Steven Wilson si conferma la più affascinante e chirurgica “eresia” del rock contemporaneo. Capace di esaltare e al tempo stesso disorientare i puristi del prog e del classic rock, il leader dei Porcupine Tree trasforma ogni nuova uscita in un vero e proprio evento mediatico e culturale.
Lo ha dimostrato prima con l’audace “The Future Bites” — una controversa e straordinaria pop-opera dalle venature industrial — e lo ha ribadito con “The Overview”, il concept album che ha contrassegnato il ritorno alle architetture progressive.
Il listening party del 5 ottobre a Roma, che ha anticipato l’uscita del nuovo disco “Requiem For A Village”, è stato in tal senso conforme a una dialettica che continua a ritenere fondamentale dare rilievo alla progettualità, una scelta che Steven Wilson continua a difendere strenuamente in controtendenza con la volatilità della produzione musicale contemporanea.Il nono album del musicista inglese è come sempre ricco di citazioni colte, questa volta più cinematografiche o meglio ancora televisive che letterarie, un filo narrativo che spazia dall’horror folk-goth di “The Wicker Man” o del capolavoro di Wolf Rilla “Il Villaggio dei Dannati” a programmi tv per l’infanzia non privi di mistero e magia.
Ancora una volta il sempre dichiarato amore per i Pink Floyd offre un’ulteriore chiave di lettura, lasciando scorrere riferimenti all’album “The Wall” e alla sua struttura narrativa oscura e greve. Per “Requiem For A Village” il musicista si è affidato alla potenza espressiva di una strumentazione analogica, sacrificando in parte l’elettronica e difendendo strenuamente il processo creativo dall’ingerenza dell’Intelligenza Artificiale.
In questa giostra cinematografica-teatrale trova spazio l’arte narrativa di Andy Partridge, autore dei testi e dei racconti affidati alla voce di David Tennant: uno degli interpreti di “Dr Who”.
La natura di concept album trova ulteriori riferimenti nella liturgia pinkfloydiana: campane, cori di bambini e l’abbaiare di un cane che fanno capolino nella pagina introduttiva “Swirl In A Lark’s Eye” sono evidenti rimandi alla band di “Dark Side Of The Moon” e “Animals”. Le felici interazioni tra prog, canterbury e hard-rock dell’album “Grace For Drowning” e le scorribande dei Porcupine Tree sono i punti di raffronto più evidenti, ma come accade ogni volta che Wilson decide di scendere in campo, c’è molto più di quanto sia immaginabile in questa ricca mini-opera rock.
I sette minuti e venti di “Now Departing” sono in tal senso esplicativi della poliedricità e della magniloquenza sonora creata da Steven Wilson per questo nuovo album, musicalmente esuberante e colto, nello stesso tempo ruvido a dispetto delle tonalità nostalgiche delle pagine più languide (“Hiraeth”) o folk-prog-noir (il secondo evocativo singolo “On Chapel Slope”).
C’è abbastanza carne al fuoco per future discussioni e punti di vista contrastanti in “Requiem For A Village”, ma come sempre l’intenzione è quella di catturare l’ascoltatore con sonorità avvolgenti e ricche di sfumature che necessitano comunque di più ascolti per essere vissute in pieno. Il dato critico innegabile è la non del tutto prevedibile intensità drammatica di un disco che, nell’onorare realtà e suggestioni del regno dei morti, offre l’opportunità all’artista di realizzare l’opera più inquieta e quasi horror-noir della sua lunga carriera.
L’evoluzione strumentale alla Genesis di “Murmuration”, il taglio più epic-prog di “Great Green Map”, il teatrale passo folk-prog stile Jethro Tull di “A Basket Of Bees”, lo struggente intermezzo di tastiere in “The Same River Twice”, il graffio di “Wheel” e le dissonanze cosmic-rock di “The Old God Is Buried” sono capitoli di un unicum concettuale, coerente con la scelta stilistica di Wilson di preservare i molteplici piani di lavoro disseminati negli anni: di recente il musicista ha rinnovato il progetto Bass Communion e ha annunciato un nuovo capitolo per il duo Storm Corrosion.
“Requiem For A Village” è un album che convince fino in fondo.
Pur ricco di intuizioni strumentali e compositive familiari, non assomiglia a nessun progetto passato; l’elemento che ha catturato maggiormente la mia attenzione è il contrasto tra la perfezione e la pulizia formale del progetto e le tante lievi sviste – alcuni tempi ritmici fuori tempo, accordi svogliati di chitarra e sonorità di tastiere melodicamente incerte – un aspetto che diventa centrale per un disco tanto perfetto quanto profondamente umano.
Aggiungi OndaRock alle tue Fonti preferite su Google Discover. Non perderti le nostre recensioni, le pietre miliari e le ultime news direttamente nel tuo feed.
06/11/2026