernità, il disco certifica che senza queste cantine umide non sarebbero mai esistiti i capolavori futuri.


Andrzej Kurylewicz Quintet – Go Right (Polskie Nagrania Muza, 1963) [post-bop, hard bop, modal jazz]

Considerato il “volume zero” della collana Polish Jazz, il disco del quintetto di Andrzej Kurylewicz segna la nascita di uno standard nuovo per il jazz polacco: il primo LP concepito in Polonia capace di reggere il confronto con Blue Note o Prestige. Fu così centrale che il regista Janusz Majewski ne filmò le session nel cortometraggio “Opus Jazz” (1963).

La scaletta contiene esclusivamente composizioni originali, firmate a turno da Kurylewicz (tromba), Wojciech Karolak (piano) e Jan “Ptaszyn” Wróblewski (sax tenore). La title track apre con un tema serrato all’unisono tra tromba e sax, mentre “Obsession” vira verso atmosfere notturne. Nel lato B Wróblewski suona anche il flauto, aprendo verso tessiture modali. Tadeusz Wójcik (contrabbasso) e Andrzej Dąbrowski (batteria) compongono una sezione ritmica elastica e raffinata, grazie alla quale il disco non si limita a un’imitazione periferica del bop newyorkese e rende presagibile il salto che arriverà, di lì a breve, con “The Andrzej Trzaskowski Quintet” (1965) e “Astigmatic” (1966).


Andrzej Trzaskowski Quintet – The Andrzej Trzaskowski Quintet (Polskie Nagrania Muza, 1965) [post-bop, third stream, avant-garde jazz]

Pianista, compositore e musicologo, Trzaskowski è tra i grandi innovatori del jazz polacco: accompagnò Stan Getz nelle sue date in Polonia e fu tra i primi jazzisti del paese a suonare negli Stati Uniti. Con questo album il musicista dichiarò di voler dare una visione del free jazz “più disciplinata” rispetto ai maestri statunitensi. “Synopsis” lo rende evidente, con le sue contaminazioni legate alle avanguardie contemporanee (il sonorismo di Penderecki, variazioni ritmiche improvvise, e dosaggi in varia misura di serialismo, musica modale ed elementi tonali).

“Sinobrody” – nata come colonna sonora per “Walkover” di Jerzy Skolimowski – è più vicina al post-bop, con tema marcato e sezione swingante; “Wariacje na temat Chmiela” è invece un’ardita esplorazione basata su un’antica canzone nuziale slava.
Il percorso si completa l’anno successivo con l’album “Seant”, segnato dalla storica collaborazione col trombettista statunitense Ted Curson (Charles Mingus, Archie Shepp, Cecil Taylor).


Komeda Quintet – Astigmatic (Polskie Nagrania Muza, 1966) [avant-garde jazz, post-bop]

Registrato fra il 5 e il 7 dicembre 1965 da un gruppo messo insieme quasi per caso dopo il Jazz Jamboree e praticamente senza prove, è il disco che libera il jazz europeo dal complesso di inferiorità verso gli Stati Uniti. Komeda smette di imitare gli stilemi afroamericani e fonda una grammatica autoctona, guidando un quintetto che vede in prima fila futuri giganti come Tomasz Stańko (tromba) e Zbigniew Namysłowski (sax contralto), poco più che ventenni.

La title track occupa l’intero lato A: quasi 23 minuti di flusso continuo che abolisce il tema-soli-tema, con il piano del leader che alterna vuoti e cluster percussivi, disegnando un paesaggio gelido e cinematografico. “Kattorna”, tema dell’omonimo film svedese, e “Svantetic”, dedicata al poeta svedese Svante Foerster, seguono le stesse coordinate, variando di volta in volta i dosaggi. La sezione ritmica conta il tedesco Günter Lenz (contrabbasso) e lo svedese Rune Carlsson (batteria), a riprova di come la scena jazz locale vantasse anche potere diplomatico, riuscendo di tanto in tanto a bucare la cortina di ferro.


Włodzimierz Nahorny Trio – Heart (Polskie Nagrania Muza, 1968) [free jazz]

Probabilmente il primo disco polacco con influenze free jazz. Nahorny, che nel 1967 riceve a Vienna un premio dalle mani di Duke Ellington in persona, suona qui sassofono contralto e pianoforte con pari virtuosismo.

L’album si apre e si chiude con due ballate pianistiche, la prima con lontani echi di Bill Evans e la seconda rielaborazione di una melodia tradizionale dalla regione polacca dei Carpazi. Nel mezzo succede di tutto, a partire da “Miesiąc dobroci” (“Il mese della gentilezza”), che sbeffeggia l’usanza dei mesi tematici della propaganda comunista, poggiando sui fischi del sax e gli impervi glissando del contrabbassista Jacek Ostaszewski. “Przy kasie” si apre fra i cinguetti di un uccello e gli sparsi tocchi della batteria di Sergiusz Perkowski, che si ritaglia un assolo anche al centro di “List Pedanta”. Nahorny diventerà poi il primo jazzista polacco a collaborare con una band rock, i Breakout* di Tadeusz Nalepa.

* Breakout

storica formazione blues rock polacca.


Jerzy Milian Trio – Baazaar (Polskie Nagrania Muza, 1969) [chamber jazz, third stream]

Pianista convertito a vibrafonista da Komeda, che lo volle nel suo sestetto, Jerzy Milian registra il primo disco a proprio nome nel giugno del 1969. Komeda era morto per disgrazia durante una festa appena due mesi prima, motivo per cui l’album si apre col tributo “Memory Of Bach”, composta a quattro mani dai due e già suonata insieme alla prima edizione del Sopot Jazz Festival nel 1956.

Per queste sessioni il trio di Milian, ispirato al formato senza pianoforte di Victor Feldman, si allarga ospitando i ricami vocali astratti di Ewa Wanat (membro dei Novi Singers*) e strumenti rarissimi per il jazz dell’epoca, come il gidjak, antico cordofono tipico dell’Asia centrale, suonato dal contrabbassista Jacek Bednarek: lo si rintraccia nella seconda metà dell’ipnotica “Bazaar w Aszchabadzie”. Tra gli episodi più riusciti, l’assolo brillante di “Serial Rag” e il finale a tinte avant-garde di “Valse ex Cathedra”. Resta uno dei dischi più eccentrici della collana Polish Jazz.

* Novi Singers

storico gruppo di jazz vocale.


Mieczysław Kosz – Reminiscence (Polskie Nagrania Muza, 1971) [post-bop, third stream]

Kosz ebbe una vita travagliata fin dall’infanzia: perse la vista a tre anni per una malattia, aggravata dalla povertà estrema della famiglia e da un intervento chirurgico sbagliato. Studiò pianoforte nella scuola per ciechi e iniziò a suonare nei locali; nel 1964, alla morte della madre, rinunciò al conservatorio per motivi economici; nel 1967 arrivò la consacrazione al Jazz Jamboree.

Infine morì a 29 anni precipitando da una finestra della capitale nel 1973, un mistero mai chiarito, tra incidente e suicidio. L’unico disco pubblicato in vita si divide fra un lato A che decostruisce brani altrui – Borodin, Chopin, Liszt, persino “Yesterday” dei Beatles – e un lato B che ospita i suoi originali. Il riferimento più immediato è Bill Evans, incontrato di persona da Kosz a Montreux nel 1968 (dove vinse il terzo premio), ma nel suo pianismo affiora soprattutto quell’intraducibile malinconia slava a cui si accennava in apertura d’articolo, che i polacchi chiamano żal.


Zbigniew Namysłowski Quintet – Winobranie (Polskie Nagrania Muza, 1973) [avant-garde jazz]

Sassofonista tra i giganti del jazz polacco fin dagli anni Sessanta, Namysłowski qui non si limita al suo strumento ma suona anche flauto, piano e violoncello, costruendo l’intero album come un’unica suite: il tema della title track, un kujaviak* scritto in un insolito 7/4, apre e chiude il disco in una struttura ciclica (ABA).

Da questo nucleo si diramano brani che esplorano altre tradizioni con la stessa libertà metrica: “Gogoszary” corre su 11/8 e vira verso i Balcani, mentre “Nie mniej niż 5%” incrocia 6/4 e 13/8. Il punto più estremo è “Taj Mahal”, dedicato alla cultura indiana e definito da Willis Conover** la miglior imitazione mai sentita della musica hindustana: qui il violoncello elettrico filtrato da wah-wah e fuzz imita il sitar, mentre piano preparato e contrabbasso replicano la tambura. Namysłowski proseguirà l’esplorazione del kujaviak in chiave ancora più elettrica e funky nell’altrettanto celebrato “Kujaviak Goes Funky” (1975).

* Kujaviak

Il kujaviak è una danza popolare polacca dal ritmo ternario. Insieme a mazurka, oberek, polonaise e krakowiak, il kujaviak è una delle cinque danze nazionali polacche.

** Willis Conover

Willis Conover (1920-1996) non era un musicista, ma uno speaker radiofonico americano che per oltre quarant’anni, dal 1955 fino alla morte, condusse il programma “Music USA” sulla Voice of America (VOA), l’emittente internazionale del governo statunitense nata nel 1942, durante la Seconda guerra mondiale, come voce ufficiale americana rivolta all’estero. Durante la Guerra Fredda la VOA divenne uno strumento chiave di diplomazia pubblica verso il blocco sovietico, trasmettendo in decine di lingue via onde corte: l’unico modo per bucare la censura dei regimi comunisti. Per legge non poteva essere trasmessa negli Stati Uniti (il Congresso vietava al governo di fare propaganda ai propri cittadini), e proprio per questo Conover era una star sconosciuta in patria ma famosissima a Varsavia, Praga o Mosca: si stima che il suo pubblico nel blocco sovietico arrivasse a 100 milioni di ascoltatori, per molti l’unica fonte di jazz disponibile. “Music USA” occupava ogni sera due ore di palinsesto: la prima di musica leggera generalista, la seconda (“Jazz USA”) interamente dedicata al jazz. Fu il canale attraverso cui il jazz americano arrivò, letteralmente, dall’altra parte della cortina di ferro a intere generazioni di ascoltatori dell’Est, verosimilmente, gli stessi musicisti di cui parliamo in queste recensioni, e gli stessi Melomani che di notte decifravano il bebop dalle onde corte. Nel 1969 Conover fu anche il produttore del concerto per il settantesimo compleanno di Duke Ellington alla Casa Bianca.


Studio Jazzowe Polskiego Radia / Jan “Ptaszyn” Wróblewski – Sprzedawcy glonów (Polskie Nagrania Muza, 1973) [progressive big band]

Jan Wróblewski fu primo jazzista polacco a suonare negli Stati Uniti, nel 1958. Il soprannome “Ptaszyn” (uccellino), gli venne affibbiato da Komeda. Questo disco, ispirato dal lavoro decennale del sassofonista alla guida dello Studio Jazzowe della Radio Polacca, ospita – e in diversi casi fa emergere – molti fra i nomi più talentuosi della scena jazzistica polacca dell’epoca: circa trenta musicisti, da Stańko a Namysłowski, da Urbaniak a Seifert, da Makowicz a Karolak.

La scaletta conta sei brani per 43 minuti di durata; tre sono firmati dallo stesso Wróblewski e uno ciascuno da Namysłowski (“Bez muszenia”), Stańko (“Cytat z siebie”) e Trzaskowski (“Magma”), oscillando tra big band jazz, fusion elettrica e improvvisazione free. Wróblewski è morto nel 2024, dopo aver condotto per 54 anni “Trzy kwadranse jazzu” (“Tre quarti d’ora di jazz”), la trasmissione radiofonica jazz più longeva d’Europa.


Tomasz Stańko Quintet – Purple Sun (Calig, 1973) [jazz fusion, avant-garde jazz]

Trombettista di assoluta fama, per prestigio internazionale secondo solo a Komeda, di cui fu allievo e amico. “Purple Sun” — registrato in un’unica session dal vivo al Conservatorio di Monaco — è la risposta europea più convincente alla jazz fusion elettrica di quegli anni, priva però del tipico groove statunitense e più vicina, nell’energia psichedelica del krautrock tedesco. L’apertura, “Boratka – Flute’s Ballad”, scarica una tensione ipnotica fino a un finale atmosferico col flauto; segue la più breve “My Night, My Day”, vetrina per un assolo di violino su una ritmica scarna.

Sul lato B “Flair” intreccia tromba e sax taglienti a un violino che a tratti suona come una chitarra. A rendere il suono unico è proprio il violino, spesso elettrificato, di Zbigniew Seifert, che qui firma anche la title track, unico brano non scritto da Stańko: un chiaro omaggio al “Night-Time, Day-Time Requiem” di Komeda.


Michał Urbaniak’s Fusion – Atma (Columbia, 1974) [jazz fusion]

Violinista e sassofonista tra i pionieri della jazz fusion europea, Urbaniak emigra negli Stati Uniti nel 1973. “Atma” è il suo primo disco newyorkese e fonde jazz-rock, bossa nova e folklore polacco attorno al suo violino elettrico “vi-tar”, ibrido sviluppato al Massachusetts Institute of Technology: è in bell’evidenza fin dall’apertura, “Mazurka”, dove una melodia da danza tradizionale polacca si scontra con il clavinet funky di Wojciech Karolak.

Il resto del disco vira verso una fusion più cosmopolita, dal funk latineggiante di “Butterfly” all’intensità di “Ilex”, degna della Mahavishnu Orchestra. Nelle due parti di “Kama” e nella suite “Atma” è invece Urszula Dudziak, moglie di Urbaniak, a prendersi la scena, con scat vocali trattati elettronicamente. Purtroppo, per la miope critica occidentale Urbaniak sarebbe finito sotto ai riflettori soltanto dodici anni dopo, collaborando con Miles Davis in “Tutu”.


Wojciech Karolak – Easy! (Polskie Nagrania Muza, 1974) [jazz-funk]

“Musica jazz suonata da musicisti jazz ma pensata per essere ascoltata con leggerezza, intrattenimento rilassato e senza pretese”: così Wojciech Karolak descrisse “Easy!”, salvo poi smentire parzialmente le premesse con la musica: armonie tutt’altro che scontate, arrangiamenti di ottoni sofisticati, un uso pionieristico dei sintetizzatori, e assoli che reggono il confronto con la jazz fusion americana.

A suonarla, del resto, è il gotha della scena jazzistica polacca: Jan Wróblewski, che dirige e firma anche l’unico brano non scritto da Karolak (“Strzeż się szczeżui”), Tomasz Stańko alla tromba, Zbigniew Namysłowski, Janusz Muniak e Tomasz Szukalski ai sax, Czesław Bartkowski alla batteria, i Novi Singers alle voci. La fusion è qui più melodica e solare di quella di Urbaniak, di cui Karolak era stato collaboratore, e più orientata verso il soul e la samba. Nella Polonia dietro la cortina di ferro fu uno degli album jazz più celebrati e amati.


Extra Ball – Birthday (Polskie Nagrania Muza, 1976) [jazz fusion]

Il nome del quintetto guidato dal chitarrista Jarosław Śmietana viene dal bonus del flipper del locale in cui è stato fondato. L’album di debutto, “Birthday”, nasce dal sodalizio compositivo con il tastierista Władysław Sendecki. Ad aprirlo è “Narodziny”, dieci minuti che crescono dall’atmosfera sospesa del sax soprano verso un pieno organico; altrove, come in “Podróż w góry”, il gioco si fa più dinamico, in particolare grazie alla frenetica sezione ritmica.

La musica guarda parzialmente ai Return To Forever, ma resta ancorata al folklore centroeuropeo (si pensi ai ritmi spezzati, in stile Bartók, di “Taniec Maryny”). La band, però, non era soddisfatta della resa sonora, soprattutto per la batteria: lo stile di Benedykt Radecki, potente quanto quello di Billy Cobham, risulta trattenuto rispetto all’intensità che la band raggiungeva dal vivo.


Zbigniew Seifert – Man Of The Light (MPS Records, 1977) [jazz fusion]

Più che uno strumentista di formazione classica prestato al jazz, Seifert tradusse letteralmente sul violino il vocabolario sassofonistico del suo idolo John Coltrane, arrivando a chiedersi come eseguire su quattro corde frasi che sul sax sarebbero venute naturali. Registrato a Stoccarda nell’aprile del 1976, con il pianista Joachim Kühn, il contrabbassista Cecil McBee e il batterista Billy Hart (più Jasper van’t Hof all’organo in “Love In the Garden”), il disco parte con la title track, dedicata a McCoy Tyner, che proprio in quel periodo, ascoltando alcuni nastri di Seifert, dichiarò di non aver mai sentito un violinista simile.

Il risultato è un fraseggio a raffica che si rifà alle sheets of sound* coltraniane, innestato su un melodismo in cui affiorano le radici polacche. Dietro una simile urgenza febbrile si nasconde una tragica coincidenza cronologica: pochi mesi prima delle sessioni a Seifert era stato diagnosticato il cancro che lo avrebbe ucciso nel 1979, a soli 32 anni.

* “Sheets of sound”

“Sheets of sound” è un’espressione coniata dal critico Ira Gitler nel 1958 per descrivere lo stile di John Coltrane in quegli anni: un modo di suonare fatto di cascate di note fittissime, suonate a gran velocità, che si accavallano una sull’altra fino a creare l’effetto di un “muro” o “lenzuolo” (sheet) di suono continuo, più che una linea melodica distinta e riconoscibile. In pratica Coltrane, invece di improvvisare frase per frase con pause e respiri, attraversava rapide sequenze di arpeggi e scale sovrapposte per esplorare tutte le possibilità armoniche di un accordo nello spazio di pochi secondi.


Laboratorium – Quasimodo (Polskie Nagrania Muza, 1979) [jazz fusion]

Tra le più grandi band jazz fusion polacche degli anni Settanta spiccano i Laboratorium, guidati dal tastierista Janusz Grzywacz e approdati a un suono vicino agli Weather Report, grazie all’arrivo dei fratelli Ścierański, in particolare Krzysztof, tra i più grandi bassisti polacchi (e non solo) di sempre. Dopo l’ottimo esordio, “Modern Pentathlon”, “Quasimodo” li ritrae al massimo della forma, più smooth e accessibili rispetto al passato.

Si apre con “Przejazd”, forse parente dei corrieri cosmici tedeschi. “I’m Sorry, I’m Not Driver” fa del basso trattato di Ścierański il vero protagonista, coadiuvato da un vocalese onomatopeico e un duello serrato tra chitarra acustica ed elettrica. “Śniegowa panienka” suona come la colonna sonora di un telegiornale anni Ottanta, con pianoforte e basso in primo piano. Chiude “Ikona”, commosso omaggio al violinista Zbigniew Seifert, morto di cancro proprio quell’anno: il sintetizzatore di Grzywacz ne imita il timbro.


String Connection – Workoholic (PolJazz, 1982) [jazz fusion]

Gli String Connection erano un supergruppo, con musicisti già leggende della scena o destinati a diventarlo, dal bassista Krzysztof Ścierański (passato per i Laboratorium e gli Air Condition di Namysłowski) al violinista/leader Krzesimir Dębski. I critici dell’epoca li paragonavano a una sorta di “mutazione locale” degli Weather Report, ma il gruppo sviluppa un’identità inconfondibile, nella quale la fusion si apre a soluzioni melodiche, ritmiche e timbriche del tutto personali.

Il nome del disco d’esordio, “Workoholic”, è un neologismo inglese coniato dallo stesso Dębski, per fondere “lavoro” e “alcolismo”, coerente con le sue session alle quattro del mattino. La popolarità del gruppo fu notevole per una band jazz fusion nel pieno della new wave e del punk: i concerti erano quasi da circo, con i musicisti che arrivavano a suonare gli assoli sdraiati sulla schiena, gambe alzate in aria. Il pezzo che chiudeva ogni serata, “Cantabile In H-Moll”, divenne il loro marchio di fabbrica.


Krzysztof Ścierański – Krzysztof Ścierański (Savitor, 1984) [jazz fusion]

Nel 2014 il portale Porcys, sorta di equivalente polacco di Pitchfork, pubblicò una controversa classifica dei cento migliori dischi polacchi di sempre. Vi figurava, in questo caso con merito, anche il secondo album da solista del bassista prezzemolo Krzysztof Ścierański, unica opera non descritta da una recensione, ma da un collage d’immagini: le locandine dei film “Sul globo d’argento” (fra i capolavori della fantascienza polacca) e “Blade Runner“, nonché le copertine di musicisti che avrebbero debuttato tutti molto tempo dopo l’uscita di quest’opera: Squarepusher, Gang Gang Dance, Rangers e Arca.

Tutti i suoni contenuti in questo album sono generati da un basso elettrico Kramer Dmz 5000 opportunamente effettato e da una batteria, eppure sembra di ascoltare complesse partiture di un jazz-rock frammentato e proveniente da un distante futuro distopico: non c’è una sola nota di chitarre o sintetizzatori, ma si giurerebbe che siano presenti per l’intera durata.


Miłość – Taniec smoka (Gowi Records, 1994) [yass]

I Miłość furono la scintilla del movimento yass, la rivolta polacca dei primi anni Novanta contro l’accademismo della scuola jazzistica nazionale: a fondarli, nel 1988, il contrabbassista Tymon Tymański e il sassofonista Mikołaj Trzaska, reduci dal post-punk e desiderosi di innestarne l’irriverenza sulla spiritualità e l’impegno del free jazz di Ayler e Coltrane. “Taniec smoka”, nato da una frizione interna mai risolta, ne è il vertice: di fronte alle partiture asimmetriche di Tymański, Trzaska rivendicò il diritto all’improvvisazione pura, mentre l’eleganza accademica del giovanissimo Leszek Możdżer al piano teneva insieme la struttura.

Il disco è un’autentica galleria di stili, dai dodici minuti manifesto della title track che apre l’album, alla sferzante satira grottesca di “Pańska bródka mnie denerwuje”, dove il sax cede il passo a una fisarmonica, fino ai nastri invertiti e alle voci accelerate di “Ostatnie z ludzkich smoków”, degne di Frank Zappa.


Łoskot – Amariuch (Multikulti Project, 1998) [yass]

Mikołaj Trzaska è una delle figure di riferimento del movimento yass: dopo aver co-fondato i Miłość, mette in piedi i Łoskot, quartetto in cui il suo sax dialoga alla pari con la chitarra di Piotr Pawlak. “Amariuch” è il disco in cui la loro idea di musica trova la forma più compiuta, con un’alternanza tra schegge brevissime e lunghe architetture ipnotiche, mescolando l’improvvisazione più radicale all’uso di loop e feedback.

I ritmi disgregano lo swing in un drumming spigoloso, coadiuvato dal basso così come dall’elettronica di fine millennio, tra trip-hop e drum and bass. Il vertice è “Misiowiec”, dove basso e chitarre distorti e reiterati introducono un assolo di sax che si sfoga in un crescendo d’intensità, fino a toccare grida sovracute. A chiudere, “Powrót sieroty” è una ballata dark jazz retta dal registro grave del clarinetto basso.


Ewa Bem – Gram o wszystko [compilation] (Pomaton, 1998) [vocal jazz]

Ewa Bem è la cantante per eccellenza della scena jazz polacca, sulla cresta dell’onda sin dai primi anni Settanta, prima con progetti come Bemibem e Bemibek (entrambi in compagnia del fratello Aleksander, batterista), poi come solista. Nella sua vasta produzione non c’è un disco che spicchi di netto sugli altri, ragion per cui è più pratico addentrarvisi partendo da questa eccellente raccolta, che ha il merito di riunire registrazioni realizzate per la radio polacca fra il 1975 e il 1987, spesso rimaste fuori dai suoi album in studio.

Si spazia dal pop jazz fiatistico più barocco (“Miłość jest jak niedziela”) allo swing (“Żyj kolorowo”), dalle sonorità tirate a lucido della jazz fusion (“Z tobą bez ciebie”, “Pomidory”) al sophisti-pop elettronico (“Miłość to jest wielki skarb”), da brani che inglobano influenze pop rock e new wave (“I co z tego dziś masz”) a intense torch song pianistiche (“S.O.S.”, “Gram o wszystko”).


Leszek Możdżer – Piano (Arms Records, 2004) [jazz, modern classical]

Możdżer arriva al pianoforte da una solida formazione classica. Il suo tocco è limpido, ma capace di improvvise asperità. Si forma come membro del quartetto di Namysłowski, ma è nei dischi in proprio che il suo linguaggio, a metà tra jazz, classica e musiche del mondo, trova la forma più compiuta. “Piano” lo ritrae completamente da solo, senza accompagnamento, ed è il disco che meglio racconta la sua idea di pianoforte come strumento totale.

Możdżer non si limita a suonarlo: lo percuote, lo esplora, ne sfrutta la cassa armonica come fosse una batteria, trasformando ogni brano in un piccolo laboratorio timbrico. La cifra dell’album sta nell’equilibrio tra armonia classica e dissonanza moderna, che Możdżer alterna a slanci lirici e strappi ritmici. Ne nasce una musica fisica, capace di passare dalla rabbia alla gioia in poche battute, senza perdere coerenza.


Contemporary Noise Quintet – Pig Inside The Gentleman (Electric Eye, 2006) [avant-garde jazz]

Bydgoszcz, primi anni Duemila: i fratelli Bartek e Jakub Kapsa sciolgono la band post-hardcore Something Like Elvis e ripartono dal jazz. Il primo rimane alla batteria, l’altro rinuncia al ruolo di cantante e bassista per sedersi al pianoforte. Il nuovo progetto, interamente strumentale, da un lato guarda alle nuove tendenze del jazz e fa fioccare paragoni con l’Esbjörn Svensson Trio, ma dall’altro vi innesta una dose di dinamismo decisamente più vicina al jazz-rock e ai momenti più energetici del post-rock, pur mantenendo arrangiamenti in gran parte acustici (uniche eccezioni: sparute coloriture elettroniche e la collaborazione del chitarrista Kamil Pater in tre brani su dieci) .

Sax e tromba dialogano e si rincorrono, per poi precipitare in passaggi quasi orchestrali, mentre il pianoforte irrompe con guizzi imprevedibili. Certi passaggi sembrano scritti per accompagnare immagini, come fossero colonne sonore di film mai girati, forse noir o fantascientifici.


Tymański Yass Ensemble – Free Tibet (Biodro Records, 2008) [yass, nu jazz, avant-garde]

Secondo e ultimo album dell’ensemble guidato da Tymon Tymański, all’epoca già affermato come uno dei più importanti nomi del jazz e più in generale della musica sperimentale locale (alcuni fra i suoi innumerevoli progetti si allontanano dall’area oggetto di questo articolo, sfociando nel rock alternativo, nel prog e nel punk). Qui l’artista suona chitarra e sax tenore, accompagnato da strumentisti d’eccezione quali il bassista Wojtek Mazolewski, il batterista Jakub “Kuba” Staruszkiewicz, e i fiatisti Irek Wojtczak, Aleksander Korecki e Antoni Gralak.

Dirige i lavori il produttore e chitarrista Piotr Pawlak, storico collaboratore di Tymański. Il disco uscì nel 2008, anno delle Olimpiadi di Pechino, e venne dedicato alla causa tibetana, con musiche capaci di mescolare scorribande free e progressioni ipnotiche più vicine alla corrente spiritual e all’afro-jazz, ma anche momenti postmoderni segnati da frenesie jazz-rock, simulazioni drum and bass e sottofondi swing d’atmosfera.


Pink Freud – Monster Of Jazz (Universal Polska, 2010) [nu jazz, yass]

Eredi diretti della rivolta yass che scosse il jazz polacco negli anni Novanta, i Pink Freud portano quella ribellione alle estreme conseguenze in “Monster of Jazz”, premiato come disco dell’anno dal canale radio Trójka. È il settimo album del gruppo guidato dal bassista Wojtek Mazolewski, con la formazione più allargata della sua storia.

I dodici brani sono quasi tutti composizioni originali: l’unica eccezione è “Goz Quarter”, cover degli Autechre. Arrangiamenti elettronici, dub e jungle si sposano all’improvvisazione jazzistica, i fiati soffiano ispirati per tutto il disco e il mood generale è febbrile, spesso privo di una direzione precisa, con melodie meno definite rispetto ai lavori precedenti del gruppo. Il risultato oscilla tra l’azzardo di chi, come Miles Davis, rischia di scontentare i puristi pur di reinventarsi, e il kitsch ragionato di Steven Bernstein e dei suoi Sex Mob.


Wojciech Jachna, Jacek Mazurkiewicz & Jacek Buhl – Dźwięki ukryte (Instant Classic, 2016) [avant-garde jazz]

Wojciech Jachna (tromba), Jacek Mazurkiewicz (contrabbasso) e Jacek Buhl (batteria) sono tre fra i musicisti fondamentali della scena di Bydgoszcz, una delle principali città della Pomerania, e del suo storico locale Mózg. Tutti e tre attivi in numerosi progetti, si sono spesso incrociati l’un l’altro, fino a debuttare come trio con questo album, il cui titolo si traduce in “suoni nascosti”.

Registrato in una sola sessione all’interno della sinagoga di Fordon, il 4 settembre 2015, è composto da otto brani per poco più di tre quarti d’ora di musica a tratti ripetitiva e meditabonda, a tratti frastagliata e dissonante, ma senza mai eccedere, costantemente in punta dei piedi. Laddove molti ensemble una volta premuto sull’acceleratore sarebbero sfociati in jam chiassose e rumoristiche, qui si preferisce un avant-garde jazz sottrattivo e di gran gusto, in perfetto equilibrio fra strumenti acustici e occasionali manipolazioni elettroniche.


Saagara – 2 (Instant Classic, 2017) [indo jazz]

Wacław Zimpel, clarinettista e leader degli Hera, arriva ai Saagara dopo un viaggio in India nel 2012, ispirato dai precedenti di maestri del minimalismo come Terry Riley e La Monte Young. Affascinato dalla musica carnatica, studia un anno a Bangalore prima di fondare il gruppo coi musicisti incontrati lì – Giridhar Udupa (ghatam), Bharghava Halambi (khanjira), K Raja (thavil) e Mysore N. Karthik (violino).

Se l’esordio del 2015 era un’immersione totale nella tradizione carnatica, “2” rovescia la prospettiva: Zimpel, che nel frattempo ha coinvolto il produttore berlinese Mooryc, dichiara di voler piegare il suono indiano alla logica occidentale, pur cercando di evitare i cliché della world music. Gli arrangiamenti aggiungono khaen*, elettronica ed effetti curati da Mooryc a un impasto già ricco, per un disco più aperto, quasi pop nella sua orecchiabilità. Chiude “Morphidia”, un duetto spoglio di clarinetto e piano di struggente semplicità.

* Khaen

L’organo a fiato laotiano che genera dei caratteristici bordoni.


Adam Bałdych Quartet – Sacrum profanum (Act, 2019) [third stream, crossover jazz]

Bałdych, soprannominato “il bambino prodigio del violino”, fu espulso dalla scuola di musica per la sua insofferenza verso le regole e la passione per l’improvvisazione jazzistica, prima di ottenere una borsa di studio alla Berklee. “Sacrum profanum” segna la sua prima registrazione con un quartetto interamente polacco: lo accompagnano Krzysztof Dys (piano, anche preparato e giocattolo*), Michał Barański (contrabbasso) e Dawid Fortuna (batteria, percussioni).

Il progetto attraversa circa mille anni di musica sacra, da Hildegard von Bingen a Thomas Tallis (“Spem in alium”, riscritto radicalmente con violino rinascimentale e percussioni orchestrali), da Gregorio Allegri (“Miserere”) alla contemporanea Sofia Gubaidulina, fino all’anonima “Bogurodzica”, il più antico inno polacco conosciuto (XIII secolo), qui trasformata in un trampolino per improvvisazioni sfrenate. Le cinque composizioni originali spaziano dal frenetico post-rock di “Repetition” alla fragilità elegiaca di “Longing”.

* Piano preparato/giocattolo

Piano preparato: un pianoforte a cui vengono inseriti oggetti (viti, gomme, pezzi di metallo, feltro) tra le corde per alterarne il timbro, tecnica resa celebre da John Cage. Il suono perde la sua natura “pulita” e diventa percussivo, metallico, quasi come uno strumento a percussione intonato.

Piano giocattolo (toy piano): proprio un pianoforte-giocattolo per bambini, con tasti piccoli e un suono acuto, tintinnante, tipo carillon. Viene spesso usato in ambito sperimentale/contemporaneo per il suo timbro fragile e infantile.


Błoto – Kwasy i zasady (Astigmatic, 2021) [nu jazz, jazz fusion]

Nati come costola degli Eabs – di cui riprendono tre quarti dell’organico, rinunciando però a chitarra e dj – i Błoto pubblicano i primi tre dischi nell’arco di appena tredici mesi. “Kwasy i zasady”, il terzo, è stato registrato in presa diretta senza sovraincisioni e mixato su cassetta con un vecchio Tascam, per ottenere un suono deliberatamente “sporco e caldo”. Si tratta di un concept album strumentale: ogni brano porta il nome di un sostantivo astratto, incastrato con il suo opposto (ipocrisia/autenticità, verità/moderazione).

Dopo l’apertura spigolosa e dissonante di “Chryja”, è con “Prostactwo” che emerge il suono tipico dell’album: nu jazz ipnotico e debitore dell’hip hop strumentale, dove Marek Pędziwiatr imita un theremin col Korg MS-20 e un idiofono col Minimoog, mentre Węgier abbandona il sax per il beep elettronico di un Roland System-1. Il vertice è “Prostota”, quasi sette minuti robotici dominati dal basso di Paweł Stachowiak e dal sax soprano di Olaf Węgier, sospesi su un tappeto notturno di tastiere.


Niechęć – Unsubscribe (Audio Cave, 2022) [jazz fusion, jazz-rock]

Attivi sin dal 2007, i Niechęć pubblicano nel 2022 il loro terzo disco in studio, “Unsubscribe”, a dieci anni esatti dall’esordio “Śmierć w miękkim futerku”. Il quintetto di Varsavia appartiene alla corrente nu jazz ma ne rifiuta i tratti più eterei e diradati, prediligendo un amalgama denso e dinamico che richiama gli spigoli jazz-rock dei King Crimson.

Il titolo, “Unsubscribe”, allude alla necessità di disconnettersi da una realtà sovraccarica di stimoli: lo si sente nell’incastro sferzante dell’iniziale “Argot”, nel crescendo di “Ciała” (che potrebbe rimandare ai Godspeed You! Black Emperor, pur evitando saggiamente il cliché soft/loud), nelle schiarite quasi morriconiane di “Chmury” e nell’accostamento fra afrobeat e synth di “Epilog”. Il momento più toccante è “Praga”, dove il fraseggio sassofonistico di Maciej Zwierzchowski ricorda i Bohren & der Club of Gore accelerati; il più ambizioso è la title track finale, dieci minuti che condensano l’intera parabola della band.


Eabs & Jaubi – In Search Of A Better Tomorrow (Astigmatic, 2023) [spiritual jazz, jazz fusion, indo jazz]

È di nuovo Pędziwiatr, già alla guida dei Błoto, a trainare il progetto: con gli Eabs, collettivo che dal 2012 rilegge la tradizione jazzistica scomponendola e rimontandola con innesti hip-hop ed elettronici. Ad affiancarli i Jaubi, trio di Lahore radicato nella tradizione hindustana. Il disco è concepito come un dittico, con i due brani che aprono ciascun lato a fare da manifesto tematico: “Yesterday” attraversa il peso del passato e delle lotte vissute dai due popoli, mentre “Tomorrow” si apre alla speranza.

Nel mezzo, “Judgement Day” fa dialogare assoli in stile raga con fraseggi fusion su un clarinetto basso trattato come uno strumento mediorientale, mentre “Whispers” scivola in un’atmosfera da sintetizzatori orientaleggianti che ricorda Vangelis. Non è un semplice innesto di raga indostani su base jazzistica europea, ma una fusione paritaria tra clarinetto basso, sax, tabla e sarangi. Il cuore del disco è “Raise Your Hearts, Drop Your Guns”, dove pianoforte e sarangi dialogano come in una preghiera laica.


Altri 45 album per approfondire

  1. Andrzej Kurylewicz & Wanda Warska – Somnambulists (Polskie Nagrania Muza, 1961) [vocal jazz, cool jazz]
  2. Krzysztof Komeda – Ballet Etudes: The Music Of Komeda (Metronome, 1963) [post-bop, modal jazz]
  3. Zbigniew Namysłowski Modern Jazz Quartet – Lola (Decca, 1964) [hard bop, modal folk-jazz]
  4. Polish Jazz Quartet – Polish Jazz Quartet (Polskie Nagrania Muza, 1965) [hard bop, post-bop]
  5. The Andrzej Trzaskowski Sextet – Seant (Polskie Nagrania Muza, 1966) [avant-garde jazz]
  6. Novi Singers – Torpedo (Polskie Nagrania Muza, 1970) [vocal jazz, scat / bossa nova]
  7. Paradox – Drifting Feather (Polskie Nagrania Muza, 1971) [chamber jazz, third stream]
  8. Michał Urbaniak Group – Inactin (Spiegelei, 1971) [jazz fusion, jazz-rock]
  9. Wojciech Karolak, Michał Urbaniak & Czesław Bartkowski – Podróż na południe (Moving South) (Polskie Nagrania Muza, 1973) [jazz-funk, organ groove]
  10. Adam Makowicz – Unit (Polskie Nagrania Muza, 1973) [jazz-funk, electric jazz]
  11. Tomasz Stańko – TWET (Polskie Nagrania Muza, 1974) [european free jazz]
  12. Michał Urbaniak – Fusion (Columbia, 1974) [jazz fusion, jazz-funk]
  13. Zbigniew Namysłowski Quintet – Kujaviak Goes Funky (Polskie Nagrania Muza, 1975) [jazz-funk, ethno-jazz]
  14. Spisek Sześciu – Complot Of Six (Polskie Nagrania Muza, 1975) [jazz fusion, post-bop]
  15. Laboratorium – Modern Pentathlon (Polskie Nagrania Muza, 1976) [progressive jazz-rock]
  16. Tomasz Stańko – Balladyna (ECM Records, 1976) [avant-garde jazz, chamber jazz]
  17. Jan “Ptaszyn” Wróblewski – Skleroptak (Polskie Nagrania Muza, 1976) [modern big band, post-bop]
  18. Big Band Katowice – Music for My Friends (Polskie Nagrania Muza, 1977) [big band, hard bop, jazz-rock]
  19. Janusz Muniak Quintet – Question Mark (Polskie Nagrania Muza, 1978) [post-bop acustico]
  20. The Quartet – The Quartet (PolJazz, 1979) [post-bop, modal jazz coltraniano]
  21. Crash & Grażyna Łobaszewska – Senna opowieść Jana B. (Polskie Nagrania Muza, 1979) [jazz-rock, jazz fusion]
  22. Zbigniew Seifert – Passion (Capitol Records, 1979) [symphonic jazz, third stream, fusion]
  23. Sun Ship – Follow Us (Polskie Nagrania Muza, 1979) [post-bop, modal jazz]
  24. Alex Band – The Eccentric (Helicon, 1981) [jazz fusion, big band funk]
  25. Jarosław Śmietana – Talking Guitar (Polskie Nagrania Muza, 1984) [jazz fusion, jazz-funk]
  26. Pick Up Formation – Zakaz fotografowania (PolJazz, 1985) [free funk, jazz-rock, no wave]
  27. Wojciech Karolak, Tomasz Szukalski & Czesław Bartkowski – Time Killers (Helicon, 1985) [jazz-funk, soul jazz, organ groove]
  28. Tie Break – Tie Break (Polskie Nagrania Muza, 1989) [punk-jazz, no wave]
  29. Miłość – Miłość (Gowi Records, 1993) [yass, post-bop, free jazz]
  30. Mazzoll & Arhythmic Perfection – a (Gowi Records, 1995) [yass, free improvisation]
  31. Maestro Trytony – Enoptronia (Muzyka z Mózgu, 1997) [yass, avant-prog]
  32. Jacek Kochan – New Expensive Head (Gowi Records, 2003) [modern creative, jazz fusion]
  33. Pink Freud – Sorry Music Polska (Zen Possé, 2003) [nu jazz, yass, drum’n’bass]
  34. Skalpel – Skalpel (Ninja Tune, 2004) [nu jazz, downtempo, turntablism]
  35. Andrzej Przybielski & Oleś Brothers – Abstract (Not Two Records, 2005) [free jazz, avant-garde jazz]
  36. Aga Zaryan – Picking Up The Pieces (Polskie Radio, 2006) [vocal jazz, cool jazz]
  37. Sing Sing Penelope – We Remember Krzesełko (Electric Eye, 2008) [yass, nu jazz, electro-acoustic]
  38. Marcin Wasilewski Trio – January (ECM Records, 2008) [chamber jazz, post-bop]
  39. Hera – Where My Complete Beloved Is (Multikulti Project, 2011) [spiritual jazz, avant-garde]
  40. Włodek Pawlik Trio & Randy Brecker – Night In Calisia (Dux, 2012) [third stream, symphonic jazz]
  41. Eabs – Slavic Spirits (Astigmatic, 2019) [spiritual jazz, nu jazz, hip-hop crossover]
  42. Immortal Onion – XD [Experience Design] (U Know Me Records, 2020) [nu jazz, math-jazz, fusion]
  43. Marek Pospieszalski – Polish Composers of the 20th Century (Audio Cave, 2022) [avant-garde jazz, third stream]
  44. Błoto – Grzybnia (Astigmatic, 2025) [avant-garde jazz, jazz fusion]
  45. Kosmonauci – Brudna-Bielizna (U Jazz Me, 2026) [contemporary jazz, hip-hop beat]


Un ringraziamento particolare a Jarosław Sawic per la preziosa consulenza e a Marco Sgrignoli e Vassilios Karagiannis per averci gentilmente concesso di utilizzare le rispettive recensioni di Niechęć ed EABS come riferimento per le schede dedicate ai due album.

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08/11/2026

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