DIIV - ZIRP!

2026 (Fantasy)
alt-rock, avant-pop, nu-gaze

Più volte su queste pagine abbiamo evidenziato come la parolina “shoegaze” sia divenuta negli ultimi anni un trend sui social, e quanto quei suoni siano considerati confortevoli dalla Generazione Z, in grado di rappresentare il disagio e lo spaesamento della nostra epoca. Non va quindi percepita come davvero rischiosa la partnership artistica instaurata fra una band oramai veterana della scena nu-gaze e uno dei producer che hanno marchiato a fuoco il circuito avant-pop contemporaneo, uno che attraverso i lavori pubblicati dalla propria etichetta, PC Music, è risultato fra gli architetti del suono hyperpop. L’accostamento è sembrato audace ma è tutt’altro che improvvisato: A.G. Cook sa come “trattare” le chitarre e lo ha dimostrato in “Music, Fashion, Film”, il disco che ha presentato al mondo pochi mesi fa una rinnovata Charli XCX. Si sente che deve essersi trovato a proprio agio in cabina di regia per “ZIRP!”, il quinto album dei newyorchesi DIIV.


Chi temeva di ritrovare snaturato il suono del quartetto guidato da Zachary Cole Smith in realtà lo scoprirà giusto un pochino più levigato: “ZIRP!” non è un’opera digital-pop, il sound non rinnega il Dna chitarristico della band e le trame a mulinello che ne hanno definito la cifra stilistica. Il gruppo evita con attenzione di smarcarsi all’improvviso verso la strada della decostruzione pop, puntando più che altro su soluzioni pensate per smussare alcune spigolosità del passato, aprendosi a nuovi slanci ritmici e melodici: i ganci pop si fanno più grandi, è innegabile, basti ascoltare una traccia come “Trillions”, ma l’elettricità delle chitarre resta intatta, a tratti persino potenziata, immersa com’è in un contesto di lucidità cristallina. I DIIV non sussurrano a chi ascolta “Venite a mettervi al riparo nel nostro museo nostalgico”, piuttosto si impossessano della cameretta zeppa di Converse fiondate sul pavimento e spalancano le finestre su uno skyline digitale accecante.

Nei testi vengono approfondite riflessioni disincantate sul denaro, sulla tecnologia e sui cortocircuiti della contemporaneità. Il titolo stesso, un acronimo di “Zero Interest Rate Policies”, accende i riflettori sulla farsa dei tassi d’interesse a zero, la bolla finanziaria, il collasso economico, il cinismo del tardo capitalismo. L’arma di un sound super avvolgente viene utilizzata per raccontare l’inquietudine di vivere dentro un algoritmo, la presa d’atto che persino il nostro privato rifugio potrebbe finire quotato in borsa, filtrato, decomposto e ricomposto dalla tecnologia. I DIIV per restare vivi accettano di sporcarsi le mani con il presente, sposando effettistica analogica e prospettive digitali, assecondando la tentazione di farsi leggere attraverso una chiave d’accesso più immediata e futuribile.


Che si tratti di un esercizio di sopravvivenza concettuale o di una reale necessità espressiva non ha poi così importanza: quel che conta è dimostrare come la melodia possa ancora nascere e mutare forma dentro la distorsione. I tratti migliori del discorso si colgono lungo i sentieri che più si avvicinano ai ricordi di “Loveless”, che proprio in questi giorni spegne trentacinque candeline, in particolare nelle trame di “The Fontain” e ancor più di “Dare Me”. Sui medesimi livelli di eccellenza si pongono la robusta “The Crash” e, poco più avanti, l’avvincente tripletta “Us Against You” / “Evangelizer” / “Underground”. Meno interessanti i passaggi più pop-oriented, che in fin dei conti non si rivelano poi così numerosi.

Il cortocircuito DIIV – A.G. Cook produce un anestetico contro l’iper-connessione, che cerca di spiegarci come oggi abbia poco senso fare distinzioni da puristi tra “chitarre vere” e “suoni sintetici”: il rumore bianco generato da un pedale fuzz e l’oscillatore di un sintetizzatore possono raccontare la medesima alienazione. Le chitarre divengono un altro file da manipolare all’interno del grande frullatore della contemporaneità, rinnovando in chiave post-moderna quelle stratificazioni sature e apparentemente instabili che Kevin Shields codificò nel 1991.
Ma il modo in cui i DIIV e A.G. Cook riprocessano il tutto muta completamente lo scenario, come se osservassimo “Loveless” attraverso lo schermo di uno smartphone ad altissima risoluzione, oppure immersi in un ambiente virtuale. Qualsiasi citazione rappresenta un atto d’amore sfacciato, usato come un ologramma, concedendo l’illusione del rifugio caldo degli anni Novanta, per poi, appena un attimo dopo, ricordare che quel che stai ascoltando è un prodotto del 2026. E’ l’ambizioso mezzo scelta da una band che vuol mantenere una propria rilevanza, che vuol continuare a essere percepita in costante e irrequieta evoluzione.

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06/11/2026

Tracklist

  1. 1. The Fountain
  2. 2. Kid
  3. 3. When The Glow Came For Us
  4. 4. Dare Me
  5. 5. The Crash
  6. 6. Trillions
  7. 7. Us Against You
  8. 8. Evangelizer
  9. 9. Underground
  10. 10. My Star
  11. 11. Idiot In The Sky