Un palco, cinque ragazzi, qualche amplificatore. Nessuna storia da raccontare, nessuna coreografia, nessun effetto speciale. Nel video di “Last Nite” Julian Casablancas sembra aspettare soprattutto il momento di andarsene: canta con lo sguardo perso, si agita, trascina il corpo attorno al microfono. Nick Valensi e Nikolai Fraiture suonano quasi immobili, Albert Hammond Jr. tradisce un entusiasmo più evidente. Nel finale cadono persino le aste dei microfoni della batteria, senza che nessuno intervenga.
All’inizio degli anni Duemila quelle immagini diventarono una presenza fissa su Mtv. Per una generazione furono anche un piccolo manuale di stile: capelli spettinati, vestiti vissuti, chitarre portate con naturalezza e un’aria di indifferenza che sarebbe stata imitata con meticolosa dedizione. Gli Strokes sembravano capitati davanti alla telecamera per caso. E, almeno in parte, era proprio quella l’idea.
Coppola alla regia
La band inizialmente non voleva comparire nel videoclip. A convincerla fu il regista Roman Coppola, figlio del leggendario Francis, che trovò la formula giusta: una semplice esibizione su un palco da studio televisivo, con la canzone suonata davvero, anziché mimata sopra la registrazione del disco. Una scelta essenziale, ma decisiva. Il video non si limitava a mostrare come fossero fatti gli Strokes: permetteva di capire come funzionassero insieme, comprese le sbavature e gli incidenti.
Il risultato evocava una vecchia apparizione televisiva degli anni Settanta. Le luci, l’immagine poco levigata, l’allestimento spartano sembravano arrivare da un archivio dimenticato. Eppure, nel 2001, quella scena aveva qualcosa di sorprendentemente attuale. Mentre molto pop puntava su produzioni sempre più elaborate, cinque musicisti che suonavano per poco più di tre minuti potevano diventare uno spettacolo sufficiente.
Anche la canzone nasceva da un’idea precisa del rapporto fra passato e presente. Durante le prime lavorazioni, Casablancas aveva spiegato così il suono che cercava: “Immagina di prendere una macchina del tempo, andare nel futuro e trovare un album classico di un passato lontano che ti piace moltissimo”. Una frase tortuosa, ma adatta a descrivere “Is This It“: un disco che sembrava già familiare al primo ascolto, senza appartenere del tutto a nessuna delle epoche che richiamava.
In “Last Nite” quella familiarità comincia subito. L’introduzione ricorda “American Girl” di Tom Petty & The Heartbreakers, una parentela che gli Strokes non si preoccuparono troppo di nascondere. Petty, da parte sua, la prese con spirito: “Chiedetelo a Chuck Berry. Gli Strokes hanno preso ‘American Girl’ e ho visto un’intervista in cui lo ammettevano davvero. Mi ha fatto ridere di gusto. Non mi dà fastidio”.
Il richiamo diventava il punto di partenza di un meccanismo perfettamente riconoscibile: le chitarre si incastravano, il basso teneva in movimento il brano, la voce entrava con quella combinazione di urgenza e stanchezza che avrebbe definito Casablancas. Poi arrivava l’assolo di Hammond Jr., breve e melodico, abbastanza immediato da poter essere canticchiato.
Sciatteria programmata
Sotto quella superficie disinvolta, però, c’era una volontà tutt’altro che approssimativa. Casablancas sapeva che cosa voleva, anche quando lo spiegava al produttore Gordon Raphael attraverso immagini piuttosto insolite. Per correggere l’atmosfera di un pezzo poteva chiedergli: “A questa canzone puoi allentare un po’ la cravatta?”. Quanto alla voce, doveva suonare “come i tuoi jeans preferiti, non completamente distrutti, ma consumati, comodi”.
Proprio quella voce diventò un problema quando la Rca ascoltò il lavoro. Il trattamento sporco e compresso, fondamentale nell’identità del gruppo, ai rappresentanti dell’etichetta sembrava un errore. Raphael ricordò così la reazione: “Dissero che suonava da schifo ed era poco professionale, e che stavo rovinando la voce di Julian e distruggendo qualsiasi possibilità che la band avesse una carriera”.
Gli Strokes tennero il punto. La sensazione di usura, la grana della registrazione e il canto apparentemente svogliato erano parte della loro idea di musica. La naturalezza che si vedeva nel video aveva alle spalle scelte molto consapevoli: sembrare a proprio agio richiedeva sapere esattamente quali imperfezioni conservare. Sarebbe eccessivo attribuire a una sola canzone tutta la rinascita delle chitarre nei Duemila. “Last Nite”, però, ne diventò uno degli emblemi più riconoscibili, e gli Strokes un modello con cui innumerevoli gruppi successivi avrebbero dovuto fare i conti. Anni dopo, ad Alex Turner sarebbe bastato aprire “Star Treatment” confessando di aver sempre voluto essere uno di loro.
Inno generazionale
“Last Nite” era nient’altro che il racconto di una serata no, ritmato da una batteria upbeat e da un basso guizzante che ha fatto scuola. Niente di speciale, vero? Ma chi può non immedesimarvisi? Chi avrebbe il coraggio di uscire dalla festa? Nessuno, specie se ci sono in mezzo un paio di fendenti di chitarra semplicemente perfetti e un ritornello gracchiato il giusto che strilla dell’incomprensione imperante tra i giovani. Per questo, forse, diventerà un inno generazionale.
Riguardato oggi, il video conserva soprattutto questo piccolo paradosso: cinque ragazzi avevano accettato di farsi riprendere a condizione di poter semplicemente suonare. Finirono per insegnare a una generazione un nuovo modo per stare davanti a una telecamera.
(Contributi di Michele Corrado)
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06/11/2026