Buy, la follia no wave allo stato puro di James Chance e soci

21-02-2026

I only live on the surface
I don't think people are very pretty inside
and my idea of fun
isn't having a son
or being whipped on the back of my thighs
I prefer the ridiculous to the sublime
(“I Don’t Want To Be Happy”, James Chance)

 

Che James Chance sia stato uno dei più grandi mattatori del punk-funk, questo è poco ma sicuro. Nonostante le influenze iniziali di matrice free jazz (Albert Ayler), il sassofonista newyorkese si dà presto da fare attraverso un’innovativa rappresentazione del decadentismo culturale vissuto, in primis, dai giovani americani di fine anni Settanta: ritmiche funkeggianti ingabbiate da ingegnose improvvisazioni jazz narrano di una New York in preda al panico, del tutto erudita e profondamente autolesionista. È proprio qui che Chance, assieme ai suoi Contortions, prende la palla al balzo per sfidare l’omologazione della new wave, i suoi costumi fascinosi e l’energia vitale che essa trasmette.

Quella dei Contortions – un po’ come per i compari Liquid Idiot, Circle X, Lizzy Mercieux Descloux e Glenn Branca – è una negazione di questo sistema. La no wave si riveste di astrattismo, sperimentazione, atonalità e disinibizione attraverso un occhio estremamente critico nei confronti della società occidentale: dal fronteggiare i disordini della vita quotidiana all’alienazione totale dell’individuo, passando dal desiderio di una connessione reciproca sino all’autodistruzione. James Chance intuisce ciò nel 1978, anno in cui lo vediamo destreggiarsi, assieme ai Mars, Teenage Jesus and The Jerks e Dna, nell’iconica compilation prodotta dal genio di Brian Eno, “No New York”.

“Buy” (ZE Records, 1979), primo album del gruppo newyorkese, riduce l’aggressività brutalista presente nei pezzi della compilation adottando, però, uno stile decisamente più maturo e intellettuale. La copertina bizzarra, con protagonista una Terence Sellers marchiata dal costume fricchettone di Anya Phillips, dice già tanto del disco capolavoro della no wave, nonché della sua estetica.
Il funk allucinogeno di “Design To Kill” introduce l'ascoltatore alla scrittura fuori di senno di Chance. L'atmosfera simil-noir del pezzo, arricchita dall’estraniante slide guitar di Pat Place, conferisce un tono intrigante alla composizione, rendendola al pari di un quadro di Kandinskij.

La hit per eccellenza del gruppo, “I Don’t Want To Be Happy”, gigioneggia attraverso la batteria rimbalzante di Don Christensen, la chitarra acida di Jody Harris, il basso serioso di David Hofstra e le tastiere frazionate del frontman: l’ambiguità mutante del brano, specchio riflesso di un’illogica allegria, va a braccetto con le liriche nichiliste e poco speranzose nei confronti dell’uomo contemporaneo, destinato a soffrire per l’eternità nelle quattro mura urbane in cui si ritrova.
Il manifesto del dance-punk “Contort Yourself” si dimena selvaggiamente sui clamorosi assoli di sax di Chance. La danza si sopraeleva e diventa qualcosa di irraggiungibile; le voci hanno vinto. I ritmi smezzati e irrazionali, a metà tra il jazz-rock più sfrenato e l'art punk vistoso, racchiudono l’anima del complesso e l’eccentricità tutta di un movimento.

L’avant-jazz di “Bedroom Athlete”, che si avvale nuovamente di un sax free, chiude il disco nelle sue trame più caotiche e maniacali, destando sarcasticamente qualche dubbio sulle battute d’arresto.
Ma chi se ne frega degli happy ending. Signore e signori, questa è follia allo stato puro: usufruitene in quantità smisurate!

James Chance su OndaRock

Vai alla scheda artista