Bryan Ferry è stato l'indiscusso leader dei Roxy Music, e fin dall'inizio, con buona pace di Brian Eno e dei suoi fan più oltranzisti, secondo i quali la longa manus del “non-musicista” sarebbe sempre stata decisiva ovunque si fosse mai posata. Una leadership che – come ricorda Marco Bercella sulle nostre pagine - si è progressivamente estesa nel corso degli anni 70, trascorsi più o meno scientemente a fagocitare la sua creatura fino alla sua estinzione. Un “lavoro per sottrazione” in cui ogni singolo suono sembrava essere concepito per frustrare le velleità personalistiche di chi lo metteva in atto. L'esercizio – un po' sadomasochista, se vogliamo - ha avuto nell'epilogo trionfale di "Avalon" il suo punto di non ritorno, al quale lo stesso Ferry non si è sottratto. Perché – ricorda ancora Bercella - se è vero che nell'ultimo, glorioso album della saga dei Roxy Music non c'è più traccia dei fiati tonitruanti e delle cavalcate chitarristiche degli esordi, in favore di inserti discreti o comunque funzionali all'insieme, sono spariti anche i teatrali e declamatori vibrati del Nostro, rimpiazzati da vocalizzi languidi, sfumati, finanche sussurrati.
Ma il dandy di Washington (intesa come ridente cittadina della contea di Tyne and Wear, in Inghilterra) non è stato solo l'indiscusso leader dei Roxy Music. La sua creatività, unita al suo maniacale perfezionismo, ha infatti brillato spesso anche al di fuori del gruppo, a dispetto della sciocca sufficienza con cui si è spesso guardato al lato solista della sua carriera. Un percorso avviato appena un anno dopo il debutto della band inglese, con "These Foolish Things" (1973), e proseguito fino ad oggi, anche se l'ultimo lavoro, "Bitter Sweet", risale all’ormai lontano 2018. Non è stato tutto rose e fiori - basti pensare a dischi irrisolti come "Mamouna" e "Frantic" o a raccolte di cover un po' bislacche ("Taxi", "As Time Goes By", "Dylanesque") - ma di certo è stato molto di più di quello che la critica solitamente gli riconosce. Con due punte di diamante assolute: “Boys And Girls” del 1985 e il suo successore, al centro di questa nuova Visione a 33 giri con cui il buon Bryan ci ha folgorato.
Un guru dance alla corte del sophisti-pop
Pubblicato nel 1987, “Bête Noire” è un lavoro che consolida il ruolo di Ferry come dandy del sophisti-pop, capace di sposare eleganza sonora e introspezione emotiva. Un disco colmo di sensualità e mistero, che sviluppa la ricerca stilistica iniziata con “Boys And Girls”, ampliandone l’orizzonte con un sound più esotico e cinematografico. Guai però a considerare prevedibili le mosse dell’uomo in tuxedo bianco. Così, a metà del decennio 80, Ferry, da sempre attento osservatore del panorama pop contemporaneo, aziona i suoi radar in direzione delle discoteche newyorkesi infiammate dalle hit di Madonna. E convoca alla sua corte colui che aveva contribuito in modo rilevante all’exploit della Material Girl, dapprima in veste di direttore musicale del The Virgin Tour (1985), quindi, un anno dopo, come co-autore e co-produttore su “True Blue” (nonché, in seguito su “Like A Prayer” e su diversi altri lavori anche nel decennio successivo). Chiamato a dare un’impronta più ballabile al suo suono, Patrick Leonard collaborerà con Ferry alla scrittura di cinque delle nove tracce di “Bête Noire”.
Ma non è l’unico asso nella manica del dandy inglese, che raduna una line-up di tutto rispetto – e come potrebbe essere altrimenti – a partire addirittura dal chitarrista dei Pink Floyd, David Gilmour, per proseguire con turnisti di lusso come Guy Pratt, Marcus Miller, David Williams e Abraham Laboriel, oltre a due ex-musicisti dei tour dei Roxy Music, il chitarrista Neil Hubbard e il batterista Andy Newmark.
Il 45 giri gettato sul piatto a sorpresa nel settembre 1987 vanta però un’altra collaborazione doc: quella con Johnny Marr, l’inconfondibile chitarrista degli Smiths. “The Right Stuff” nasce infatti come un adattamento della strumentale “Money Changes Everything”, pubblicata pochi mesi prima come B-side del singolo “Bigmouth Strikes Again” dalla band di Manchester. “Lui non sapeva chi fossi, ma stava cercando dei co-autori, e qualcuno gli ha suggerito il mio nome – ha raccontato Marr - Gli fecero ascoltare alcuni dischi degli Smiths e lui disse: ‘Ah, questo qui sa suonare la chitarra!’ Così mi invitò in studio. Bryan Ferry era un mio vecchio idolo, ed è stato fantastico lavorare con lui, ma il risultato finale è stato un po’ troppo laccato”. Guy Pratt, che suonava il basso con Ferry in quel periodo, racconta una versione diversa. Ferry ascoltò "Money Changes Everything" e gli venne l’idea di aggiungervi una parte vocale. All’epoca il chitarrista della band era Chester Kamen, che “sapeva suonare l’introduzione, ma non riusciva a suonarla davvero” e quindi Ferry chiamò direttamente Johnny Marr a registrare la parte.
Laccata, sì, ma anche spiazzante, con le sue chitarre graffianti e il suo ritmo pulsante, “The Right Stuff” è una delle canzoni più dinamiche dell’album, nonché l’unica a entrare nella top 40 britannica, raggiungendo la posizione n. 37. Ma non è il suo vertice. Forse anche per Ferry, che, destando qualche malumore tra i suoi supporter, non la includerà nella sua mastodontica raccolta “Retrospective” del 2024, una sorta di summa definitiva della sua carriera solista.
Quando irrompono il ticchettio della macchina da scrivere e il groove funky del secondo singolo, “Kiss And Tell”, anche i fan più diffidenti hanno ormai capito l’antifona: il nuovo flirt di Ferry è con la dance. Ma è una dance trasfigurata, sciolta in un abbraccio passionale con il pop più sofisticato, immersa in una cornice sonora sontuosa, certosina, rifinita allo spasimo, dove si fa strada l’impeccabile pulizia della Fender Stratocaster armeggiata da David Gilmour. E poi c’è quel canto, adombrato, dolente, sensualmente desolato, a proiettare il tutto in qualche lussuosa suite d’hotel, magari in compagnia di qualche top model come Denice D. Lewis (ritratta anche sulla copertina del singolo), Christine Keeler e Mandy Smith, protagoniste del relativo videoclip. Tanto che ci sarà chi ipotizzerà che “Kiss And Tell” fosse una risposta di Ferry al libro autobiografico di Jerry Hall pubblicato un paio d’anni prima, in cui la celebre pin-up raccontava dettagli della loro relazione, terminata quando lei lasciò Bryan per Mick Jagger alla fine degli anni Settanta. Riservato come sempre, Ferry non affrontò mai direttamente la questione. “Il campo che esploro ha possibilità infinite, perché riguarda qualcosa che domina la vita della maggior parte delle persone - dichiarerà al New York Times nel 1988 - In ogni paese le canzoni parlano generalmente d’amore e di angoscia”. Il 45 mancherà di poco l’ingresso nella top 40 del Regno Unito (fermandosi al n. 41), ma varcherà i confini della top 40 statunitense, diventando l’unico singolo solista di Ferry a riuscire nell’impresa. Il brano sarà inoltre incluso nella colonna sonora del film drammatico “Bright Lights, Big City” (1988), con Michael J. Fox.
Chiude il trittico di singoli, ma apre l’intero Lp, la tensione controllata di “Limbo”, che parte ambient e poi aumenta i battiti, facendosi ipnotica e pulsante, tra influenze caraibiche, percussioni tribali e la chitarra ritmica di David Williams. Quasi una dichiarazione d’intenti: il canto magnetico di Ferry si fonde con una produzione stratificata, costruendo un’atmosfera febbrile e seducente. Come un eterno ballo che si trascina, sfibrante ed estenuato, sotto i cieli notturni. Troppo raffinato, forse, per sfondare in classifica dove non andrà oltre la posizione numero 86 in Uk.
Ma chi pensa che nei tre singoli si possa esaurire l’album si sbaglia di grosso. Perché, al contrario, la restante porzione della pietanza è ancor più succulenta.
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Libertango della gelosia
Il motivo, forse, sta anche nella cura riposta nelle sfibranti session, che segnarono anche un’evoluzione tecnica: dal banco di registrazione a 48 tracce usato per “Boys And Girls” si passò a uno da 56 tracce. Così, alla fine, quello che doveva essere un lavoro di tre o quattro mesi si trasformò in un’impresa durata due anni. Ferry registrò a Los Angeles (due volte), Parigi (due volte), Nassau e Londra (due volte anche lì). Non sorprende, quindi, che “Bête Noire” sia permeato da quel senso di spaesamento cosmopolita che contribuisce indubbiamente al suo fascino. Anche Leonard, pur partecipando alla scrittura di più della metà dell’album, dovette fare i conti con la maniacale ossessione di Ferry. Uno a cui, peraltro, la scienza del ritmo non andava certo insegnata, visti gli esperimenti sonori hard-disco che aveva sviluppato nei Roxy Music con "Love Is The Drug" e l’album "Manifesto". Si trattava solo di armonizzarli con la dolcezza trasognata delle melodie e le fantasie rarefatte di “Avalon”. Facile a dirsi…
Anche i testi subirono revisioni costanti per ogni minimo dettaglio: riscritture si susseguivano ad altre riscritture, che a loro volta erano già versioni modificate di bozze precedenti dello stesso materiale. In un’intervista a Q Magazine nel 1988, il dandy inglese ammetterà: “Pensavo che questo sarebbe stato un disco molto veloce da realizzare, ma ormai sembra che il mio metodo di lavoro naturale sia quello di continuare a riscrivere tutto”.
A “New Town”, per esempio, aveva iniziato a lavorare circa nove anni prima. E i frutti di tanto perfezionismo si vedono tutti. Punteggiata da scintillanti synth à-la “Avalon”, la traccia numero 3 esplora territori più sperimentali, in un’atmosfera misteriosa e straniante, costruita su un basso minimale e una strumentazione eterea. La voce, quasi sussurrata, si insinua nel tessuto sonoro, raccontando di alienazione e ricerca di identità in un contesto urbano freddo e disumanizzante, in cui l’unico elemento umano sembra provenire dai cori femminili che reiterano ossessivi, assieme a Bryan, il mantra “New town, calling me”. A dispetto delle apparenze, tuttavia, il testo cela una veste ironica facendo quasi il verso alla celebre “In Every Dream Home A Heartache” presente in "For Your Pleasure" dei Roxy Music (“Out of luck, out of touch, out of love/ No laughing boys, forbidden dreams/ No willow weep for me now”).
Il viaggio oscuro di “Bête Noire” è costellato di emozioni e di tentazioni, con i beat striscianti ad alleggerire la tensione in episodi come “Day For Night” e “Seven Deadly Sins”, che combinano il romanticismo elegante dei Roxy Music dell’era “Avalon” con la precisione meccanica dell’elettropop dei tardi anni Ottanta, mentre la felpata “The Name Of The Game” ostenta l’inconfondibile marchio Leonard: quasi una nuova “Live To Tell” (Madonna), con il suo ritmo cadenzato (a cura di Vinnie Colaiuta) e le sue punteggiature di synth, al servizio di un ritornello accattivante, supportato dal coro.
Ma non tutto era pensato per la pista da ballo o per l’intrattenimento: la spettrale e sperimentale “Zamba”, ad esempio, si snoda su atmosfere più minimali e rarefatte in un insolito 6/4, assecondando il canto sussurrato di Ferry e lasciando trasparire solo in filigrana nuove influenze latineggianti dentro una confezione esotica astratta.
La sensualità è il filo conduttore che attraversa l’intero album, culminando nella sublime title track, climax emotivo della raccolta. Sinuosi ritmi latini, tra tango e lambada, poi quei graffi struggenti di bandoneon ad aprire abissi di malinconia, finché tutto si salda in un mondo vellutato di seduzione e mistero, assecondando il crooning smodatamente romantico del nostro, perso in qualche fumoso club parigino a tormentarsi su un’ossessione amorosa, alle prese con una “bête noire” pericolosa ma seducente, “come veleno, come vino”: “Say you’ll be mine/ Reflected in water/ Imagined by fire”. Un libertango della gelosia. “Bête noire” resterà tra i capolavori del Ferry solista ed è la conclusione perfetta del disco, concepita da Ferry in collaborazione con un gruppo di musicisti della compagnia argentina Tango Argentina. Li aveva visti per la prima volta tre anni prima, attirato da una loro inserzione sul giornale, e li aveva seguiti per curiosità. Li rincontrò poi a Los Angeles, durante una delle sessioni, e li invitò in studio. “È stata una grande esperienza musicale - racconterà ad All Star nel 1987 - Dovevano partire per un’altra tournée il giorno dopo, quindi dovevamo finire tutto quella notte: abbiamo iniziato dopo mezzanotte e finito verso le 2 del mattino. Di solito lavoro con i musicisti uno per volta, ma in questo caso abbiamo registrato tutto dal vivo in studio”.
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La seduzione a tutti i costi
Degno successore dello splendido “Boys And Girls” di due anni prima, “Bête Noire” esplora un universo sonoro misterioso e ipnotico, dove ritmi sinuosi e melodie vellutate si fondono in un avvincente crescendo emotivo. Ogni traccia contribuisce a creare un mosaico sonoro di smisurato perfezionismo: i synth e il pianoforte brillano in superficie nel mix, le chitarre soliste si stratificano, le drum machine affiancano i batteristi in ogni groove e il basso regge il gioco in modo esemplare (Neil Jason, Marcus Miller, Guy Pratt, Abraham Laboriel). Anche la voce di Ferry si rivela in ottima forma, sostenuta dal ricorso al suo corista prediletto, Fonzi Thornton.
“Vive la Résistance”, scrive Bryan nelle note di copertina, introducendo l’elenco dei musicisti coinvolti. E noi non possiamo che resistere al suo fianco, in compagnia della sua levigatissima creatura del 1987: edonista, lussuriosa, irresistibile. Una gemma nella discografia solista dell’ex-leader dei Roxy Music, in grado di affascinare ancora, grazie anche a una produzione che, seppur inconfondibilmente patinata come da copione 80’s, riesce a sfidare il passare del tempo. In direzione di un'unica rotta possibile: quella dell'eleganza e della seduzione a tutti i costi. Perché – non dimentichiamolo - Love is the drug.
A supportare l'album, giungerà anche un altro splendido tour di Bryan Ferry (qui e nell'apposito spazio in pagina un concerto integrale). In classifica, l’album giungerà fino al n.9 nel Regno Unito, ma, stranamente, il pubblico mostrerà di preferire Ferry in versione cover-man, proiettando sei anni dopo il successivo “Taxi” al secondo posto della Uk Chart. Ma possiamo tranquillamente farcene una ragione, mentre affrontiamo, ancora una volta, la nostra Bestia Nera preferita. Riflessa nell’acqua, sognata nel fuoco.