Una pagina curiosa della storia dei Pink Floyd, riaperta dal magazine Far Out. Nel 1967, il gruppo inglese si trovò ad affrontare il difficile compito di sostituire Syd Barrett. Il "Crazy Diamond", leader della prima stagione della saga floydiana, fu travolto dal lato più oscuro di quegli anni. I suoi tormenti personali e i suoi esperimenti con l’Lsd sono generalmente ritenuti le cause principali del suo crollo psicologico. La sua salute mentale peggiorò gravemente e, sebbene per un po’ riuscisse ancora a contribuire ai testi della band, fu rapidamente escluso dalle esibizioni dal vivo. Alla fine, divenne inevitabile trovare un sostituto.
L’ingresso di David Gilmour, chitarrista e cantante, nel dicembre del 1967, portò la band a raggiungere vette mai toccate prima, sia artisticamente che commercialmente.
Tuttavia - ricorda Far Out - in un’epoca di continui incroci tra musicisti, c’era un’altra icona del rock che i Pink Floyd avevano preso in considerazione come naturale successore di Barrett. Nel 2005, il batterista Nick Mason rivelò nella sua autobiografia "Inside Out: A Personal History of Pink Floyd" che la band avrebbe voluto chiedere a Jeff Beck di sostituire Barrett alla chitarra, ma “nessuno di noi ebbe il coraggio di chiederglielo”.
Resta ovviamente suggestiva l'ipotesi di un Jeff Beck alla chitarra nei Pink Floyd, anche se l'asso della chitarra ha seguito un percorso che difficilmente si sarebbe conciliato con le esigenze della band guidata da Roger Waters.
Far Out riporta anche una conversazione del 2010 di Jeff Beck con Alice Cooper, in cui il chitarrista tornò sull’argomento. Durante il colloquio, Cooper raccontò a Beck che la band era troppo intimorita per chiedergli di unirsi a loro, e Beck rispose: “Com’è incredibile? Non ho mai nemmeno pensato che mi avrebbero considerato. Strano, davvero”.
Guarda qui sotto il video di Beck intervistato sul "caso Pink Floyd".
Di recente, con il loro storico album live registrato tra le suggestive rovine dell'antico anfiteatro romano di Pompei, i Pink Floyd sono tornati addirittura in vetta alla top ten italiana. "Pink Floyd At Pompeii - MCMLXXII" è stato infatti al numero 1 nella classifica degli album più venduti della settimana, nonché in quella dei vinili, secondo le rilevazioni Fimi/Gfk. L'album è uscito in concomitanza con il film, girato nell'ottobre del 1971.
L’album "Pink Floyd At Pompeii – MCMLXXII" è stato pubblicato per la prima volta come live completo. Il remix del 2025 a cura di Steven Wilson è disponibile nei formati cd, Lp Blu-Ray, Dvd, Audio Digitale e Dolby Atmos. "I Pink Floyd - ha rivelato il leader dei Porcupine Tree - sono sempre stati la mia band preferita. Mio padre mi aveva praticamente fatto il lavaggio del cervello con 'The Dark Side Of The Moon', ma non conoscevo l’altro lato della loro musica – quello psichedelico e improvvisativo – fino a quando vidi proprio 'Pink Floyd at Pompeii'. Avevo 12 o 13 anni, lo proiettavano all’Odeon di Chesham insieme a 'Born To Boogie' dei T. Rex, che poi è diventato un altro mio grande amore musicale. Vedere i Floyd suonare quella musica, in un luogo così straordinario, con quell’atteggiamento da intellettuali distaccati, fu per me un’esperienza memorabile". Da quel momento, il legame con il film è cresciuto fino a diventare qualcosa di intimo e duraturo: "L’ho comprato in Vhs, poi in Dvd, e l’ho rivisto innumerevoli volte. Ho sempre avuto una copia sullo scaffale. Lavorare al remix della colonna sonora è stato un vero sogno che si realizza. La registrazione originale è molto essenziale: quattro tracce mono – batteria, chitarre, basso e tastiere – più la voce. Alcuni overdub vennero aggiunti in studio a Parigi, ma per l’85% è una registrazione cruda, strumentale. Considerando che fu eseguita all’aperto, senza molte ambientazioni sonore, il mio compito è stato farla respirare, senza però snaturarne l’essenza".
“Pink Floyd At Pompeii – MCMLXXII”, live leggendario - dal valore storico incalcolabile - testimonia un periodo di incredibile creatività di una band che vede il canto del cigno della sua fase psichedelica, iniziata grazie alla mente del Syd Barrett di “The Piper At The Gates Of Dawn”. Il 1971 è quindi un anno di passaggio tra una fase e un’altra, tra la fine dei suoni puramente lisergici e l'abbrivio verso una strada totalmente nuova, quasi un salto nel buio, che porterà a riconoscimenti e soddisfazioni senza limiti.
La grandezza del live di Pompei sta proprio nel testimoniare una temporanea e brevissima convivenza tra questa due fasi che coesistono perennemente per tutta la durata delle registrazioni: la prima fase è testimoniata nei brani suonati dal vivo, un vero monumento del periodo psichedelico dei Pink Floyd, da “A Saucerful Of Secrets” a “Meddle”; la seconda, ancora in embrione, attestata dai video delle prove in studio in cui Richard Wright, David Gilmour e Roger Waters provano “Us And Them” e il solo Wright cerca la melodia di piano di “The Great Gig In The Sky”. Due anime molto diverse tra loro, che comunque convivono senza scontrarsi, quasi come accade in un tramonto che unisce, ma allo stesso divide, il giorno e la notte.
Ascoltare per la prima volta il live di Pompei in una qualità audio così alta (in 5.1 e Dolby Atmos), grazie al lavoro di Steven Wilson, che esalta la profondità e la chiarezza del suono, rispettando l’autenticità e lo spirito della versione originale, e poterne vedere al cinema le immagini in alta definizione, è quindi un'esperienza emozionante per un concerto che non era mai stato pubblicato su cd (per questo motivo non lo trovate nella nostra classifica degli album live).
L'ascolto di “Pink Floyd At Pompeii – MCMLXXII” rende chiaramente l’idea di quale miracolo fossero riusciti a realizzare quei quattro ragazzi geniali, così tanto sicuri dei propri mezzi da rasentare la follia e l’incoscienza, tanto da portare alle estreme conseguenze tutte le loro idee, in un momento in cui l'alchimia tra loro era ai massimi livelli. Proprio questo equilibrio tra personalità tanto debordanti è visibile in tutti i momenti del live: dalla versione esaltante di un capolavoro come “Echoes” - forse la suite apice della psichedelia britannica, sintesi magnifica dell'affinità tra Wright e Gilmour - ai brani gemelli “Careful With That Axe, Eugene” e “One Of These Days”, che raggiungono uno stile lisergico floydiano così ben riconoscibile da risultare differente dal suono di ogni band psichedelica britannica o americana, praticamente irraggiungibile in intensità anche dalle formazioni più rinomate del periodo.
Le cose non cambiano nei brani tratti dal loro secondo Lp. “A Saucerful Of Secrets” e “Set The Controls For The Heart Of The Sun”, con l’iconica immagine di Roger Waters che colpisce il gong, testimoniano la coesistenza tra caratteri tanto delineati che sanno comunque, in base alle necessità della band, emergere o farsi da parte nei momenti giusti. Proprio nella fortissima sicurezza di sé stava il seme del male che avrebbe portato al futuro squilibrio e alla successiva rottura. Come afferma infatti in una delle interviste del film Nick Mason, "le cose andranno bene sino a quando qualcuno di noi penserà di poter fare a meno degli altri", prevedendo di fatto il futuro prossimo della band.
Un live perfetto, dunque, il cui valore storico va molto oltre quello dei singoli brani, ma è proprio la testimonianza di un’intera epoca, tra i vertici del decennio d’oro del rock. Un live in cui i Pink Floyd sanno anche prendersi momenti di leggerezza nel blues “Mademoiselle Nobs”, una versione alternativa di “Seamus”, uno dei brani acustici di “Meddle”, “cantata” magnificamente da un levriero russo di nome Nobs che ulula come in “Seamus” aveva fatto un Border Collie. Opera totale registrata in un momento di cambiamento, il live di Pompei dei Pink Floyd segna (e chiude) un'epoca della storia della musica rock. Da ascoltare e riascoltare. Da vedere e rivedere.