Con i suoi Cure, Robert Smith ha costruito un immaginario in cui la tristezza si è sublimata in un nuovo linguaggio espressivo, in grado di influenzare generazioni di artisti. Dai primi singoli come "Boys Don't Cry" ai classici dell'era dark come "One Hundred Years" e "Faith", fino a brani della maturità come "Pictures Of You" e "A Letter To Elise", il gruppo inglese ha saputo trasformare vulnerabilità e malinconia in una forma di pop accessibile anche oltre i confini goth e indie.
Ma tra gli innumerevoli brani intrisi di malinconia scritti da Smith, ce n’è uno che lo stesso autore ha sempre guardato con disagio. Una canzone così cupa da rendergli difficile perfino interpretarla dal vivo, come ha ricordato di recente il magazine Far Out.
La storia risale al 2000, quando con l’album "Bloodflowers", Smith chiuse idealmente una trilogia iniziata con "Pornography" e proseguita con "Disintegration" — tre lavori che ha definito "definitivi" per l’identità dei Cure. "Bloodflowers" amplia il raggio sonoro della band, mantenendo un tono elegiaco e contemplativo. Al suo interno compare però uno dei brani più desolati del loro repertorio. Un brano di nome "There Is No If".
Costruito su un impianto minimale, tra rock rarefatto e inserti elettronici in linea con l’estetica di fine anni Novanta (il riferimento implicito è a "OK Computer" dei Radiohead), la canzone è interamente suonata da Smith. Il testo non concede appigli: una sequenza di errori, fallimenti e perdita che conduce a un epilogo senza redenzione. Proprio questa "assenza di via d’uscita" spinse Smith a opporsi inizialmente alla sua inclusione nel disco. Accettò solo dopo l’insistenza degli altri membri della band. In un’intervista del 2000 spiegò che era l’unica traccia dell’album che considerasse davvero deprimente: "In quella canzone non c’è alcuna via d’uscita – tutto va storto e poi muori". E ammetteva di aver esitato persino a cantarla. Non sorprende, quindi, che "There Is No If" abbia avuto vita breve nei concerti: dal 2002 è stata eliminata dalle scalette.
L’"if" del titolo si riferisce all’inevitabilità della morte. Nel brano, l’amante di Smith formula ripetutamente l’apparente affermazione "if you die... so do I." Si tratta, naturalmente, di una parafrasi del cliché romantico "non potrei vivere senza di te." Smith interpreta quel sentimento in chiave negativa, sottolineando che in realtà vivranno l’uno senza l’altra e che sia loro sia il loro amore sono destinati a morire inevitabilmente. E l'epilogo lascia decisamente poco spazio a interpretazioni ottimistiche...
You yawned and I had to say it over
I said, "I love you I said", you didn't say a word
Just held your hands to your shining eyes
And I watched as the tears ran through your fingers
Held your hands to your shining eyes and cried
"If you die", you said, "So do I", you said
But it ends the day you see how it is
There is no always forever, just this, just this
"If you die", you said, "So do I", you said
But it ends the day you understand
There is no if
Curiosamente, dopo l'uscita di "Bloodflowers", proprio "There Is No If", eseguita in perfetta solitudine, venne da molti indicata come rivelatrice di un nuovo percorso musicale da solista, che lo stesso Smith lasciò trapelare come possibile. "In realtà le canzoni che ho scartato da ‘Bloodflowers’ per il mio album non le somigliano per niente", commenterà, ipotizzando proprio un progetto fuori dalla band. Peccato che quel disco solista non vedrà mai la luce. "Se fra anni deciderò di fare qualcos’altro col nome The Cure, lo farò. Si possono bruciare i ponti, ma si possono sempre ricostruire", aggiungeva Smith in quell'occasione. E così sarebbe stato...
"There Is No If" resta comunque un caso raro, in cui la cupezza, marchio di fabbrica dei Cure e di Robert Smith, ha superato la soglia di tolleranza del suo stesso autore. Anche se, va ricordato che per quanto sia associato da sempre al lato più oscuro del pop, Smith ha spesso respinto l’idea che le sue canzoni siano semplicemente "depressive", definendole semplicemente "brani che esplorano zone dell’esperienza umana spesso evitate dalle altre band". Tranne nel caso di "There Is No If"...